La mia idea di democrazia nell’era di Internet

Luca Ricolfi risponde ai lettori che hanno contestato, alcuni assai duramente, la sua interpretazione del voto referendario. Ricolfi consegna a Linkiesta una riflessione sulla qualità della democrazia nella nostra epoca, e sul senso del voto plebiscitario e delle percentuali bulgare uscite dagli ...

Folla
16 Giugno Giu 2011 0803 16 giugno 2011 16 Giugno 2011 - 08:03
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Ok, vi siete arrabbiati. Un po’ avete ragione, visto che io stesso – leggendo l’intervista – ho avuto un sussulto: possibile che abbia detto che l’esito dei referendum “non ha implicazioni per il futuro” ? Lì probabilmente è saltato qualcosa, o nella domanda o nella risposta, perché ovviamente nessuno può pensare una cosa così drastica, e quindi stupida. Non credo certo che i referendum siano privi di effetti, io stesso ho detto che è stato un voto contro Berlusconi, e che “è la richiesta di voltare pagina che ha prevalso”. Semplicemente non vedo né una parte politica che possa intestarsi la vittoria, né un leader emergente, né un’alternativa di governo credibile. Tutto qui.
Invece, sulla democrazia, la partecipazione, il risveglio delle coscienze, la qualità dell’informazione, il ruolo di internet, il discorso si fa interessante. E allora facciamolo, questo discorso.

Prima osservazione. Perché siete così aggressivi ? Perché tanto astio, tanto disprezzo, tanto risentimento? Non solo con me, capitato tra voi per caso, ma anche fra di voi. Trovo utilissimo internet, ma non capisco che gusto ci sia a usare la rete per darsele di santa ragione. E poi da dove viene tutta questa sicurezza nei giudizi, su cose e persone che spesso non si conoscono ? Naturalmente, se uno ha tempo da perdere, può anche essere divertente: a me, per esempio, ha fatto morir dal ridere essere etichettato come “vicino a Comunione & Liberazione” o come “azionista”. Ma sospetto che chi mi ha appiccicato queste etichette non scherzasse. Mah.

Seconda osservazione. Al di là dei toni (a proposito: perché diciamo ai politici di abbassarli e poi li alziamo noi ?), al di là delle opinioni che ognuno può avere sul senso del voto referendario, il punto della mia intervista era più generale.
Lo espongo crudamente: possibile che ci sia in giro (sulla carta stampata come sul web) tutta questa esaltazione per il risveglio degli italiani, per il loro ritorno alla politica, per la domanda di partecipazione, per il ruolo critico della rete e dell’opinione pubblica quando c’è almeno un segnale chiarissimo che non è così: su quattro quesiti diversissimi, la percentuale di sì è sostanzialmente la stessa. Come è possibile se l’opinione pubblica è critica, informata, riflessiva, capace di valutare i pro e i conto delle varie scelte  

Qualcuno dice che è il meccanismo del quorum. Ma perché mai? Se non fosse stato semplicemente un voto contro Berlusconi, avremmo avuto tantissimi sì sul legittimo impedimento (sacrosanti), tanti sì sul nucleare (comprensibilissimi), ma sull’acqua e sui servizi pubblici locali avremmo avuto delle percentuali normali, quelle che si registrano sempre quando su un tema controverso si fanno discuetere giurie di cittadini informati, secondo i principi della democrazia deliberativa lanciati da James Fishkin (e in Italia ripresi ad esempio da Luigi Bobbio, che ha appena portato a termine un interessante esperimento di dibattito informato sul federalismo, nell’ambito di “Biennale Democrazia”).

Quando un tema è controverso, quando ci sono molti argomenti pro e molti argomenti contro, gli esiti sono del tipo 60-40, oppure 70-30, al limite 80-20. Ma 95-5 mai. Se succede così è perché il contesto della discussione non è stato democratico: mancavano informazioni, le informazioni erano unilaterali, qualcuno ha manipolato le conoscenze o le persone, le pressioni di gruppo a conformarsi all’opinione della maggioranza erano difficili da reggere. Sulle questioni importanti, sui problemi veri, le “percentuali bulgare” non sono mai un bel segnale, un segnale di vitalità della democrazia.
Io penso che in Italia non esista un’opinione pubblica nel senso classico e liberale del termine, ossia una comunità di cittadini informati e preoccupati del bene comune. Al posto dell’opinione pubblica classica ci sono invece una maggioranza di cittadini che, di norma, non si occupano della cosa pubblica, e una cospicua minoranza che se ne occupa sì, ma secondo un modello di democrazia diverso da quello classico.

Un modello che definirei romantico, per cui il voto ha un valore identitario, di affermazione di determinati principi, a prescindere da un’analisi delle conseguenze. E’ questo genere di opinione pubblica che tipicamente si esprime nei referendum, talora portando dalla propria parte un pezzo della maggioranza indifferente. Ed è proprio per questo, perché ci sono solo gli apatici e i romantici, che l’Italia va a fondo, senza riuscire mai a parlare delle cose stesse, senza ideologizzare tutto.

Ci sarebbe un’ultima cosa da dire. L’informazione ufficiale non è granché. Spesso distratta, inaccurata, eccessivamente prudente, per non dire codarda. La controinformazione, però, non è il suo contrario ma l’altra faccia della medesima medaglia. Spesso arrabbiata, quasi sempre sopra le righe, immancabilmente certa dei dati che sbandiera ma che quasi sempre sono sbagliati, o incerti, o parziali, o mal capiti. E molto sovente distorta, unilaterale, tremendamente credulona, pronata a considerare vera qualsaisi informazione che confermi le proprie credenze o evochi i propri fantasmi (vi dice niente il caso di Amina?). Aggiungerei: acritica. Perché per essere critici non basta essere o sentirsi contro l’establishment e i poteri costituiti, ma occorre sottoporre a critica le proprie stesse convinzioni, essere diffidenti, molto diffidenti verso il proprio mondo e le proprie fonti. Insomma, io penso che in Italia non esistano né un’informazione veramente critica né un’opinione pubblica informata. E che, come pensava Montanelli della destra e della sinistra, informazione ufficiale e controinformazione si tengano la mano.

Dopodiché: lapidatemi pure. 

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