Il futuro della Grecia (e il nostro) in 4 parole

Default, ristrutturazione, reprofiling, rollover. Entrando in una settimana caldissima per il futuro della Grecia e dell’euro, proseguiamo con il glossario della crisi, con le parole chiave per capire il destino della Grecia, dell’euro e quindi nostro.

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20 Giugno Giu 2011 1059 20 giugno 2011 20 Giugno 2011 - 10:59
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Messe Frankfurt

Nella notte l’Eurogruppo, dopo il colloquio con la trojka composta da Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale e Ue, non ha trovato l’accordo per il futuro di Atene. Dopo il bailout da 110 miliardi di euro approvato nel maggio 2010, entro luglio dovevano arrivare altri 70 miliardi. Ma ora non è chiaro quando questi soldi arriveranno. Aumentano quindi le possibilità di una soluzione alternativa. Da un lato c’è la possibilità del rollover, il concambio peggiorativo dei bond detenuti in portafoglio in via di scadenza. Dall’altro c’è il reprofiling, il riscadenzamento dei bond in via di maturazione.

Insomma, dopo la tempesta delle ultime settimane, i mercati finanziari non trovano pace. Il caos, secondo molti, ha un solo colpevole: le agenzie di rating, entrate in un vortice di polemiche per i loro giudizi. Dopo il downgrade di Moody’s sul debito sovrano greco, tre note da B1 a Caa1, è stata la volta di otto banche elleniche e, infine, del warning sugli Stati Uniti, che hanno sforato il debt-ceiling, il tetto massimo dell’indebitamento, rischiando un declassamento dalla tripla A, il valore massimo. Non è immune al voto nemmeno l’Italia, il cui outlook è stato messo in posizione negativa da Standard & Poor’s e Moody’s per via dell’instabilità politica e per la grande mole di debito, oltre 1.890 miliardi di euro, che il Tesoro deve sopportare. Oggi però è giunta l’invocazione alla calma di UBS, la maggiore banca svizzera: «Un downgrade dell’Italia è altamente improbabile». Le società di rating, da qualunque punti le si guardi, incutono timore.

Ogni tanto, però, servono a migliorare la comprensione dei fenomeni economici. Due settimane fa S&P ha pubblicato un vademecum su cosa significano i termini più abusati in questo momento storico: default, ristrutturazione, reprofiling, rollover. Ma soprattutto, l’agenzia fuga ogni dubbio. «Quando si parla di ristrutturazione del debito si deve parlare di default», scrive la società newyorkese. Ma vediamo cosa significano questi termini.

Default: è il termine che più spaventa gli operatori finanziari. Nei fatti si tratta dell’incapacità tecnica di un soggetto a onorare le clausole contrattuali del suo finanziamento. In altre parole, il fallimento. Nel caso di uno Stato, l’esempio più eclatante degli ultimi anni è quello dell’Argentina intorno al 2000. Il Paese coinvolto in un default sovrano, cioè nell’incapacità oggettiva di rimborsare gli obbligazionisti, esce dal mercato dei titoli di Stato e chiede assistenza al Fondo monetario internazionale, proprio come potrebbe succedere per la Grecia. Esiste un metodo per calcolare il rischio che uno Stato fallisca in un intervallo temporale di cinque anni: i Credit default swap o Cds. Questi strumenti finanziari, emessi da banche e società di riassicurazione, non sono altro che delle polizze assicurative che, dietro al pagamento di un premio annuale (calcolato in punti base), proteggono dall’insolvenza di un titolo di Stato. Prendiamo Atene: sulla piattaforma Cma Vision i Cds sul debito greco sono prezzati a oltre 2.250 punti base. Questo significa che per assicurarsi contro il fallimento di un bond ellenico con scadenza quinquennale del valore di 10 milioni di dollari, occorre sborsare 2,2 milioni l’anno. Il rischio default si può anche rappresentare con una percentuale, che calcola la probabilità che un emittente smetta di onorare le proprie obbligazioni nei prossimi cinque anni. Nel caso della Grecia questo valore è intorno a quota 82 per cento.

Ristrutturazione: questa formula è meno invasiva del fallimento e prevede una rinegoziazione delle emissioni obbligazionarie presenti e in scadenza. Il debitore, come la Grecia, mette in campo tutte le sue difficoltà e si accorda con il creditore, cioè tutti coloro che sono titolari di obbligazioni di quell’entità in difficoltà, per una modifica delle condizioni contrattuali. Nel caso di Atene si parla sempre di haircut, cioè il coefficiente che rappresenta le perdite complessive sul valore nominale del bond. Durante una ristrutturazione, gli obbligazionisti sottoposti a un haircut del 70% vedono tornare solo il 30% di quanto prestato al momento della sottoscrizione. Per Atene fino a un mese fa si è parlato sempre con maggiore insistenza di una ristrutturazione con un haircut compreso fra il 70 e l’80%: sarebbe stato troppo, secondo la Bce e gli istituti di credito, che quindi hanno cercato di trovare un’altra soluzione.

Reprofiling: questo è uno dei nuovi termini della crisi europea dei debiti sovrani. A differenza della ristrutturazione, in questo caso c’è un riscadenzamento delle emissioni obbligazionarie esistenti. Vediamo cosa vuol dire. Un soggetto che ha emesso un bond biennale nel 2008, ora si vede costretto a rispettare il contratto. L’obbligazionista viene costretto a non poter chiedere rimborso e forzatamente viene rinegoziato il termine dello strumento finanziario. Il reprofiling è stato pensato per la prima volta poche settimane fa, sull’onda dell’innalzamento dei rendimenti dei titoli di Stato di Atene, ora sopra il 28% per i biennali e sopra 18% per i decennali, cifre considerate «inaudite» dall’ex ministro delle Finanze George Papaconstantinou, appena dimessosi per far posto a Evangelos Venizelos.

Rollover: ecco l’ultima parola in ordine temporale. La Banca centrale europea ha spiegato che il rollover è un mantenimento volontario dei titoli di Stato, in questo caso ellenici, nel banking book degli istituti di credito che li hanno acquistati. Questi bond saranno poi rinegoziati e ne saranno allungate le scadenze. In questo caso, come ha ricordato il membro tedesco della Bce Jürgen Stark «non c’è il pericolo di un default, né di una vendita impazzita dei Cds su Atene». I mercati finanziari sarebbero quindi contenti? Non proprio, perché anche se ci fosse un rollover, tutto dipende da quando vengono procrastinati i rimborsi dei bond. Quello che è certo è che a spingere per questa soluzione sono le banche tedesche e francesi. Infatti, secondo gli ultimi dati della Banca dei regolamenti internazionali (Bri) l’esposizione globale sulla Grecia è pari a 278 miliardi di dollari, 64,7 dei quali sulle spalle della Francia e 40 su quelle della Germania. Nel complesso, l’Europa è esposta per 162,428 miliardi di dollari. Sebbene il rollover possa sembrare non essere un default, aumentano le voci contrarian, che vedono in questa possibilità l’ennesimo maquillage per abbellire il fallimento di Atene. Esattamente come la ristrutturazione e il reprofiling.

fabrizio.goria@linkiesta.it

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