C’è stato un G20 dell’agricoltura, ma nessuno se n’è accorto

La Francia ha organizzato la prima riunione a 20 sull’agricoltura, un terreno di confronto con i Bric e le loro economie emergenti. Crescono i prezzi e aumenta il peso della finanza, mentre Cina e India si comprano terreni in Africa per assicurarsi il loro approvvigionamento.

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1 Luglio Lug 2011 0553 01 luglio 2011 1 Luglio 2011 - 05:53

Un vertice internazionale non si nega ormai a nessuno e così la Francia ha deciso che era tempo di organizzare il primo G20 agricolo, che infatti si è tenuto il 22/23 giugno a Parigi, sulle orme del vertice G8 dell’agricoltura che l’ormai governatore Zaia ospitò a Treviso nel 2009. In un’economia globale che si vuole inesorabilmente destinata alla de-materializzazione, parlare di frumento e di colza, piuttosto che di byte, può apparire strano.

Il panorama dell’agricoltura mondiale è in costante evoluzione. La raccolta 2010-11 è appena terminata con un’importante dimunizione della produzione cerealicola (meno 70 milioni di tonnellate, escluso il riso), soprattutto a causa della siccità della scorsa estate in Russia, Ucraina e Kazakistan, ma anche di simili episodi metereologici in altre parti del mondo (che, come nel caso dei tornado primaverili negli Stati Uniti, influenzeranno pure la raccolta 2011-12). Sotto la spinta dell’impetuosa crescita delle economie emergenti, in cui il contenuto proteico della dieta cambia e quindi richiede cereali per alimentare bovini e altri animali, la domanda mondiale ha continuato ad aumentare. Hanno giocato pure le tensioni geopolitiche nei paesi arabi, che hanno indotto molti paesi a ricostruire stock per far fronte ad eventuali emergenze, e il programma americano di etanolo a base di mais. Non sorprende che i prezzi siano aumentati – del doppio nel caso del grano, ancora di più per mais e orzo. La previsione della Food and Agriculture Organization (FAO) e dell’OCSE è che i prezzi rimangano alti in termini reali per tutti gli anni 10.

Gli effetti si notano nel portafoglio dei consumatori, soprattutto nei paesi emergenti. Nell’Eurozona, invece, nei 12 mesi a maggio 2011 i prezzi degli alimentari sono cresciuti esattamente in linea con l’inflazione complessiva (+2,7%), cioè molto meno che le altre due voci che pesano quasi esattamente lo stesso nell’indice complessivo, i trasporti (+5,3%) e l’abitazione (+4,7%). È però vero che nel periodo maggio 2009-maggio 2010 i prezzi alimentari erano stati stabili (-0,1%), mentre l’inflazione complessiva era stata dell’1,7%.

A livello globale la preoccupazione è che la situazione stia peggiorando per i più vulnerabili nei paesi poveri, anche se non è chiarissimo cosa stia succedendo. Qualche giorno fa Oxfam ha lanciato una campagna internazionale, GROW, per combattere l’insicurezza alimentare, citando la stima della FAO secondo cui più di un miliardo di persone soffrono di fame a causa dell’effetto combinato della crisi economica e dell’aumento dei prezzi. Questi numeri non sono però tanto affidabili. Abhijit Bannerjee e Esther Duflo, del Poverty Lab Project di MIT, si chiedono su Foreign Policy se la definizione di fame comunemente adottata corrisponda veramente alla realtà; Derek Headey, in un post su VoxEU, contesta la metodologia della FAO e della Banca Mondiale e sostiene che questa conduce a sovrastimare la dimensione della fame nel mondo.

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Tratto da Home, documentario di Yann Arthus Bertrand

Che fare? La speculazione, il funzionamento dei mercati finanziaria e l’opportunità di controlli più stretti hanno dominato anche le discussioni preliminari del G20. La formazione dei prezzi delle derrate alimentari è diventata più sofisticata, in linea con gli sviluppi su altri mercati finanziari, e questo può aver amplificato nel breve periodo la volatilità. Difficile invece trovare un effetto sistemico sulla volatilità di lungo periodo. Intervenire – per esempio limitando le vendite allo scoperto o addirittura impedendo gli scambi virtuali (non-physical trading) – rischia però di essere un rimedio peggiore del male. L’esempio degli accordi cercati in passato per limitare la volatilità di prodotti come il caffè e il cacao non è di grande auspicio. Un passo in avanti è invece l’enfasi sull’informazione, in particolare sulla disponibilità di dati degli stock. Resta da vedere come paesi come la Cina riusciranno a realizzare l’iniziativa del G20 di mettere in piedi un Agriculture Market Information System.

Bruno Le Maire, ministro francese dell’Agricoltura, ha visitato tutti i BRIC. Se in tanti altri terreni la convergenza fondamentale va cercata con la Cina, in questo caso l’interlocutore principale è il Brasile, uno dei principali produttori di qualsiasi derrata. Il governo di Brasilia ha reagito con irritazione alle prime idee dei francesi, che sembravano suggerire dei controlli di prezzo. La corrente è passata meglio quando si è iniziato a parlare della necessità di aumentare la produzione, l’unico cammino per calmierare i prezzi secondo il ministro brasiliano Wagner Rossi. La ciliegina sarebbe poi se l’impegno del comunicato a coordinare le posizioni dei G20 in sede FAO significasse appoggiare la candidatura di un brasiliano al posto di Direttore Generale, per cui la decisione è imminente, ma questo sembre assai improbabile perché i nomi sono vari e la lotta è aspra.

Yann Arthus Bertrand Vers Cognac
Tratto da Home, documentario di Yann Arthus Bertrand

La principale preoccupazione di Cina e India è invece garantire il proprio approvvigionamento di materie prime, comprese quelle agricole. Sospettosi sul funzionamento dei mercati, che oltretutto fisicamente si trovano in Occidente (soprattutto a Chicago e Londra), questi paesi hanno scelto di acquistare direttamente terre laddove queste sono disponibili in grande quantità, soprattutto in Africa. La comunità internazionale sembrava pronta a stabilire standard minimi di comportamento per impedire abusi come la vaghezza e opacità dei contratti, il trattamento delle comunità indigene e gli effetti ambientali. Di questo obiettivo non c’è traccia nei documenti del G20, una curiosa omissione dato che la nascita di fondi specializzati nell’acquisto di terre nei paesi più poveri altro non è se non una manifestazione della suddetta “finanziarizzazione” dell’agricoltura. Così come può sorprendere lo scarso rilievo dato ai sussidi ai biofuel.

Se è certo vero che nei paesi sviluppati gli agricoltori rappresentano ormai una percentuale minima dell’occupazione e quindi dell’elettorato, le lobby dell’agricoltura rimangono politicamente importanti. Difficile altrimenti spiegare i sussidi americani per favorire l’utilizzo del mais nella produzione di etanolo, una tecnologia molto meno “verde” di quanto si creda e, soprattutto, molto meno conveniente dell’etanolo brasiliano, a base di canna da zucchero, il cui commercio è però ostacolato da dazi proibitivi. O l’embargo di Mosca sulle esportazioni di grano, introdotto dopo gli incendi dell’estate 2010 e che verrà probabilmente sospeso il prossimo primo luglio. Per non parlare poi delle difficoltà nel concludere il Doha Round, quello dello sviluppo. Nulla di male nel potere politico degli agricoltori e nel loro successo nell’escludere alcuni soggetti dal G20, basta non pretendere che con un vertice si risolvano i problemi della fame nel mondo.
 

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