La borsa 2.0: c’è posto perfino per Farmville

L’ultima in ordine temporale è Zynga, web company che crea giochi per i social network come CityVille o FarmVille, con cui molti di noi perdono tempo su Facebook. Anche lei si quoterà entro breve, con una capitalizzazione stimata in almeno 15 miliardi di dollari. Prima di lei, LinkedIn, mentre pr...

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2 Luglio Lug 2011 1208 02 luglio 2011 2 Luglio 2011 - 12:08
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Giocate a FarmVille? Perdete tempo con MafiaWars? Siete cittadini di CityVille? Se le applicazioni ludiche per Facebook fanno parte della vostra vita, se vi divertite o non riuscite a farne a meno, sappiate che presto non sarà più solo un gioco. O meglio, per voi continuerà ad esserlo: ma per Zynga, la società che ha inventato questi ed altri giochi per Facebook, il vostro tempo (speso lì) diventerà davvero denaro. Già, perché Zynga è il prossimo colosso dell’era 2.0 pronto a sbarcare sul mercato americano. E in molti (ma non troppi) si ricordano ancora cosa successe un’epoca fa, quando Internet passò dall’essere signore dei mercati a zavorra nelle tasche di tanti investitori.

Il 10 marzo 2000, infatti, c’era una parte di Wall Street che festeggiava. L’altra, invece, aveva paura. Il Nasdaq aveva appena raggiunto il suo picco massimo a 5.132,52 punti. La bolla di internet era arrivata al suo picco. I trader più scaltri, in quel venerdì, intimoriti dagli effetti nefasti di ciò che stava succedendo, avevano già previsto di vendere allo scoperto azioni di società come Cisco, IBM, Dell e di tutto ciò che era collegato al web. Per tutti gli altri operatori, quel giorno era solo il preludio all’ennesimo weekend di goduria. Il lunedì successivo, il tracollo. Il Nasdaq perde il 4% in poche ore e inizia la lunga fase di scoppio della bolla dei tecnologici. Warren Buffett dirà dopo non molto: «Ve lo avevo detto». Oltre dieci anni dopo, la storia sembra ripetersi.

LinkedIn, Pandora, Facebook, Twitter, Groupon, Foursquare, Gilt: tutte società che, o si sono quotate da poco con Ipo (Initial public offering, offerta pubblica di collocamento) spaventosamente grandi o stanno per farlo. L’ultima in ordine temporale è Zynga. Due giorni fa, l’annuncio alla Securities and exchange commission (Sec), la Consob americana. «Zynga Inc. ha annunciato oggi di aver depositato una dichiarazione di registrazione tramite il Modulo S-1 presso l’ente statunitense Sec in relazione a un’offerta pubblica iniziale delle proprie azioni ordinarie di Classe A», dice il comunicato. Goldman Sachs e Morgan Stanley saranno gli advisor per tutta l’operazione della società fondata nel 2007 da Mark Pincus, un giovanotto con un Mba ad Harvard e tanta creatività.

Un miliardo di dollari. Questa è la cifra che, secondo gli analisti, Zynga potrebbe raccogliere con la quotazione, per almeno 15 miliardi di dollari di market value. È lecito domandarsi cosa spinga gli investitori a puntare su una società che ha sfondato con giochi web-based come FarmVille, CityVille o Mafia Wars, cresciuti in seno a Facebook, non senza creare problemi di privacy e spamming fra gli utenti. Guardando i fondamentali della Zynga, si può percepire a pieno tutta la grandezza dell’attuale bolla dei social network. 232 milioni di utenti mensili attivi su 166 paesi, un utile di 90,6 milioni di dollari segnato nell’ultimo esercizio e un incremento del 400% dei ricavi fra 2009 e 2010, fino a toccare quota 598 milioni di dollari.

Meglio è andata a LinkedIn, il social network professionale per eccellenza. Nella sua Ipo ha raccolto 350 milioni di dollari, nel primo giorno ha registrato un +109%, a oggi veleggia al doppio della sua quotazione iniziale, per circa 9 miliardi di dollari di capitalizzazione. Si tratta di cifre monstre per una società che negli ultimi due anni ha dovuto aprirsi al mondo social, anche grazie all’integrazione con Twitter, Wordpress e Facebook, al fine di non perdere quote di mercato. E secondo il Wall Street Journal, l’Ipo per LinkedIn è giunta proprio per rastrellare contanti e non per altri motivi. È questo il primo segnale della bolla? Sì, ma il bello deve ancora arrivare. Se il social network dei curriculum vitae è stato un bel boccone per gli investitori, ha rappresentato solo l’aperitivo.

Wall Street sta aspettando i due pesci grossi, Facebook e Twitter. 700 milioni di utenti registrati la compagnia di Mark Zuckerberg, oltre 200 milioni per quella fondata da Biz Stone ed Evan Williams: sono questi i numeri che fanno tremare analisti, banche d’affari ed economisti. La foga che c’è dietro a questi social network, secondo il sempiterno Buffett, non permette «allo spirito umano di prezzare indipendentemente quanto valgono davvero». In altre parole, sia Facebook sia Twitter posso essere l’ennesimo tassello, forse il più grande della bolla che sta crescendo sempre più. Nelle stime di Goldman Sachs, il market value di Facebook alla sua quotazione potrebbe superare i 150 miliardi di dollari. Fino a pochi mesi fa, si parlava (non senza stupore) di 50 miliardi. E considerato che, come ha ricordato il suo fondatore, Facebook non andrà in Ipo prima del 2012, è probabile che questa previsione salga ancora, magari oltrepassando quota 200 miliardi di dollari. Del resto, se per Groupon, il sito di coupon che si sta espandendo sempre più anche in Italia, le stime sono di un’Ipo da 800 milioni di dollari per una capitalizzazione da 25 miliardi, è evidente che qualche squilibrio sussiste. L’importante è saperli riconoscere, studiarli, capirne i motivi e prepararsi al tonfo quando tutti capiranno l’illusione.

C’è chi vive combattendo contro i trucchi, sfatando miti e miraggi. Uno di questi, oltre al guru di Omaha, Buffett, è il finanziere George Soros, che ha dedicato una grande parte della sua vita allo studio delle bolle speculative. Anche Soros ha espresso, nell’ultima lettera ai suoi investitori, seri dubbi sull’attuale escalation di quotazioni nel sottosegmento tecnologico dei social network. E non ha escluso la possibilità del ritorno di ciò che successe 11 anni fa. Della stessa idea è una delle personalità più influenti sulle tendenze del web, Vivek Wadhwa. Sul Washington Post di ieri, citando l’Ipo di LivingSocial, non ha usato metafore: «La bolla tecnologica sta arrivando, prepariamoci». Eppure, se un processo è innescato, e quello dei social network lo è, è impossibile fermarlo.

Volente o nolente, l’umanità deve continuare a convivere con gli squilibri. I processi boom-bust sono, oggi come duecento o cinquecento anni fa, una delle parte fondamentali del ciclo economico. Essi determinano la solidità o meno di uno Stato, come ha ricordato anche lo storico dell’economia Niall Ferguson. Dalla bolla dei tulipani a quella della Compagnia del Mississippi di John Law, arrivando fino a quella subprime, gli squilibri hanno sempre accompagnato le sorti dell’economia. E ogni volta, si è ritenuto che fosse l’ultima. La storia è piena di proclami dei governanti, come dei regolatori che, commentando lo scoppio di una bolla, annunciano trionfanti di aver trovato la ricetta per evitarle in via definitiva. Il tutto salvo poi, dopo pochi anni, tornare a chiudere gli occhi di fronte alla crescita irrazionale dei prezzi di un bene, tulipano o social network che sia.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

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