Chavez sta male e il Venezuela fatto a sua immagine pure

È di qualche giorno fa l’annuncio di Chavez sulla sua grave malattia. 11 anni di regime potrebbero volgere al termine. Ma non c’è un successore e le opposizioni si organizzano a fatica. Rossana Miranda analizza per Linkiesta un passaggio storico per gli equilibri politici, economici ed energetici...

Chavez
3 Luglio Lug 2011 1627 03 luglio 2011 3 Luglio 2011 - 16:27
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Tutto in tv. Come in quel fatidico 4 febbraio del 1992 Hugo Chávez ammise davanti alle telecamere di essere stato responsabile del fallito colpo di Stato, così la notte di questo 30 giugno il presidente venezuelano ha confermato di essere malato. Gravemente, di cancro. Anche questa volta, il video era in diretta, trasmesso a reti unificate. Quasi venti anni dopo, però, davanti alle telecamere c’è un altro uomo: magro, fragile, devastato nell’animo, insicuro al punto da dovere leggere il suo discorso e balbettare in alcuni passaggi. Il discorso di Chávez è durato soltanto 15 minuti, un minimo storico per lo show man della politica internazionale, che ha abituato il suo paese a intereventi di otto ore in media.

Il ritorno in video del presidente rompe il silenzio in cui si stava consumando storia della sua malattia, cominciata lo scorso 10 giugno, quando Chávez è stato operato di urgenza a Cuba. La prima versione ufficiale parlava di una semplice lesione al ginocchio. Ma dopo, a seguito di un malore improvviso, l'hanno dovuto operare d'emergenza per un “ascesso pelvico”. In realtà si tratta di un tumore, diagnosticato tardi, e due interventi chirurgici non sono bastati per cancellare le cellule cancerogene. Medici tedeschi, russi e spagnoli si sono recati all'isola e da tempo stanno confrontando la soluzione più efficace di terapia. I venezuelani non hanno mai visto Chávez in queste condizioni di sofferenza. Neanche quando era stato rapito e poi liberato da alcuni militari golpisti. Di battaglie ne ha fatte tante. Ha, come si dice, la pelle dura.

Nato il 28 luglio del 1954, Hugo Rafael Chávez Frías è cresciuto in un piccolo paesino del sud-ovest del Venezuela. La ristrettezza economica e le difficoltà sociali hanno segnalato la sua infanzia. A dodici anni, vendeva per strada i dolci fatti dalla nonna per le spese della casa. Hugo è il secondo di quattro figli. Tutti maschi. Il suo sogno di diventare un giocatore della Major League Baseball (negli Stati Uniti!) è stato infranto dalla necessità di trovare un lavoro. L’Accademia militare è stata la scelta più immediata. Il corso di Chávez, dal 1971 al ’75, è il primo in cui si può conseguire la laurea in Scienze e arti militari. Il 5 luglio 1975 si laurea all’Accademia militare, con il grado di sottotenente di artiglieria, specializzato in scienze e arti militari, nel ramo dell’ingegneria.

Nel 1992 Chávez conobbe il fallimento, che però è stato la sua vera fortuna, del colpo di Stato del 4 febbraio, che gli regala un celebre passaggio televisivo in cui rivendica la sconfitta ma annuncia che la rivoluzione è fallita solo per ora ("por ahora"). Dal carcere organizzerà il 27 novembre dello stesso anno un altro golpe. Anch'esso fallito. Nei due anni che ha vissuto nella prigione di Yare sono stati di riflessione e preparazione per quello che poi è diventato il suo lancio nello scenario della politica. Una formazione che si installa sulle letture degli anni dell'accademia, presso il suo primo mentore, Ruiz Guevara, alla cui casa torna spesso durante le vacanze. Così a Bolívar e Páez, oltre a Zamora, Marx e Machiavelli, vanno ad aggiungersi i classici della letteratura militare come Von Clausewitz e Napoleone, e anche Mao. Un cocktail culturale eclettico nella testa di un militare di un paese caraibico.

Aver preso la responsabilità della rivolta militare in un paese dove è inusuale mettere la propria faccia, e avere ammesso la sconfitta è stato determinante per trasmettere l'idea di un uomo forte e responsabile. La popolazione ha riconosciuto in lui una natura politica diversa dalle altre, lo ha appoggiato. Senza nessun partito politico tradizionale alla base (o forse proprio per quello), il paracadutista venezuelano divenne il candidato presidenziale più amato e controverso nelle elezioni di dicembre del 1998. Prometteva un rinnovamento della classe dirigente, afflitta dalla corruzione, più giustizia sociale ed economia. In uno dei paesi con le riserve petrolifere più grandi del mondo e grande diseguaglianza.

Il ricambio c'è stato, la corruzione è restata, l'uguaglianza è un rabbioso miraggio. La domanda se il regime di Chávez sia una dittatura si impone ripetutamente, sia dentro che fuori dal Venezuela. La risposta, per fortuna, è negativa. Ma, purtroppo, solo in parte. Non c’è un solo partito, le elezioni sono formalmente libere, l’opposizione ha i propri spazi, non c’è una militarizzazione totale della società. Ma Chávez ha ripetutamente piegato la Costituzione ai suoi fini personali, per restare al potere a vita, il Parlamento è da anni in mano ai chavisti che, anche con leggi speciali, hanno nazionalizzato in chiave socialista il paese, rendendolo inospitale a gruppi etnici e sociali estranei al processo bolivariano, con una esclusione sociale dei cittadini non chavisti – con liste di proscrizione – e il controllo autoritario sui media.

A metà del suo cammino, almeno quello finora fatto, il presidente era già stato messo a dura prova. Nell'aprile 2002 era ai minimi storici di popolarità, perché non stava giocando bene la partita petrolifera e c'era molta tensione, anche violenta, con l’opposizione e ampie fette di opinione pubblica. Nella notte dell’11 aprile del 2002 ci fu un brutto pasticcio: Chavez fu destituito da un golpe militare di ufficiali appoggiati dalla Confindustria locale, benedetti dalle sfere cattoliche, con il plauso di opposizione, alcuni sindacati, Usa ed Europa, soprattutto la Spagna. Ma il golpe, dal volto immediatamente autoritario, è fallito tre giorni dopo, regalando a Chávez una nuova vita politica. Una delle tante volte in cui è morto e poi risorto.

Il Venezuela è una terra piena di paradossi. Negli ultimi 10 anni Chávez ha vinto 14 tornate elettorali su 15 (ha perso unicamente il referendum per la riforma costituzionale del 2 dicembre del 2007), ma il suo governo ha bisogno di spinte totalitarie per governare, rischiando di compromettere i principi liberali di vita democratica che il paese si merita. Pluralismo, rispetto dell’opposizione, diritti civili, liberà d’informazione. Sebbene le missioni sociali abbiano ridotto considerevolmente l’indice di povertà estrema, e offrano un minimo di servizi sanitari e di istruzione alla popolazione con poche risorse, il governo di Chávez opera contro chi non condivide il suo pensiero e la sua ideologia.

Negli ultimi anni sono state chiuse tv e radio, montando una campagna di demonizzazione contro le reti dissidenti e attaccando anche Internet, perché non possono esistere – dice il caudillo – siti dove qualcuno è libero di criticare il governo. Per i critici e l’opposizione, Chávez sta trasformando il Venezuela in una nuova Cuba, dove l’ideologia politica domina tutti i settori della società, le risorse del paese vengono spese per motivi geo-politici e alle vecchie elite si è sostituita una nuova elite, militarizzata e politicizzata, che controlla il paese riducendolo ad uno stato oligarchico e demagogico dove la casta chavista comanda nel nome, presunto, del popolo venezuelano.

Si dice che Fidel Castro abbia scelto Hugo Chávez come possibile successore della leadership di sinistra latinoamericana. Tra Evo Morales della Bolivia, Rafael Correa in Ecuador, Daniel Ortega in Nicaragua e recentemente Dilma Rousseff in Brasile, il presidente venezuelano è stato sempre quello più vicino al pensiero e all’azione concepita dal cubano. Ma a differenza della rivoluzione cubana, il bolivarismo (cioè chavismo travestito di più alti ideali, quelli del Liberatore Simon Bolivar) era un progetto continentale, d’integrazione della regione. Chavez ha provato a portarlo avanti aumentando gli scambi commerciali, culturali, mediatici, tra i paesi fratelli (politicamente, ovvio). Ma, per ora, sta fallendo. E, ironia del destino, il capo di Stato venezuelano si trova nella stessa condizione di convalescenza dell’ottantenne cubano. Con la verosimile possibilità che si veda costretto a lasciare il potere a suo fratello. Altro vero e proprio remake cubano.

Il discorso sulla malattia ha messo sul tavolo ufficialmente il problema del chavismo senza Chávez. Un problema difficile, perché il progetto del Socialismo del XXI secolo voluto da Chávez è basato su un’unica figura, non solo dal punto di vista simbolico, ma anche operativo. E ideologico, in un certo senso. È Chávez la mente e il braccio della rivoluzione bolivariana. Basta vedere come cambia costantemente nel tempo il suo entourage per capire che non ha un gruppo di alleati su cui fare affidamento. Mentre Chávez combatte contro la malattia, è guerra politica all’interno del chavismo. Non esiste una figura solida che possa contare, da sola, sull’appoggio della maggioranza. Essa è composta da tre frazioni: la prima condotta da Elias Jaua, vicepresidente e Nicolas Maduro, ministro degli Esteri; la seconda da Adan Chávez, fratello del presidente, docente ed ex-ambasciatore del Venezuela a Cuba; l’ultima da Diosdado Cabello, compagno militare di Chávez dai tempi della rivolta del 1992. Fonti vicine al governo sostengono che nelle prossime settimane il presidente Chávez si dichiarerà temporalmente inabilitato per governare e lascerà la presidenza al mando del vicepresidente, in questo momento Elías Jaua, ma che probabilmente sarà tra poco al fratello Adan.

Intanto l’opposizione si prepara, sa che questa opportunità è d’oro. Una campagna elettorale senza il presidente Chávez è l’unica chance per mettere fine all’egemonia del chavismo, da 11 anni al potere in Venezuela, nelle prossime elezioni presidenziale del 2012. Anche l'opposizione però ha problemi di coesione e non c'è un progetto forte. I candidati alla leadership dell'opposizione sono sei: Henrique Capriles Radonski, governatore della regione Miranda e leader del partito di destra Primero Justicia; Pablo Pérez, governatore della regione Zulia, leader del partito Un Nuevo Tiempo; Manuel Rosales, fondatore del partito Un Nuevo Tiempo, è rifugiato politico in Peru dal 2009; María Corina Machado, deputata dell’opposizione; Antonio Ledezma, sindaco di Caracas e Leopoldo López, giovane economista, fondatore del partito Voluntad popular. Purtroppo, come sempre in America latina, l'ago della bilancia può farlo la politica, ma la bilancia è in mano ai militari. 

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