La sfida degli hacker: «Ci arrestate e noi attacchiamo»

#Antisec , il movimento di pirati informatici non si ferma. Su Twitter rivendica gli attacchi agli atenei, apre una chat pubblica per la polizia postale, risponde per le rime al rettore della Sapienza che nega di aver subito danni. E promette di tornare a colpire, magari di nuovo nel mondo accade...

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8 Luglio Lug 2011 1528 08 luglio 2011 8 Luglio 2011 - 15:28
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#Antisec va avanti imperterrito. Il movimento creato dai famigerati hacker di LulzSec per coordinare tutte le operazioni di attacco informatico contro multinazionali e governi non vuole fermarsi. Anzi, rincara la dose: «Le università sono solo l’antipasto» assicurano i “ridacchianti”.

Sul profilo Twitter da cui è partita la rivendicazione del blitz ai danni degli atenei italiani, e dal quale è ancora possibile accedere ai torrent con i quali scaricare i dati sensibili “prelevati”, è tutto un florilegio di sfottò e provocazioni. Stamattina è stata addirittura attivata una chat pubblica per spiegare al mondo come e nato il movimento italiano, con tanto di “invito vip” per gli agenti della polizia postale. Ma non mancano gli sberleffi nemmeno per i media nazionali: «Arrestati i capi di Anonymous in Italia? – si legge sempre sulla pagina Twitter LulzSecITALY - Da noi non esistono capi».

Ma chi sono questi hacker che, come dice il loro stesso nome, se la ridono di gusto alle spalle di chi minimizza la portata dei loro attacchi? I principali gruppi appartenenti al movimento “#Antisec” sono Anonymous, LulzSec, per l’appunto, e gruppi minori come i neonati lulzstorm, quelli che due giorni fa hanno “bucato” i sistemi delle università italiane. A scatenare l'offensiva, spiegano, sono stati proprio gli arresti e le denunce ai danni degli “Anonimi” italiani incriminati per gli attacchi informatici messi a segno nelle ultime settimane contro Senato, Camera, e Governo, ma anche grandi gruppi industriali come Eni, Finmeccanica, Unicredit, Mediaset, Rai, e Telecom. Tutti quanti a vario titolo “colpevoli”, secondo il giudizio degli hacker, del regime di costrizione in cui verserebbe il web in Italia.

Quelli messi a segno di recente sono attacchi molto semplici per hacker esperti: non servono grandi sforzi né grandi numeri, come invece avveniva in passato, e soprattutto non servono strutture tecnologiche particolarmente potenti. Ciononostante, questi attacchi sempre più “home made” si rivelano particolarmente efficaci, specialmente quando si tratta di avere accesso a dati sensibili. Proprio come avvenuto nel caso degli atenei italiani, dai cui sistemi sono stati prelevati nomi, cognomi, e-mail con tanto di password, e così via. Gli atenei messi sotto scacco dagli hacker sono stati quelli di Bologna, Antoniano e Unibo, Cagliari, Milano, con Politecnico, Bocconi e Bicocca; ma anche Bari, Foggia, Lecce, Messina, Modena, Napoli, Pavia, Roma, Salerno, Siena, Torino e Urbino.

Le risposte delle università sono state tutte ottimisticamente tese a minimizzare gli effetti delle infiltrazioni. Unibo dichiara ad esempio che le password che appaiono nel file degli hacker non sono quelle istituzionali, ma solo quelle che venivano utilizzate dai docenti per aggiornare le informazioni sui propri corsi, e nulla più. Il Rettore della Sapienza, Luigi Frati, assicura invece che non è stato rubato nulla di rilevante: «Abbiamo una facoltà di Ingegneria Informatica e statistica che non ha eguali, e di questo vado molto fiero – ha dichiarato il Magnifico Rettore del primo ateneo romano – Era accaduto anche qualche tempo fa che provassero ad entrare nei nostri database».

La replica degli hacker, ancora una volta, è arrivata on-line a stretto giro di posta all’insegna dello sberleffo: «Tranquilli, ragazzi, ci hanno solo preso tutte le password. Con noi siete in una botte di ferro» scrivono gli hacker canzonando le rassicurazioni dei rettori di mezza Italia. Intanto i file contenenti password e indirizzi, numeri privati e molto altro sono ancora on-line a disposizione di chiunque. Negli ultimi due giorni, fanno sapere voci interne, ci sono stati migliaia di download effettuati dagli archivi delle Università proprio grazie ai dati resi pubblici. Ed è esattamente questo il messaggio che gli hacker vogliono lanciare ai destinatari dei loro attacchi, ma soprattutto ai legittimi proprietari dei dati personali compromessi: invece di minimizzare la portata di quello che facciamo, preoccupatevi di garantire una maggiore sicurezza ai vostri dati.

Da voci interne al gruppo, intanto, si mormora di prossime azioni in programma, e non si esclude che al centro del mirino possano esserci nuovamente gli atenei che ieri hanno fatto spallucce.  

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