Debito, l’Economist ci salva: ecco perché l’Italia è ok*

L’asterisco rimanda a una postilla ironica: «*probabilmente. Questo non deve essere letto come un consiglio di investimento. Lo spread delle obbligazioni può andare su, giù, di lato o anche assomigliare a un piatto di spaghetti». L’Economist mette in copertina l’Italia e parla di «rischio per l’e...

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13 Luglio Lug 2011 2207 13 luglio 2011 13 Luglio 2011 - 22:07
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Professor Ugo Arrigo, l’Economist nel suo Daily chart prende in considerazione quattro variabili e, nella classifica dei peggiori debiti pubblici, dice che non siamo poi messi così male. Come la vede?
Sono d’accordo. Anche se è più facile interpretare il senso generale che la freddezza dei numeri. Alcuni di questi, per esempio, non capisco come siano calcolati. Mi riferisco in particolare al debito italiano indicato al 100,6% sul Pil. In realtà, è attorno al 120. E anche togliendo il prestito alla Grecia e il deposito presso la Banca d’Italia, il conto non mi torna. Comunque, credo anch’io che ci siano Paesi messi peggio del nostro, anche se forse nella classifica vedrei l’Italia meno distante dalla Spagna. Non so come l’Economist abbia pesato le quattro variabili che prende in considerazione (tutte importanti, anche l’ultima, la durata media del debito: perché più è breve peggio è, visto che lo Stato si trova a dover rimborsare prima i creditori). Comunque, in generale, i conti italiani sono a posto. È l’Italia a non esserlo.

In che senso?
Nel senso che nel breve e nel medio periodo pericoli reali, cifre alla mano, non ce ne sono. Nel lungo sì, se si continua a non fare scelte di riforma vere, ma interventi di mera contabilità, da ragionieri invece che da governanti.

Ma quello che è successo nell’ultima settimana, allora?
Vede, se i mercati internazionali percepiscono un Paese come pericoloso, lo fanno diventare pericoloso per davvero. Sono profezie che si autoavverano. Se pensano che alla scadenza dei titoli ci sarà incapacità da parte dello Stato a rimborsarli, perché non ci saranno abbastanza sottoscrittori disposti a comprarne di nuovi, si diffonde il panico. E le variabili per la valutazione sono abbastanza eterogenee. Circa un anno fa io credevo, dato il nostro debito pubblico oggettivamente alto, che si verificassero le tensioni che abbiamo visto in questi giorni. Invece, allora, i mercati erano attenti solo al disavanzo nel periodo. Noi avevamo il migliore dell’eurozona, mentre altri Stati che avevano dovuto operare il salvataggio delle banche erano in affanno, e entrarono nell’occhio del ciclone. Tutti allora guardavano al deficit. Stavolta sono tornati a guardare al debito. E l’instabilità del quadro politico italiano ha dato la sensazione che la nave italiana fosse troppo mal guidata per poter reggere, vista la pesantissima zavorra del debito che ha nella stiva.

Ma le responsabilità di chi sono?
Le disgrazie del Tremonti di oggi sono figlie del Tremonti di ieri, quello di inizio millennio. Allora ha interrotto la politica di liberalizzazioni e privatizzazioni iniziate negli anni Novanta. C’è stato un momento, alla fine dei governi di centrosinistra, nel 2001, in cui, per la verità anche grazie  all’extra introito della cessione delle licenze Umts, siamo andati vicini al pareggio di bilancio, con il disavanzo sul Pil molto sotto all’1%. Se avesse proseguito su quella strada, oggi saremmo messi molto meglio e in questa recessione avremmo potuto fare politiche più espansive, che invece ci sono state precluse. “Liberalizzazione” e “privatizzazione” sono state due parole completamente dimenticate. Lo Stato è tornato interventista. Oggi, come per miracolo, quelle parole le ha ritirate fuori, ma fino a ieri Tremonti si comprava le banche del Sud…

Lei cosa proporrebbe di fare?
Dobbiamo vendere le aziende di Stato: Eni, Enel, Finmeccanica e compagnia. Ma dico di più. Per calmare i mercati internazionali basterebbero anche due gesti più simbolici. Privatizzare, almeno in parte la Cassa depositi e prestiti e la Rai (almeno per tutta quella parte che non è servizio pubblico, ma tv commerciale). Sarebbe un bel segnale. In Italia abbiamo davvero una curiosa concezione della concorrenza. I rilievi dell’Antitrust sono disattesi. Su Poste e trasporti non esiste un’autorità indipendente. Sulla televisione, ancor più che un oligopolio come si diceva sempre, abbiamo in realtà avuto, almeno fino all’arrivo di Sky, due monopoli, uno del canone e uno della pubblicità. Questo agli occhi dei mercati internazionali fa capire che non vogliamo essere virtuosi.

Quindi la sua ricetta sono liberalizzazioni e privatizzazioni?
Io sono effettivamente molto liberista. Ma conosco anche molto bene la Francia, un sistema dove lo Stato è ben presente. Ma in Francia non c’è un Bisignani a pilotare le nomine, non c’è un Marco Milanese. Nel pubblico ci sono grandi manager formati in scuole d’eccellenza. Basta confrontare il management di Air France con quello di Alitalia… Avete presente uno come Jean-Cyril Spinetta? Ha iniziato come responsabile di dipartimento al ministero dell’Educazione. Non mi aspetto che a rivoluzionario lo Stato italiano o a gestire complesse fusioni tra compagnie aeree sia un capodipartimento della Gelmini…

Ma, tornando all’Economist?
Come le dicevo, mi sembra un’analisi condivisibile, dal lato dei conti. A occhio mi ritrovo nella loro conclusione rassicurante. Negli ultimi mesi non c’è stato nessun peggioramento del quadro economico italiano. C’è solo una compagine di governo più litigiosa. E una Manovra, quella di Tremonti, adeguata nella somma totale (anche se dilazionata in oltre un biennio) ma che non lascia intendere nessun segnale, nessun disegno vero di riforma, e prosegue solo sulla linea dei tagli e dei risparmi contabili. Questo ha provocato tensione sui mercati. Direi più il primo aspetto del secondo. Perché dall’estero ho l’impressione che ci si limiti a valutare l’impatto totale delle finanziarie e non se sono stretegiche; se sono di rilancio o regressive. Quella è più una cosa che scoccia i cittadini, e in particolare chi, essendo lavoratore dipendente, non può evadere le tasse ed è costretto a subire una pressione fiscale record. All’estero adesso vedono negativamente soprattutto l’instabilità del governo. Questa situazione fa mettere sotto la lente di ingrandimento tutte le criticità del Paese, e un debito ingente come il nostro, in queste condizioni politiche, con un timone non saldo, spaventa. Ma, ripeto, a livello di stabilità dei conti italiani nel breve e nel medio periodo problemi reali non ce ne sono. Siamo sul sentiero che ci è stato chiesto dall’Europa e abbiamo recuperato più del previsto nell’ultimo anno – oltre 7 decimi – sul disavanzo. Senza contare che il valore dell’attivo patrimoniale pubblico è grande più del debito. Quindi, non saremmo debitori insolventi in ogni caso. Tra imprese pubbliche e patrimoni immobiliari, vendendo tutti i cespiti, il patrimonio supera il debito. Si stima che il rapporto sia 1,3 a 1. Anche se Tremonti di questo non parla mai…

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