La manovra di Tremonti benedice il fallimento dell’Italia

Tasse, tasse e ancora tasse su chi lavora e produce. Michele Boldrin, docente di Economia a alla Washington University di Saint Louis, spiega così la sostanza della manovra economica del Governo, che pochi istanti fa ha incassato la fiducia della Camera con 316 sì, 284 no e 2 astenuti. Niente tag...

Tremonti Mano 3
15 Luglio Lug 2011 2200 15 luglio 2011 15 Luglio 2011 - 22:00
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Dal poco che ci è dato comprendere, il provvedimento confuso approvato giovedì 14 Luglio dal Senato sembra essere sia l’opposto di ciò di cui il paese ha bisogno sia la prova provata che Giulio Tremonti è incapace di mettere in pratica ciò che predica. Che tale incapacità sia dovuta a incompenteza propria o a restrizioni politiche o a una combinazione delle due cose, non fa differenza a fronte della gravità del risultato.

La chiave interpretativa di quanto approvato è semplice: tasse, tasse, tasse e poi ancora tasse su chi lavora e produce. Di tagli della spesa quasi non se ne parla; di eliminazione degli sprechi pubblici e dei privilegi, nemmeno; di razionalizzazioni e riforme per rilanciare la crescita, meno ancora. Questa cosa, se approvata ed applicata, farà male all’economia italiana per molti anni a venire. Sono disposto anche a scommettere che non risolverà in nulla e per nulla i drammatici problemi di deficit e debito con cui combattiamo da oramai due decenni. La ragione per tale predizione è banale: la macchina politico-amministrativa e l’impalcatura economica “peronista” che generano deficit e debito escono intatti, anzi forse rafforzati, da questo provvedimento. Sottolineiamo anzitutto la natura raffazzonata del medesimo, che è venuto mutando forma e natura nell’arco di una settimana in un’atmosfera di emergenza della quale – al di là dei suoi aspetti reali – è opportuno evidenziare anche l’artificialità e l’utilizzo strumentale che ne è stato fatto.

Tutto ciò è rilevante perché, meglio di mille analisi tecniche, prova l’impreparazione con cui il ministro dell’Economia si è presentato all’appuntamento con quello che egli, nel suo aulico affabulare, ha ieri chiamato “destino”. Dopo undici anni di reiterate promesse ed innumerevoli (e costosi) studi, dopo tre anni di assicurazioni che i conti pubblici ed i risparmi degli italiani erano stati messi – con mosse così astute da risultare invisibili oltre che inefficaci – “in sicurezza”, sembrava ragionevole aspettarsi che Giulio Tremonti sapesse almeno cosa fare. In particolare, sembrava legittimo aspettarsi che lui e i suoi profumatamente (anche post-manovra) stipendiati tecnici avessero in tasca una rivoluzionaria riforma della fiscalità e della spesa pubblica che togliesse di mezzo i due massicci che bloccano la crescita economica del paese: spreco della spesa pubblica ed un fisco rapace solo con chi lavora e produce.

Abbiamo avuto solo un gigantesco aumento delle imposte, variamente mimetizzato, su chi lavora, investe e produce. Vi è, anzitutto, la generica delega al governo d’eliminare (sino ad un 20%, nel 2014) detrazioni e deduzioni fiscali a seconda della bisogna. Vale la pena notare che, nel 2009, le deduzioni e detrazioni in questione ammontavano a circa 74 miliardi di euro, il 20% del quale fa almeno 15 miliardi di tasse in più. Vi è poi la tassa patrimoniale, mascherata da imposta di bollo sul deposito titoli, il cui gettito è impossibile stimare perché la misura iniziale è stata ora modificata e soprattutto perché i risparmiatori reagiranno fuggendo da quella particolare forma di risparmio (Amato, nel 1992, fu più astuto: prese di notte dai conti correnti in essere).

Il blocco dell’adeguamento delle pensioni all’indice dei prezzi altro non è se non un’imposta a venire il cui ammontare è uguale al tasso d’inflazione il quale viene deciso in parte dalla Bce e in grossa parte dall’esecutivo che determina prezzi amministrati, Iva ed accise. Le quali, ovviamente, vengono aumentate in modo permanente, ma queste son quisquiglie. Come, forse, può apparire una quisquilia la riduzione della quota di ammortamento finanziario deducibile: chiedetelo a chi gli investimenti li deve fare e per il quale tale norma altro non implica che un aumento delle imposte sugli utili. Consisteva in un aumento, in parte effettivo ed in parte potenziale, d’imposte anche la panzana d’alcuni mesi fa, il cosidetto “federalismo”. Ma la sua potenzialità impositiva si realizza pienamente solo con questa manovra: come penserete faranno fronte gli enti locali al drastico taglio dei finanziamenti statali? Aumentando le imposte locali sino al massimo possibile, ovviamente, ed imponendo tariffe aggiuntive per questo e quell’altro servizio, obbligatorio perchè monopolizzato. La qual cosa ci permette di porci l’interessante domanda teorica: dato che la sanità pubblica viene finanziata a mezzo di imposte sul reddito, l’aumento dei vari “ticket” sulle prestazioni sanitarie consiste in una variazione di prezzo o in una tassa? Fermiamoci qui, anche se le pieghe dell’editto infame ne contengono anche altre di gabelle.

Rimangono intatti tutti i privilegi della casta – apprendiamo con sollievo che Irene Pivetti potrà continuare a godere dei due addetti stampa che le spettano vita natural durante –  e tutti i costi dell’apparato centrale dello stato (quella Pubblica amministrazione i cui salari reali sono cresciuti, come ci ha informato l’ultima relazione del Governatore, di circa il 27% in otto anni, mentre quelli di insegnanti ed addetti al settore sanitario pubblico crescevano del 2%).

Le eterne privatizzazioni vengono annunciate ma rimandate al dopo elezioni (per evitare che il sostituto di Milanese non possa più distribuire poltrone nei consigli d’amministrazione che controllano circa 1/5 dell’economia italiana e una percentuale ben maggiore della borsa valori). I circa 40 miliardi di sussidi o contributi alle imprese pure rimangono intoccati ma, per compensare, tale rimane l’Irap, l’imposta più dannosa allo sviluppo economico. Perché mai, in un paese che non cresce da più di un decennio, dovremmo smettere di tassare le imprese produttive e di sussidiare quelle inefficienti? Questo potrebbe provocare crescita economica ed in Italia, ci hanno spiegato, stiamo già meglio degli altri così.

A fronte di questa, per una volta vera, macelleria sociale, appaiono sorprendenti le reazioni di quei commentatori che, come nel lontano 1992, si rallegrano d’aver evitato il peggio, mentre il peggio è stato ancora una volta sanzionato. L’idea che un paese come l’Italia possa fare default sul proprio debito è ridicola e la creazione di situazioni di “panico” come quella dei giorni scorsi è solo frutto di una politica razionalmente dissennata che gioca ad ignorare i problemi in modo tale da poter avere, quando questi appaiano drammatici, mano libera per operare senza il controllo dell’opinione pubblica.

La questione è sempre stata, dall’adozione nell’euro in poi, non “se” avremmo fatto default o meno ma di “come” avremmo affrontato la questione deficit e debito. Perché è quel “come” che determina sia la crescita futura, sia la distribuzione del reddito, sia la qualità della vita di noi tutti, sia, infine, la giustizia o l’ingiustizia del sistema in cui viviamo. Il “come” approvato ieri dal Senato con il consenso, implicito o esplicito fa poca differenza, dell’intera casta e la benedizione di Giorgio Napolitano, è uno dei peggiori possibili. Fa amarezza dover ammettere che la miglior sintesi di quanto sta accadendo stia in un titolo del quotidiano spagnolo El Pais: «El senado italiano aprueba el ajuste que golpea a las familias y sube los impuestos - Il senato approva la manovra che colpisce le famiglie e alza le imposte». 

*Department of Economics - Washington University in Saint Louis

 

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