Vicolo cieco Italia: sembriamo un paese socialista dopo la caduta del Muro

Assomigliamo a un paese del socialismo reale, ma senza welfare. Niente politica di crescita, tasse incrementate, e popolazione salariata di fatto trasformata in una massa di pecore pagatrici. Tuttavia, la piazza spinge la politica verso un vicolo cieco: nell’impossibilità di riformare il sistema,...

2 Palazzo Montecitorio
18 Luglio Lug 2011 0907 18 luglio 2011 18 Luglio 2011 - 09:07
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La manovra finanziaria sancisce la caduta dell’Italia in una situazione di “default bianco”: niente politica di crescita, tasse incrementate, e popolazione salariata di fatto trasformata in una massa di pecore pagatrici. Prevale su tutto una sensazione scomoda di guerra tra bande: tra caste, ordini professionali, rendite più o meno assicurate, pensioni ingiuste, alla fine a rimetterci sono i fuori-casta. Insieme alle finanze pubbliche, crolla il senso di nazione: dallo stato responsabile siamo passati allo stato profittatore, che anziché perpetuare l’idea di “cultura nazionale” si spende per interessi frammentati. Diminuiscono i finanziamenti per gli asili, i malati si devono pagare la sanità, sui “patrimoni” da 150.000 euro (un monolocale in città) viene applicata una tassa di centinaia di euro, i giovani non avranno pensione – e sono trattati alla stregua di ingenui imbecilli.

Danno fastidio le ultime scelte del parlamento di salvare i privilegi degli eletti – parola che perde ogni giorno del suo senso democratico-rappresentativo, per acquisire una luce fulgida da mitologia eroica. Qualcuno è scettico: detti privilegi sono molto poco in termini finanziari. Sono critiche che rispecchiano i tempi sia nel merito, che nel contenuto. Non sono tanto i soldi (o non sono solo i soldi) a far indignare, quanto il principio. Ancora, il gruppo al potere si difende a spese degli altri.

Gli italiani sono pazienti. Si fanno fare di tutto. Si fanno aumentare le tasse. Consentono alla spesa pubblica di arrivare al 52,5% del prodotto nazionale (Germania: 44%; Stati Uniti: 38,9%), e si disinteressano del modo in cui questi soldi vengono spesi. Alla notizia che i barbieri della camera ricevono 11.000 euro a testa al mese; alla notizia che il ragioniere della camera riceve oltre 230.000 euro l’anno di stipendio; al prolungamento dei rimborsi ai partiti per tutta la legislatura anche in caso di nuove elezioni, a parte un minimo di indignazione, non succede mai nulla. Gli italiani accettano che i soldi del loro lavoro vengano mal spesi.

È questa un’epoca di cambiamento? Le monetine tirate a Parma contro la giunta in aria di corruzione sono il preambolo di un nuovo Hotel Raphael? Emergerà qualcosa dall’Onda Viola e dai tanti movimenti spontanei che stanno sbocciando nella penisola? Il rischio vero, unico, forte è che si precipiti in una nuova impasse da “Seconda Repubblica”, con una presenza populistica possibilmente più forte e svilente di quella degli ultimi vent’anni. Il problema non è la politica, ma la polis: quali sono le aspettative della gente, se mai si dovesse cambiare sistema? L’epica del precariato, con il suo corollario di pretese e proteste, non è una tensione verso la modernità. Lamentarsi per avere il posto fisso, in queste condizioni storiche, non porterà il paese da nessuna parte. Ci potrà essere cambiamento solo se all’Italia sarà consentito di sfruttare davvero le proprie risorse economiche e imprenditoriali. L’Italia non è precipitata in una crisi da “economia capitalista” (liquidità e ritorno del capitale), ma in una crisi da “economia socialista”: incapacità di generare ricchezza, costo del lavoro in ascesa, inflazione, e soprattutto gruppi di potere che gestiscono la ricchezza in base a meriti “sociali”, più che professionali.

Eliminare i fardelli burocratici alla libera impresa e le limitazioni enormi per assumere persone rappresenterebbero davvero la volontà di rompere gli assetti pre-costituiti, ed è verso questi obbiettivi che le proteste si dovrebbero rivolgere. La sinistra deve finalmente accettare che tra “competenza” ed “eguaglianza”, la prima qualità deve ricevere maggiore attenzione. Non ne usciremo con il “posto fisso”, perché non c’è sufficiente ricchezza: c’è stata solo per un periodo, tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta, quando l’Italia aveva pochi concorrenti mondiali. Continuando a opporci alle liberalizzazioni, stiamo facendo scontare tutti i problemi ai giovani, ai meno istruiti (ma anche ai neolauereati), a chi è appena uscito da aziende fallite. Al posto del dualismo “posto fisso” contro “contratti a progetto”, è necessario introdurre un “contratto giusto”, con garanzie per chi lavora, e possibilità di licenziare per chi dà lavoro, in caso di basso rendimento. Stiamo attraendo dall’estero capitale solo per acquistare monopoli nazionali, o per far spuntare come enormi funghi nuovi recapiti per i marchi della distribuzione organizzata. Non abbiamo finanza d’impresa per far nascere nuove idee: la nostra politica industriale è come un contraccettivo metodico contro la fertilità aziendale.

Ma se si continua a protestare per il posto fisso, per la difesa dell’articolo 18, per la statalizzazione dei servizi, l’unica situazione in cui possiamo atterrare è quella della crescita delle tasse. I precari sono le vittime e gli artefici di questa situazione. Alla fine, la piazza spinge la politica verso un vicolo cieco: nell’impossibilità di aprire il sistema, si aumentano le imposte. Protestare contro questa scelta è inutile, visto che opporsi alla manovra, senza un vero piano economico per il futuro, porterebbe al default – e sarebbe un default “vero” e irrecuperabile, nulla al confronto del “default bianco” che gli italiani dovranno subire nei prossimi decenni.

La colpa di questa situazione non è della politica, ma del popolo. Se vogliamo evitare di precipitare di nuovo in uno stallo, come nei primi anni Novanta, l’unica strada possibile passa attraverso la maturità nazionale: è con un cambiamento di cultura che può nascere una nuova Italia. C’erano già queste speranze vent’anni fa, dopo aver annusato negli anni Ottanta il benessere economico, ma sono state intercettate da abili campagne di marketing, strozzate in un “bipartitismo” che esisteva solo sulla carta, e affogate in un mare di misure che alla politica preferivano la continua, estenuante, miope mediazione.

È un periodo fertile per novità, ma soprattutto per rischi incontrollabili. Sta emergendo uno stato debole, che non ha controllo sul territorio, in cui le linee di demarcazione tra regola, politica, interesse e privato stanno scomparendo. Dopo un lavoro attento, spudorato e meticoloso da parte di alcuni gruppi d’interesse, non c’è più il senso di fiducia che è alla base dello spirito di “nazione”, Non è mai tardi per correggere la situazione, se alla logica del sospetto si sostituirà la solidarietà, perché è solo con essa che si esce dalle crisi. Ma questa solidarietà deve percorrere la via obbligata dell’apertura economica: le nuove risorse, i giovani, gli imprenditori devono ricevere la fiducia del popolo nella capacità di generare ricchezza.

La nostra “crisi socialista” è paragonabile a quelle dei regimi dell’area sovietica nella seconda metà degli anni Ottanta. I paesi che si sono impegnati in ristrutturazioni rapide ne sono usciti fuori in fretta, come in Cina o in Repubblica Ceca. In Russia, l’incapacità di gestire il cambiamento ha fatto esplodere un’immane guerra tra bande, che ha trascinato con sé tutto il paese, e ha dato il via a governi “necessariamente” autoritari. In altri casi, come in Serbia, la spinta etnica-localista ha portato al conflitto e alla morte.

Da che parte vogliamo stare noi? 

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