Lo spread torna a salire ma è davvero colpa di Roma?

È finito l’effetto del Consiglio europeo di giovedì scorso. Lo spread fra titoli di Stato italiani e tedeschi torna sopra quota 300 punti base. E il Tesoro domani andrà in asta. Ma i problemi di Roma riflettono tutta l’incertezza che gli investitori hanno verso l’eurozona.

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27 Luglio Lug 2011 1600 27 luglio 2011 27 Luglio 2011 - 16:00
Messe Frankfurt

La tensione sui titoli di Stato italiani non cala. Anche oggi il differenziale di rendimento fra i Btp e i Bund tedeschi è sopra quota 300 punti base. Ma, prima di invocare la speculazione, occorre fare un passo indietro e vedere in che modo l’Italia scenderà sui mercati nei prossimi mesi. Revocata la collocazione di bond calendarizzata per la metà di agosto, il Tesoro ora diventa l’osservato speciale. I problemi dei tassi d’interesse a cui Roma deve scendere sui mercati, tuttavia, risentono più della crisi dell’eurodebito, piuttosto che delle criticità italiane, non certo poche.

Gli investitori in titoli di Stato di via XX settembre sono nervosi. Lo si evince dai rendimenti che chiedono, in costante crescita negli ultimi due mesi. L’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la cancellazione delle aste previste per metà agosto. Secondo il Tesoro «l’ampia disponibilità di cassa e le attuali ridotte esigenze di finanziamento» sono le due motivazioni dietro alla scelta di non scendere sul mercato. E tutti a invocare il default italiano. Ma è davvero così? Non proprio.

Le esigenze di cassa italiana non sono poche. Fra 2011 e 2013 vanno a maturazione 546,8 miliardi di euro. Nel calcolo, compiuto dal Tesoro, sono compresi tutti i titoli di debito emessi dall’Italia. Sono quindi presenti i Buoni ordinari del Tesoro (bond senza cedola della durata massima di 12 mesi), i Buoni del Tesoro Poliennali (bond con cedola e scadenza superiore ai 12 mesi), i Certificati di credito del Tesoro (bond con scadenza a 7 anni e indicizzati al tasso interbancario Euribor a 6 mesi) e i Certificati del Tesoro zero-coupon (bond senza cedola con maturazione a 24 mesi). Nonostante ciò, come spiegano fonti di via XX settembre a Linkiesta «non è necessario per l’Italia andare sul mercato con tassi che non rispecchiano la solidità del nostro Paese». Meglio quindi attendere che le acque si plachino per poi essere di nuovo della partita.

Lo spread, ovvero la differenza di rendimento, fra i titoli italiani e i corrispettivi tedeschi, storico benchmark di solidità, continua a salire. Si è tornati ai livelli del 19 luglio scorso, ma il quadro generale, rispetto a quel giorno, è mutato. In mezzo abbiamo osservato il salvataggio di Atene, il secondo dopo quello del maggio 2010, e il potenziamento del maxi fondo European financial stability facility (Efsf), che potrà agire sui mercati secondari come un normale veicolo d’investimento. Tuttavia, non si placano i timori sull’insolvenza ellenica e sulle modalità di ristrutturazione del debito. Di pari passo stanno aumentando tutti gli spread nei Paesi periferici dell’Europa, non solo quelli italiani. È il contagio ellenico che estremizza i tassi d’interesse a cui dobbiamo collocare i nostri titoli di debito? L’impressione è che sia così.

Fra oggi e domani l’Italia scenderà nuovamente sui mercati. Oggi lo ha fatto con un’asta di Btp decennali indicizzati all’inflazione. Buono il responso. Su un’offerta compresa fra 500 milioni e un miliardo di euro, il Tesoro ha collocato 942 milioni a un tasso del 4,07%, in netto rialzo dal 2,51% dell’ultima riapertura del Btp. Ma la vera prova del nove sarà domani. Vanno in asta quattro titoli: un Btp a 3 anni (da 2,5 a 3,5 miliardi di euro), un Btp decennale (da 2 a 3 miliardi), un CctEU (da 500 milioni a un miliardo), più un CctEU con scadenza nel dicembre 2015 (da 500 milioni a un miliardo). Le indicazioni degli analisti sono positive, la domanda sarà sostenuta, ma i rendimenti sono attesi in rialzo. «Il fly-to-quality in corso impone una maggiore cautela verso l’Italia ed è per questo che siamo tutti in ricerca di maggiori sicurezze, ovvero tassi d’interesse più elevati», spiega a Linkiesta un trader della divisione fixed income di Société Générale. Secondo lui «non c’è un problema in particolare sull’Italia, anche se Roma è abituata a un atteggiamento vittimista». I problemi sono generali.

Domani sarà l’occasione per tastare il polso della salute dell’eurozona, non dell’Italia. La solvibilità del nostro debito, come ha più volte ricordato anche la Banca d’Italia, non è mai stata in discussione e questa è anche l’idea dei Goldman Sachs, evidenziata nell’ultimo report sul Paese. Nonostante questo, un peggioramento della situazione nell’eurozona potrebbe avere implicazioni negative per l’Italia. La soglia di vigilanza del rendimento dei bond italiani è stata individuata a quota 7%, sia da Goldman Sachs sia da Morgan Stanley e Credit Suisse. Dopo, rifinanziarsi potrebbe essere molto più complicato.

A destare un minimo di preoccupazione sono invece le scelte di Deutsche Bank. Il colosso tedesco, fortemente esposto su Atene, ha deciso di ridurre la presenza di debito italiano nel proprio portafoglio. O meglio, l’ha quasi azzerata, dato che l’esposizione è passata da 8 a un miliardo di euro. E lo ha fatto tramite la copertura dei Credit default swap, o Cds, i derivati che fungono da polizza assicurativa contro l’insolvenza di un debitore. Allo stesso modo, sono diversi gli operatori che hanno fatto lo stesso. Un esempio sono in money market fund statunitensi. Questi genere di fondi, altamente liquidi, hanno diminuito la propria esposizione sull’Europa del 40% nell’arco di un mese, da maggio a giugno, passando da 900 miliardi di dollari a 360. E considerando che il debito italiano è uno dei maggiori del mondo, non si tratta di poco. Questo esempio, tuttavia, non deve essere fuorviante. Gli stessi fondi hanno infatti aumentato la propria liquidità per sostenere il mercato monetario statunitense in caso di mancata risoluzione dell’innalzamento del tetto del debito. Ancora una volta, le cause del male italiano sui titoli di Stato sono esogene. 

fabrizio.goria@linkiesta.it

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