Anche la finanza ha il “rimedio della nonna”: oro e franco svizzero

Ripubblichiamo un articolo di Claudia Segre, segretario generale di Assiom-Forex. Nel panico di questi mesi, oro e franco svizzero continuano a salire. Si tratta di bolle? «Non bisogna illudersi troppo, non c’è mai stata nessuna bolla speculativa che ne ha gonfiato le quotazioni». La corsa del me...

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4 Agosto Ago 2011 0702 04 agosto 2011 4 Agosto 2011 - 07:02
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Che il segnale fosse di tempesta era evidente. Quando il credit default swap ungherese tratta allo stesso livello dell’Italia (sopra 300 punti base), con la Russia a meno della metà (150 p.b.) significa una cosa sola: panico totale. Un terrore che non s’era visto neanche ai tempi del crac Lehman.

Poi è arrivato il giorno della verità con il pacchetto del “salvataggio greco”, frutto di sette ore di incontro notturno Merkel-Sarkozy. E i mercati hanno dato l’impressione di volerci credere. Ma dalle parole ai fatti ne deve passare di tempo per attuare le misure condivise, e il mercato lavora inevitabilmente sul momentum.

Cambierà qualcosa per franco svizzero e oro, due indicatori indispensabili per valutare il reale sentiment del mercato? Ebbene, non bisogna illudersi troppo. Non c’è mai stata nessuna bolla speculativa che ne ha gonfiato le quotazioni.

Occorre infatti porsi due domande: i fattori che hanno caratterizzato la corsa di questi beni rifugio (al pari di altri preziosi, come platino e palladio), permetteranno all’oro di superare 1600 dollari e raggiungere l’obiettivo di 1800 dollari target, e al franco svizzero di raggiungere la parità con l’euro? Oppure la vera speculazione, sempre a caccia di disallineamenti nelle quotazioni, si sposterà verso gas naturale, metalli di base ed alluminio, grazie all’impeto degli acquisti cinesi?

Partiamo dall’oro. È vero che gli investitori si sono messi sulla difensiva con la fuga da bond e titoli bancari e finanziari europei, ma permangono solide motivazioni che sostengono le quotazioni del metallo giallo: dalla carenza di offerta, alimentata anche da fattori esogeni – vedi la rottura della tregua sindacale in Sudafrica – agli acquisti sistematici da parte delle banche centrali, che permarranno a lungo, in ottica di diversificazione delle riserve valutarie rispetto alle valute.

Nel caso della valuta elvetica si può notare come vi sia in atto una ripresa di flussi di capitali verso la Svizzera che va anche oltre le paure contingenti. Ciò sottolinea ulteriormente l’essenza di bene rifugio, come dimostrato per esempio dagli ingenti volumi di mutui a medio e lungo termine dei Paesi dell’Est (pari all’11% del Pil in Polonia e al 16% in Ungheria) denominati in franchi svizzeri. Mutui che, nel caso dell’Ungheria, registrano anche un’elevata percentuale di inesigibilità (tra il 7 ed il 10%).

Quali conseguenze trarne? Si può dire che se oro e franco svizzero hanno toccato massimi importanti sotto quota 1,10 contro euro, che potranno essere superati agevolmente e non solo in caso di default greco (per ora scongiurato) o dall’abbassamento del rating Usa dalla AAA, ogni loro “debolezza” può diventare un’opportunità di acquisto, anche se con performance attese decisamente più contenute come arco temporale rispetto al rally degli ultimi mesi.

L’intervento in solitaria della Banca centrale svizzera e di quella giapponese si è reso necessario perché effettivamente l’ipotesi di parità non si concretizzasse troppo rapidamente. Potremo quindi avere ancora interventi per cercare di riportare il franco in zona tra 1,10 e 1,20 contro euro. Mosse che avranno un effetto ridotto perché permane un quadro macroeconomico estremamente fragile sulle due sponde dell’Atlantico che incide direttamente sui mercati finanziari e il sentiment degli investitori. Inoltre i reiterati interventi, iniziati nel 2009, quando il cambio era a 1,50, hanno fatto ad accumulare alla Banca centrale svizzera una perdita che al primo semestre del 2011 era di circa 11 miliardi di franchi. E che ora ammonta già a 18 miliardi.

È probabile che superato lo scoglio della questione greca, ai mercati finanziari Ue ci vorranno comunque almeno sei mesi per recuperare il terreno perduto e convincere gli investitori a tornare su segmenti tradizionali come bond e azioni. Nel frattempo la parola d’ordine resterà quella di investire in asset facilmente tradable (facilmente negoziabili) e liquidabili direttamente online.

Da qui la ricerca di nuovi spunti su commodity e valute. Anche perché la volatilità rimarrà a lungo ad alti livelli, a tutto giovamento di high frequency trader (e affini) che continueranno a trattare nel più completo vuoto normativo. Esattamente come sui Cds.

*segretario generale Assiom-Forex

 

 

Per approfondire:

Bolle Speculative

 

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