È entrato all'Università della Nasa, ora vuole cambiare l'Italia

Trent’anni, dottorato di ricerca in Bocconi, esperto di venture capital, Raffaele Mauro è entrato alla Graduate Studies Program della Singularity University, l’università della Nasa a Mountain View dove i cervelli provenienti da tutto il mondo, per dieci settimane si connettono con l’intento di n...

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14 Agosto Ago 2011 0915 14 agosto 2011 14 Agosto 2011 - 09:15

Premi Nobel, astronauti, ex militari, genetisti, finanziatori, studenti di talento. Insieme per lanciare idee pioneristiche e trovare soluzioni innovative. Insieme per affrontare le grandi sfide dell’umanità. Dalla nanotecnologia alla finanza sociale, dalla biologia al framework legale. E’ questo l’intento del Graduate Studies Program della Singularity University, l’università nata nel 2009 presso il Nasa Ames research campus a Mountain View. Qui, “cervelli” provenienti da tutto il mondo, per dieci settimane si connettono con l’intento di non aspettare il cambiamento, ma realizzarlo. Perché “il modo migliore per prevedere il futuro è inventarlo”.

Tra i prescelti, 80 posti per 2.200 domande provenienti da 35 Paesi, anche Raffaele Mauro. Trent’anni, dottorato di ricerca in Bocconi, esperto di venture capital. Per lui “le imprese innovative nascono quando capitali intelligenti si incrociano con persone di talento desiderose di correre dei rischi”.

Raffaele, in che cosa consiste il Graduate Studies Program della Singularity University?
L’obiettivo del programma è di creare organizzazioni e aziende in grado di avere un impatto rilevante su alcuni dei maggiori problemi globali: istruzione, sicurezza, energia, salute. Questo proposito viene realizzato assemblando persone con esperienze in vari campi, esponendole reciprocamente allo stato di avanzamento delle rispettive discipline ed organizzando dei team internazionali con il mandato di risolvere le sfide tramite le nuove tecnologie.

Quali sono le differenze che hai notato rispetto ai corsi in Italia?
Ritengo che l’innovazione nel settore educativo sia un tema fondamentale, all’estero e in misura maggiore in Italia. Questo programma ha molte caratteristiche che reputo estremamente rilevanti: è radicalmente globale, fa leva sulle nuove tecnologie, è multidisciplinare, applica principi meritocratici ed ha un focus sia teorico che operativo. La sensazione è quella di essere al centro di un network dove diversi progetti si fecondano reciprocamente, dove si moltiplicano le occasioni di serendipità e dove la mente corre più rapidamente. Detto questo: il programma è estremamente impegnativo e non si dorme mai!

Mi racconti la lecture che più ti ha incuriosito?
La scelta è difficile, gli stimoli sono stati molti. Da un punto di vista umano, sono rimasto molto colpito dalla presentazione di Dan Barry riguardante la sua storia personale. E’ un individuo di grande capacità – astronauta, medico, esperto di robotica – che allo stesso tempo ha un livello sorprendente di umiltà e disponibilità. Nella sua lecture ci ha raccontato del suo primo tentativo di realizzare il suo sogno di diventare astronauta: a 23 anni ha inviato la sua application alla NASA, fallendo. Ci ha riprovato a 24 anni, fallendo. Così via a 25, 26, 27 … tentando ogni anno, per 14 anni di fila. Alla fine ce l’ha fatta a 37 anni, quando la maggior parte delle persone nel frattempo avrebbe abbandonato. Dan ora passa giorno e notte con gli studenti nell’Innovation lab, una sorta di laboratorio-officina che abbiamo nella struttura, lo si vede spesso mentre monta pezzi seduto per terra o testa un nuovo robot low cost per la telepresenza.

Qual è la cosa più importante che ti porterai dall'esperienza della SU?
Certamente l’elemento umano: studenti, alumni, docenti, staff, sono quello che mi ha colpito maggiormente. Anche in alcune aziende che abbiamo visitato, ad esempio Halcyon Molecular, una società che si occupa di abbattere il costo del sequencing genico, ho percepito un’energia incredibile. Ci sono posti in cui si percepisce la potenza generata da un gruppo di persone che riesce a darsi una grande prospettiva di lungo termine combinata a degli obiettivi concreti nel breve periodo. Allo stesso tempo, penso che per me, in termini di forma mentis, la discontinuità più importante sia stata realizzare che darsi obiettivi molto ambiziosi è premiante nel lungo termine. Ampliare la portata della propria visione è molto importante.

Tu in Italia ti occupi di venture capital. Quali sono i motivi per cui nel nostro Paese, nascono meno start up che negli Usa?
Le cause sono molteplici. Si può notare che gli ostacoli si trovano sia a monte, nella struttura dei sistemi formativi e negli atteggiamenti culturali avversi al rischio, sia a valle, nell’impalcatura del sistema finanziario e nei fattori della competitività del sistema economico nazionale. Le imprese innovative nascono quando capitali intelligenti si incrociano con persone di talento desiderose di correre dei rischi. Per fare questo è necessario quello che viene chiamato in gergo “ecosistema”, una rete di sinergie positive tra università, sistema finanziario e network professionali.

Che differenze ci sono nell'angel investing tra i due paesi?
Ci sono alcune differenze: alcune di esse sono qualitative, possiamo anche notare come negli ecosistemi più sviluppati, come nel caso degli Stati Uniti, ci sia una “potenza di fuoco” molto maggiore. E’ più facile fare rete, è presente un numero significativo di imprenditori che hanno realizzato start up innovative che reinvestono i loro capitali nelle generazioni successive. In questa fase c’è anche chi parla di una nuova bolla, dato che recentemente molte imprese nel settore ICT hanno avuto delle valutazioni superiori alla norma, ma si tratta di un fenomeno localizzato che per il momento non comprende tutto il ciclo di investimento. In Italia abbiamo alcuni investitori, venture capital cosiddetti “early stage” ed angel investor, che stanno lanciando alcune imprese piuttosto interessanti. Il contesto sta migliorando, anche se la contingenza economica ed i limiti strutturali del paese pongono sfide notevoli.

Secondo te cosa bisognerebbe fare in Italia per incrementare la presenza dei venture capital?
Non c’è una formula magica, i colli di bottiglia sono molti: dall’università al sistema finanziario, dalla burocrazia all’abilità del sistema economico di assorbire le exit. Tuttavia, alcune misure potrebbero avere un impatto moltiplicativo, essendo allo stesso tempo relativamente rapide e a basso costo. Se parliamo di programmi governativi, è importante sapere che buona parte dei tentativi di replicare la Silicon Valley sono falliti. Quelli di maggiore successo sono stati accomunati da una grande apertura, un focus globale invece che regionale, e da un’attenzione verso la qualità delle persone coinvolte, imprenditori e gestori, piuttosto che sulle strutture fisiche. Ci sono alcune esperienze interessanti realizzate all’estero, penso ad esempio al fondo Yozma in Israele, un fondo di fondi che ha catalizzato l’investimento privato in fondi di venture capital, o al programma Startup Chile, un’iniziativa che sta attraendo nel paese persone di talento su scala internazionale. Sia i casi di successo che di insuccesso dovrebbero essere analizzati con cura per capire cosa fare nel nostro paese. Penso che, nonostante le difficoltà, in Italia abbiamo tutte le chances per migliorare.

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