La nuova stella della destra americana si chiama Rick Perry

Tre anni di crisi hanno cambiato le carte della politica americana. Ora il nuovo astro dei conservatori è Rick Perry, che secondo i sondaggi batterebbe anche Obama. Dalla sua ha un’abile oratoria e i posti di lavoro creati in Texas. Per far finire la siccità, ha indetto un giorno di preghiera. Ma...

Rick Perry
31 Agosto Ago 2011 0912 31 agosto 2011 31 Agosto 2011 - 09:12
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Avremo un altro governatore del Texas alla Casa Bianca? Il candidato si chiama Rick Perry, è un bell’uomo di 61 anni, un formidabile oratore amato dalla destra religiosa e dal Tea Party, eletto nel Duemila al posto di George W. Bush, che allora lasciò la poltrona di Austin per trasferirsi a Washington. Gli ultimi sondaggi sono una benedizione per i conservatori e una pessima notizia per i democratici. All’inizio di agosto, secondo una ricerca della catena McClatchy, Obama aveva 19 punti di vantaggio su Perry; venti giorni dopo, secondo Gallup, i due erano in parità; stando all’istituto Rasmussen, Perry è ormai avanti di quattro punti.

Improvvisamente, un paio di settimane fa, il clima è cambiato. All’inizio di agosto il candidato più accreditato tra i repubblicani era il moderato Mitt Romney, ex governatore del Massachusetts, che prevaleva su Perry di 10 punti. Ora Perry conduce i sondaggi con una decina di punti di vantaggio, e appare l’unico in grado di battere il presidente in carica. David Brooks, forse il più autorevole opinionista del New York Times, venerdì è uscito con un articolo che aveva un titolo esplicito: «President Perry?».

Brooks sostiene che se oggi andasse a votare l’elettorato del 2008, stremato da otto anni di amministrazione Bush, Perry non avrebbe grandi possibilità di vittoria. Ma l’elettorato di allora non esiste più. Da allora sono accadute tre cose che hanno cambiato la testa dell’elettorato: la più grave crisi economica degli ultimi cinquant’anni; una riforma sanitaria che ha mandato su tutte le furie mezza America e uno stimolo da un trilione di dollari, targato Obama, che ha aggravato il debito dello Stato. Risultato: gli elettori si sono spostati a destra in modo ineluttabile manifestando una crescente diffidenza verso Washington. Nel 2008, stando al Pew Research, i democratici avevano un vantaggio di 7 punti tra gli elettori con meno di 30 anni, oggi i repubblicani prevalgono di 11 punti. E questo spostamento ha contagiato tutte le fasce d’età.

La crisi economica sta lasciando segni profondi in un elettorato sempre più sensibile ai messaggi repubblicani. Obama è sotto accusa per avere dilatato la spesa pubblica e salvato le banche con i soldi dei cittadini. Le oligarchie dell’intero paese, gli accademici e i giornalisti, i finanzieri e i politici di Washington, sono sul banco degli imputati e il populismo di Perry è quanto di meglio si possa desiderare in un momento come questo.

Gli americani chiedono posti di lavoro, e Perry è il candidato con le credenziali migliori. Il Texas è lo Stato che nell’ultimo decennio ha prodotto la crescita economica più elevata. Gli imprenditori sono attratti dai prezzi bassi delle case, da una tassazione particolarmente favorevole (niente imposte sui capital gains, la differenza tra il prezzo di vendita e quello di acquisto di uno strumento finanziario, come ad esempio azioni) e da una politica di non interventismo in economia. Secondo uno studio della Federal Reserve Bank of Dallas, il 48% dei posti di lavoro creati negli Stati Uniti negli ultimi due anni sono stati prodotti in Texas: «Questo è quello che accade quando si lasciano i cittadini liberi di competere», ripete Perry, come un ritornello. È così geloso dell’autonomia degli Stati federali dal governo centrale che gli avversari lo accusano di volere la secessione del Texas dall’Unione. Esagerazioni.

Da molti punti di vista Perry sembra la fotocopia di George W. Bush: si atteggia a cow boy, ha una cultura approssimativa, compie gaffes a ripetizione. Come Bush non crede nell’evoluzione darwiniana, ritiene che non ci siano prove che «il cosiddetto riscaldamento globale» esista e sia stato provocato dall’uomo ed è convinto che gli scienziati abbiano manipolato i dati dell’effetto serra. Come Bush è fervidamente religioso e in aprile ha indetto tre giornate di preghiera (Days of Prayer for Rain) per chiedere a Dio di porre termine alla siccità. Il Creatore non ci ha badato, ma la destra religiosa ha risposto con entusiasmo.

Il suo libro del 2008 si intitolava «Sul mio onore: perché vale la pena di battersi per i valori americani dei boy scout» («On my honor: why the American values of the boy scouts are worth fighting for») ed era troppo naif per una campagna presidenziale. La sua ultima opera: «Siamo stufi: la nostra battaglia per salvare l’America da Washington» («Fed up! Our fight to save America from Washington») sembra invece in sintonia con i sentimenti anti-governativi dell’elettorato 2012.

A quattordici mesi dalle elezioni è impossibile dire se sarà Rick Perry a vincere la nomination e, in questo caso, se riuscirà a battere Obama. Ma l’emergere di un candidato come lui, espressione di una destra che tre anni fa sembrava in ginocchio, è il segno che tre anni di crisi economica e di debole risposta da parte del presidente in carica hanno nuovamente rimescolato le carte della politica americana. La battaglia si sta scaldando. Il New York Times ha già pubblicato un’inchiesta per dimostrare in che modo Perry abbia favorito gli industriali e i finanzieri che tradizionalmente finanziano le sue campagne elettorali. I media conservatori continuano ad assicurare gli elettori che Obama non è nato negli Stati Uniti ed è quindi un presidente illegale. Comunque vada, ci sarà da divertirsi.  

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