“Serve un’Europa dell’energia o la Cina deciderà per tutti”

Alberto Clò è tra i massimi esperti di scenari energetici globali. Professore universitario, ex ministro nel governo Dini, ha dialogato con Linkiesta su quel che aspetta l’Italia e l’Europa nel prossimo futuro. Oltre alla necessità di politiche coordinate a livello continentale, ha sottolineato i...

Petrolio 1
1 Settembre Set 2011 1537 01 settembre 2011 1 Settembre 2011 - 15:37
Messe Frankfurt
WebSim News

Il professor Clò è tra i maggiori esperti mondiali di scenari energetici. Protagonista di prestigiosi incarichi nel settore, è stato Ministro dell'industria nel governo Dini, ed è consigliere di amministrazione di Eni spa dal 1999. È professore ordinario di economia applicata all'Università di Bologna, e direttore del centro studi RIE (www.rie.it). Clò ha da poco pubblicato "Si fa presto a dire nucleare" (Il Mulino). Ha concesso a Linkiesta un'intervista sugli scenari energetici internazionali all'orlo di una nuova, possibile recessione mondiale, con un occhio di riguardo per l'Italia.

Professor Clò, pochi mesi prima del crack Lehman il petrolio aveva raggiunto il prezzo di 147 dollari, e dopo il fallimento è sceso attorno ai 30. Alcuni ritengono che la "bolletta petrolifera" sia stata tra le cause della crisi. Prima dei timori sulla Grecia di quest'anno, il barile era salito nuovamente. L'ipotesi del collegamento tra petrolio e crisi sembra confermata.

Sì: il prezzo del petrolio ha esercitato un impatto significativo sull'esplosione della crisi del 2008. A partire da dieci anni prima, il barile era salito da 18-19 dollari a quasi 150. La componente finanziaria ha esasperato le condizioni di crisi, e ha portato una forte imprevedibilità. Si pensi alle stime di Goldman Sachs, che ha tentato per mesi di stabilire un "punto di rottura" del prezzo del barile, inteso come limite massimo di rialzo. Con il barile a 60 dollari, il limite era di poco superiore a 100. Quando il prezzo ha raggiunto quel limite, Goldman ha parlato di 150 dollari. Alla fine, c'è stato un impatto reale sull'economia, in particolare sulla stabilità dell'industria automobilistica statunitense.

Che differenza c'è stata tra la crisi energetica culminata nel 2008 e le precedenti crisi degli anni Settanta?

Negli anni Settanta la crisi fu riassorbita in un decennio, anche grazie alla leadership politica. Chirac ebbe bisogno di sei mesi per far approvare un piano per 60 centrali nucelari, per esempio. Anche le imprese reagirono in maniera forte, quasi rabbiosa, per migliorare l'efficienza energetica. Dopo il 2008, invece, questa risposta è mancata: a parte lo stop al nucleare, sono mancati veri investimenti per aumentare la disponibilità di petrolio.

È colpa anche delle imprese, quindi?

Il problema è che nelle grandi aziende energetiche ormai domina la logica finanziaria su quella industriale: a un banchiere di Wall Street interessano i dividendi, non se si faccia un buco nel deserto. È un problema di approccio industriale: con le fusioni degli anni Novanta, molte competenze base sono state date in outsourcing, e la gestione di contratti esterni - rispetto a quella di risorse interne - e complessa, e ha anche limiti per la sicurezza operativa. Da questo punto di vista, il "modello cinese" sembra portare buoni risultati. S'investe e si cerca d'integrarsi con il tessuto economico. È simile a quello che faceva l'Eni negli anni Cinquanta. Tra fusioni ed esternalizzazioni, sembra invece che molte aziende occidentali abbiano deciso di tagliare il ramo su cui sedevano.

Che differenze ci sono, allora, tra l'aumento dei prezzi fino ai 147 dollari del 2008 e l'attuale aumento del prezzo del barile, con il brent a 115 dollari?

Nel 2008, con la crisi il prezzo del barile è sceso a 30 dollari, e questo ha aiutato la ripresa. Se adesso tornassimo in recessione, i prezzo del barile rimarrebbe alto: non potremo contare di nuovo sullo stimolo di un barile a basso prezzo. Di fatto, la crisi del 2008 non ha risolto i problemi sutturali del mondo energetico, ma li ha solo congelati. La Cina e gli altri paesi emergenti hanno continuato a consumare, e hanno aumentato il fabbisogno energetico. L'Occidente dovrà pagare il costo della crescita energetica cinese. Per fortuna, i mercati hanno reagito con equilibrio alla crisi libica, altrimenti gli scossoni sul barile sarebbero stati molto più forti.

E com'è la situazione in Italia?

La crisi energetica è molto più grave di quello che ci si aspettava. La domanda di energia è tornata indietro di dieci anni. Il fabbisogno di gas continua a calare. Inoltre, abbiamo ormai una capacità di produzione elettrica che è il doppio rispetto alla domanda di picco. Per questo motivo, il regolatore inizia a preoccuparsi sempre di più degli operatori, e meno dei consumatori. Ci troveremo con un settore molto caro a causa degli investimenti realizzati, anche se il prezzo del petrolio dovesse calare. A questo contribuisce la politica sulle rinnovabili: senza aver creato un'industria, prevediamo di pagare 100 miliardi di euro in incentivi da qui al 2020, e fino a 170 miliardi entro il 2030. Sono numeri impressionanti, soprattutto se confrontati con i dati sulla manovra.

Cosa si prospetta nel mondo del petrolio nei prossimi mesi?

Domanda cinese e produzione saudita sono le due variabili. È cambiato il vecchio ordine petrolifero internazionale, e in questo momento l'incertezza è totale. Ci sono elementi che fanno pensare che la combinazione di fatti politici ed energetici del 2011 segnino una discontinuità del mondo energetico più ampia rispetto a quanto non ci si aspettava. Per esempio, ci sono dubbi sulle prospettive della "nuova età dell'oro del metano". Le ultime proiezioni in Italia sono molto inferiori rispetto alle previsioni che si facevano alcuni anni fa. Prevedevamo di arrivare a 100 miliardi di metri cubi di consumo nel 2010. Oggi si ritiene che questo livello verrà raggiunto nel 2022-2023.

Che dovrebbe fare il nostro paese?

Prendere drasticamente atto della situazione e innalzare il livello decisionale all'Europa. Le politiche nazionali sono insufficienti e costose. Serve una politica d'investimenti che rafforzi le infrastrutture mancanti, a livello di interconnessioni elettriche e di gas. Ciò consentirebbe di ridurre i rischi di approvvigionamento, e porterebbe vera concorrenza europea. Inoltre bisognerebbe cambiare approccio politico con la Russia: presentarsi a Mosca come Europa, e non come singoli paesi. Ci sono poi passi urgenti da compiere in Medio Oriente. Nei paesi produttori, a parte l'instabilità, c'è un rischio forte di politiche populiste, che renderebbero ancora più difficili le attività d'investimento. 

Potrebbe interessarti anche