Primavera araba, la Rete non basta. Adesso ci vuole la politica

A distanza di pochi mesi dalle rivolte che hanno visto protagonisti i giovani arabi e i social-media, e a dieci anni dalla più plateale manifestazione dell’integralismo islamico, Linkiesta ha riflettuto coi protagonisti della summer school “New Media and New Mediterranean”, tenutasi nei giorni sc...

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11 Settembre Set 2011 0952 11 settembre 2011 11 Settembre 2011 - 09:52

Qual è stato il ruolo svolto da internet nelle rivolte attuate e in atto nel Mediterraneo? I blogger che hanno fatto da connettori diventeranno davvero la nuova élite politica? In che cosa le prospettive e le opportunità per i giovani delle sponde Nord e Sud del Mare Nostrum possono essere assimilabili? E ancora, sono le diseguaglianze e la situazione economica a fare da trait-d’union tra i ragazzi di piazza Tahrir e gli indignados? Quali le comparazioni tra la situazione economico-politica italiana e la Primavera Araba? Come è prefigurabile il futuro di questi Paesi, in considerazione del fatto che l’Europa non ha fondi per sostenere un piano Marshall?
Abbiamo provato a cercare le risposte insieme ad alcuni dei giovani studiosi che, nei giorni scorsi, hanno dato vita, a Cava de’ Tirreni in provincia di Salerno, a una summer school dal titolo “New Media and New Mediterranean” e a due autorevoli esperti di geopolitica, Lucio Caracciolo e Germano Dottori.

Lucio Caracciolo, direttore di Limes, la rivista italiana di geopolitica e di Eurasian Review of Geopolitics Heartland, editorialista de la Repubblica e L’Espresso, è convinto che “Twitter e gli altri social media non abbiano svolto un ruolo decisivo. Innanzitutto perché sono strumenti e non soggetti politici, inoltre perché nei paesi arabi i media di influenza prevalente sono le tv satellitari, come Al Jazeera e Al Arabiya. Queste tv sono state veri attori politici, basti pensare allo schermo di piazza Tahrir, e sono state usate dalle opposizioni ai regimi, diffondendo spesso anche una quantità di disinformazione”. Per il professor Caracciolo occorre poi “distinguere tra le rivolte in Tunisia ed Egitto e la guerra in Libia, dove la mobilitazione popolare è stata inizialmente limitata perché non è quasi presente la società civile. Bisogna uscire da alcuni cliché come quello di un’unica Primavera Araba, non vi è un’unica regia e le forze in campo liberate da queste rivolte sono eterogenee. Quanto ai blogger, che sono stati delle scintille, finora non sono stati in grado di esprimere forza politica”. Il futuro dell’area per lo studioso “sarà diverso non solo da Paese a Paese, ma da Regione a Regione. I Paesi europei si sono mossi senza un’identità internazionale, è emerso il protagonismo di Francia e Inghilterra, la ritrosia della Germania che teme di esporsi militarmente, ma sarà soprattutto la Cina, dotata di forte potere economico, ad essere l’attore decisivo nell’area quando ci sarà la stabilizzazione, proprio perché considera il Mediterraneo lo sbocco verso l’Europa”.

Anche per Germano Dottori, docente di Studi strategici dell’ Università Luiss e curatore per l’Osservatorio scenari strategici e di sicurezza di Nomisma dell'annuario Nomos&Khaos, “ gli internauti non saranno in grado di proporsi come la nuova élite politica dei Paesi attraversati dalla Primavera Araba. Le capacità tecnologiche e comunicative offerte dal web 2.0, che combina internet e videofonia mobile, sono state sfruttate in modo eccellente per coagulare efficacemente la protesta. Ma i limiti della protesta organizzata tramite la rete sono affiorati successivamente e non è casuale”. Per Dottori infatti “gli strumenti del web e lo stesso linguaggio binario su cui è edificata l'informatica favoriscono l'aggregazione veloce di movimenti di protesta, molto meno la negoziazione di piattaforme politiche sulle quali far successivamente convergere un consenso di massa. Gli interessi materiali non si prestano ad una mediazione virtuale. Così, dopo l'abbattimento dei vecchi regimi, sono riemerse le strutture forti del corpo sociale e politico: le forze armate e i partiti, ad esempio. E' persino lecito sospettare che in alcuni casi - se non in tutti, di certo in Tunisia e probabilmente anche in Egitto - la rivolta guidata dagli internauti sia stata cavalcata da chi era interessato ad alterare la linea di successione alle personalità dominanti sulla scena”. Poche infine le similitudini tra i movimenti delle due sponde del Mediterraneo “perché l'impatto politico della protesta giovanile è diverso tra le due sponde , anche per ragioni demografiche. Qui i giovani sono una minoranza del corpo sociale, laddove nei paesi arabo-mediterranei costituiscono il nerbo della popolazione. Inoltre, in talune situazioni, ed in particolare in quella italiana, è evidente che i giovani non pensano affatto di potersi fare classe dirigente. Cercano invece un modo per garantirsi un futuro assai simile a quello di cui hanno saputo profittare i loro padri. Chiedono garanzie e tutele, non di poter giocare senza protezioni per far valere il merito. Evidentemente sbagliano, almeno sotto questo profilo, perché il contesto economico e tecnologico è oggi profondamente diverso da quello di trenta o anche solo venti anni fa., prima dell'avvento del turbo capitalismo” .

Di Italia, anzi di “Ereditalia” parla Alessandro Aresu, co-fondatore ventottenne del think tank Lo Spazio della Politica e collaboratore di Limes. “L’Italia invecchia e, soprattutto, si pensa anziana: dagli scatti di anzianità alla rappresentazione dei lavoratori affidata ai pensionati. C’è un modello di sopravvivenza fondato sui patrimoni e sulla distribuzione nelle reti familiari delle pensioni, che nel lungo periodo ci può distruggere ma nel presente non ci fa scoppiare. Tra Paesi emergenti ed emersi, siamo un Paese sommergente o galleggiante. Per ricostruire l’interesse nazionale non dobbiamo parlarci per caricature, ma costruire relazioni, con reti virtuali e materiali. E questo, nelle imprese e nella società, può avvenire anche in un Sud “globale”, come dimostra l’esperienza di Ninja Marketing e della summer school a Cava de’ Tirreni” nota il giovane filosofo. Quanto alla Primavera Araba, Aresu ritiene che sia necessario uscire dalla narrazione unica. “Non c'è una Grande Primavera Democratica che cambia tutto, dalla Tunisia a Londra. Le primavere diventano inverni, se lo spunto iniziale non trova uno sbocco istituzionale e di sviluppo. Tutti vogliono fare un Piano Marshall nel Mediterraneo (Nord e Sud), ma non mettono i soldi e litigano. Nel mentre, il mondo va avanti. Se guardiamo all'area del Cindoterraneo, come lo chiama Politi, la Cina è già un attore economico mediterraneo, non solo con l’ingresso simbolico della fregata Xuzhou, ma con l'operazione di COSCO nel Porto del Pireo (35 anni di gestione di tier 2 e tier 3 n.d.r.)”.

E’ d’accordo sul fatto che occorra parlare di “Primavere arabe” anche Stefano Torelli, dottorando in storia delle relazioni internazionali, ricercatore dell'ISPI e coordinatore del Desk Medio Oriente della rivista di geopolitica Equilibri.net, ma osserva come “dall’analisi e dallo studio dei principali indicatori economici, sociali e politici dei singoli Paesi arabi appaiono evidenti delle tendenze. Prima di tutto, notiamo come a un livello di istruzione più elevato corrisponda, insieme all’alta percentuale di persone sotto i 30 anni, una più alta coscienza politica e, di conseguenza, un più spiccato senso dei propri diritti che porta alla rivendicazione di maggiore libertà. Non a caso le rivolte hanno avuto, almeno nella prima fase, successo in Tunisia- in cui i tassi di alfabetizzazione sono tra i più alti del Maghreb e, di contro, il livello di censura imposto dal regime di Ben Ali era il più rigido di tutta l’area- e non, per esempio, in Marocco, il Paese con il più basso tasso di alfabetizzazione del mondo arabo, o in Algeria dove le rendite degli idrocarburi hanno funto da elemento stabilizzatore dell’area”. Un contesto dove la diffusone dei nuovi media ha senz’altro avuto un peso nell’organizzazione delle rivolte, ma per Torelli è un peso che “ tradotto dalla vita virtuale a quella reale, tende però a diminuire sensibilmente, come dimostrato dalla difficile transizione in atto in Tunisia e in Egitto.

Laddove i social network hanno costituito un elemento di primaria importanza nel lanciare slogan e manifestazioni di piazza, la politica reale passa attraverso azioni concrete e visioni condivise e percorribili del futuro. Prerogative che non possono essere svolte semplicemente in rete, ma che richiedono un grado di esperienza politica e di organizzazione maggiore, rispetto ai fatti di Piazza Tahrir. E’ per questo che i regimi transitori sono ancora guidati in parte da funzionari dei vecchi regimi, mentre i giovani che sono scesi in piazza e hanno organizzato le rivolte anche tramite strumenti come Twitter o Facebook, faticano a trovare spazio nella vita pubblica reale”.
Secondo Matteo Minchio, analista di politica europea per Lo Spazio della Politica, attivo nel settore delle telecomunicazioni a Bruxelles, “la carenza di infrastrutture nella regione è stata una scelta deliberata dai governi per garantire l’autismo nazionale rispetto ad ogni fonte di informazione indipendente dall’estero.” Di conseguenza, “i giovani arabi trovano rifugio negli Internet caffè dove le regole sociali possono essere eluse e il controllo politico aggirato grazie a MSN o Skype.” Sono i giovani internauti i protagonisti delle mobilitazioni nel mondo arabo e gli alimentatori del dissenso: hanno ripreso tutto con le proprie handy-cam e postato su YouTube, generando dei buzz mediatici. Hanno condiviso notizie con un passaparola che ha sfruttato SMS, Chat, Facebook e Twitter.

Postando notizie sui propri blog e spronando i propri lettori a fare altrettanto, si sono esposti pubblicamente. Mobilitando le proprie reti su Facebook e geo-localizzando le proprie attività su Flickr e Google maps hanno costruito con altre città un filo narrativo comune”. Oltre a ciò, Minchio è convinto che “l’interazione e integrazione tra i social media e i mass media sia stata essenziale nel raggiungere il grande pubblico”. Secondo il suo intervento, Al Jazeera e le altre Tv satellitari come Al Arabiya hanno avuto un ruolo chiave nel diffondere le notizie in alternativa alle tv di stato.

Per quanto riguarda i social media per Andrea Matiz, blogger esperto in Relazioni Internazionali che opera a Bruxelles, si dovrebbe parlare di “YouTube Revolution”. “Non è stata una social media revolution, ma una rivoluzione attraverso i social media, nel senso che hanno svolto un ruolo importante nell’incoraggiare la partecipazione e nella promozione di nuove forme d'informazione. Chi però ha avuto un ruolo centrale è stato YouTube. Uno strumento di contro-informazione, capace di smentire le versioni ufficiali dei regimi, con video che testimoniavano in modo puntuale e nitido ciò che realmente accadeva nelle strade e nelle piazze”. Quale il punto di forza? Per Matiz: “E' nella sua stessa natura, il video-sharing, ovvero nella possibilità che chiunque può caricarvi e condividere un video. Ciò ha reso chiunque un potenziale video reporter, capace di produrre informazione chiara e non filtrata da altre persone. Mentre le televisioni satellitari, anche Al Jazeera, erano tutte straniere e quindi facilmente accusabili di essere complici del complotto internazionale, YouTube, percepito come popolare e trasversale, riusciva a sfuggire da tale accusa. Due fattori determinanti nell'opera di convincimenti degli scettici e quindi nell'ottica di accrescere consenso intorno alle rivolte”. 

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