Se ne sono andati

Un’attrice nella storia del cinema per aver impersonato Jane in Tarzan e i cacciatori di pelli e Tarzan e lo stregone, Eve Brent, che diceva di aver accettato il ruolo «per far piacere a mio figlio che aveva sei anni». Tre figure decisamente impegnate di una “liberal” America che ha lasciato un b...

Getahun Assefa Balcha Red Arada
18 Settembre Set 2011 0927 18 settembre 2011 18 Settembre 2011 - 09:27

EVE BRENT

(1930 – 27 Agosto 2011)

Nome d’arte di un’attrice americana molto anni Cinquanta, cresciuta in Texas, a Forth Worth, e morta a Sun Valley, California. Aveva 81 anni. Nel suo ruolo più conosciuto - la donna improvvisa di un maschio atletico e primordiale – sembrava una campionessa di nuoto biondissima e catapultata in mezzo alle liane.

Lui, quel maschio, integralmente glabro, è stato, e resta famoso come “uomo-scimmia”. Perché ex bambino liberamente allevato dalle scimmie. Era nato dalla letteratura – autore Edgar Rice Burroughs, nel 1912 – e quella definizione avrebbe avuto, d’acchito, una seduzione su milioni di persone, lettori o spettatori, dei due sessi. Era, e resta, Tarzan. Presente, a cicli di avventure, dai tempi del cinema muto, e sempre dominante con le forme scultoree, bianche, e occidentali, di molti attori, da Johnny Weissmuller, a Lex Baker, a Gordon Scott. Lei ha avuto la sorte di nascere con il vero nome di Jean Ewers, e in quel ruolo, con un semplice anagramma, è diventata Jane, o Lady Jane, la complice-alleata di Tarzan.

A Parigi, qualche anno fa, in un dopocena con gente del teatro e della cinemateca, che chiacchierava senza troppa noia, un giovin signore del mestiere ha buttato lì questa immagine: «La storia del cinema puo’essere vista come una quantità di persone integralmente vestite di verde e immerse in una specie di foresta amazzonica. La maggior parte si confonde, o finisce per perdersi in quel colore dominante, ma qualcuno ce la fa a spiccare stabilmente. Anche per un minimo segno, che diventa un carattere, e un posto fisso». Eve Brent (nome scelto per lei da Sam Fuller nel dopoguerra) lo ha realizzato abbastanza presto - dopo essere stata due volte “Jane”- tirando, alla fine, una somma in attivo: «Il mio ricordo di Jane, e il fatto di esserlo stata, mi ha permesso di far parte della storia del cinema e delle vite di tutti quelli, e quelle, che si sono divertiti con Tarzan. Di questo le sono molto, molto, grata». Quei due passaggi, in quella foresta, hanno coinciso con due film, del 1958, dove l’uomo-scimmia è Gordon Scott (è morto nel 2007): “Tarzan and the Trappers” (“Tarzan e i cacciatori di pelli”, di Charles F. Haas), e “Tarzan’s Fight for Life” (“Tarzan e lo stregone”, di H. Bruce Humberstone): la coppia che si vede nelle foto di scena ha fondali di canneti e giungla, è bianca, abbracciata come in vista delle nozze d’argento, seminuda (lui un po’più di lei), sostanzialmente asessuata, devota a un onesto stato di natura, e pronta a ogni lotta per difenderne i valori. Lotta, o guerra, non fredde, anche se siamo nel pieno dell’era Eisenhower-Krusciov. D’altronde, Tarzan e Jane, come fortunato incontro sociale e complicità avventurosa, avevano già una lunga tenuta: al cinema, almeno dai tempi del proibizionismo. E Eve Brent si trovo’ al fianco un attore di genere (muscoli e ottimismo) che era già stato tre volte Tarzan, e, dopo, perfezionandosi (anche a Cinecittà), avrebbe combattuto dentro la Storia, la Sacra Scrittura, e il mito: come Maciste, Golia, Giulio Cesare, Remo, Muzio Scevola.

Eve-Jean-Jane è stata ricordata anche come un “prolific character”. Con qualche ragione, se si leggono titoli e personaggi sfuggenti alla centralità tarzanide: L’ammaliatrice (1956), Quaranta pistole (1957, dove lei si chiama Louvenia Spanger), La donna, la vergine, e i lupi (1965). Oppure, nell’anno di Orwell – 1984 – è la signora Kaiser, e il film si chiama In gara con la luna. Fra le sue memorie ha lasciato anche una frase che è un vezzoso incrocio fra una bugia e la maternità: «Ho accettato di essere Jane la prima volta per far piacere a mio figlio che aveva sei anni».

 

CARL PRESTON OGLESBY

(30 Luglio 1935 – 13 Settembre 2011)

Americano, di Akron, Ohio, ex leader studentesco negli anni Sessanta. Aveva 76 anni, è morto di cancro a casa sua, a Montclair, New Jersey.

SIDNEY HOWARD ASCH

(30 Maggio 1919 – 1°Settembre 2011)

Di New York, già giudice della Corte Suprema di quello Stato, nonché autore di diversi testi sociologici sui temi delle libertà civili. È morto a 92 anni in una Casa di riposo del North Carolina.

ARTHUR EVANS

(12 Ottobre 1942 – 11 Settembre 2011)

Nato in Pennsylvania, a York, aveva 68 anni. Uno dei più attivi ex combattenti del Movimento Gay degli Stati Uniti. È morto d’infarto a San Francisco, a casa sua.

Tre vite decisamente impegnate di una “liberal” (o anche “leftist”) America che ha lasciato un buon segno. Qualche loro fatto, qui citato, puo’ valere come un promemoria, o un pezzo d’eredità, di cui milioni di persone stanno tuttora usufruendo.

Celebre una battaglia cittadina degli anni Ottanta, a New York, con Edward I. Koch sindaco: Sydney Asch scriveva il testo con cui l’amministrazione aboliva una precisa discriminazione omofoba. Sui luoghi di lavoro. Prima di quello scritto, e della delibera conseguente, un’agenzia, o un’impresa private che ricevevano committenze, o che semplicemente facevano affari con il Comune, non assumevano omosessuali.

Coinvolgente la retorica di Carl Oglesby, definito il “grande oratore della Nuova Sinistra”. Come leader degli Students for a Democratic Society (SDS, stessa sigla dell’organizzazione degli studenti socialisti tedeschi di quegli anni) scriveva un discorso durante un “antiwar rally” (la guerra era quella del Vietnam) a Washington, il 27 novembre 1965. Il titolo “Let Us Shape the Future”e i contenuti sono tuttora considerati una “pietra miliare” della “retorica politica americana”. Nel nucleo di quel discorso si parla e si condanna il “liberalismo corporativo” dell’organizzazione economica degli Stati Uniti. Con interessi derivati e travestiti da “buona volontà anticomunista”.

Vulcanica l’idea e la reazione di Arthur Evans, alla fine del 1970. Si presentava negli uffici di Harper’s Magazine (la celebre rivista di moda) per protestare contro un articolo violentemente critico del “gay people and their lifestyle”. Proponeva, in anticipo sui tempi, e in positivo, un civile “tea party”, eventualmente da ripetere, o una serie di tavole rotonde sul tema, con la redazione. Midge Decter, il direttore rifiutava tutto (anche di pubblicare una risposta a quell’articolo), e si beccava subito questa denuncia, personale e caratteriale: “Sapevi che quell’articolo avrebbe contribuito all’oppressione degli omosessuali. Sei un bigotto, da considerare responsabile di un atto politico e morale”.

Molto particolare un’altra vittoria del giudice Asch, sempre a New York. Quando, nel 1975, riusciva a revocare la norma di uno statuto del 1947 che permetteva ai parrucchieri di tagliare, o modellare, i capelli alle donne, ma proibiva alle donne di fare la stessa cosa con gli uomini. Che venivano anche inibiti dal frequentare qualsiasi “women’s beauty salon”.

Consona a molte storie della sinistra nel mondo, l’espulsione dell’onesto Oglesby dall’Sds, nel 1969. Perché considerato (consenziente e non autocritico) un “radical centrist”. Con l’aggiunta di essere “insufficientemente marxista, e borghese più che a sufficienza”. Quel gruppo si sarebbe sciolto in quello stesso anno, trasformandosi, dopo qualche passaggio, in Weather Underground, e invocando il rovesciamento violento del governo degli Stati Uniti.

Pochi spunti da un’epoca. Anche con qualche anticipazione. Volontaria o inconsapevole.

 

 

Il quadro di questa settimana: Red Arada del pittore etiope Getahun Assefa Balcha, olio su tela

 

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