Petrolio, il Sud America è il nuovo Medio Oriente

Presto il centro di gravità del mondo energetico si sposterà dal Medio Oriente al continente americano. Non è più infatti l’Arabia Saudita il paese con il maggior numero di riserve di olio combustibile, ma il Venezuela. Per il New York Times la produzione del Brasile nel 2020 toccherà quella dell...

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20 Settembre Set 2011 1704 20 settembre 2011 20 Settembre 2011 - 17:04

Presto il centro di gravità del mondo energetico si sposterà dal Medio Oriente al continente americano. Alcuni segnali di questo cambiamento sono già evidenti leggendo le statistiche Opec: non è più l’Arabia Saudita il paese con il maggior numero di riserve di olio combustibile (264 miliardi di barili), ma il Venezuela (296), grazie alla scoperta di nuovi giacimenti nella regione del fiume Orinoco. Ma l’ascesa del Venezuela non è l’unica novità. Stando al New York Times la produzione del Brasile, che ha scoperto immensi giacimenti offshore, nel 2020 toccherà quella dell’Iran (oggi terzo produttore mondiale), mentre la Colombia – che oggi è al livello della Algeria – entro un decennio potrebbe raggiungere i livelli della Libia.

La scoperta di nuovi immensi giacimenti negli Stati Uniti e in Canada, in Brasile e in Messico, persino in Argentina, completa il quadro. Che cosa è accaduto? Al centro di questo radicale cambiamento sta, come spesso avviene nella storia, una rivoluzione tecnologica. Grazie a tecniche introdotte solo da pochi anni, e in via di rapido perfezionamento, enormi giacimenti non convenzionali di gas e di olio combustibile, fino a ieri troppo costosi da sfruttare, sono diventati economicamente competitivi. E si tratta di riserve enormi: due trilioni di barili negli Usa, almeno altri due nel Sudamerica, 2,4 in Canada.

Numeri stellari se si pensa che le riserve convenzionali di olio combustibile, nei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, arrivano “solo” a 1,2 trilioni. Grazie a queste tecniche il gas non convenzionale copre ormai il 20% dei consumi degli Stati Uniti. E molti esperti cominciano a porsi il problema di esportare il surplus nel giro di pochi anni. L’estrazione di olio combustibile non convenzionale dalle rocce, in Texas e nelle regioni delle Grandi Pianure, toccherà presto i 1,5 milioni di barili al giorno. Il New York Times prevede che entro il 2020 la dipendenza di olio combustibile dall’estero potrebbe essere largamente ridotta, forse azzerata.

Queste tecniche prevedono di fratturare le rocce e iniettare acqua e sostanze chimiche in modo da liberare gas e olio combustibile fino a ieri intrappolati nel terreno e troppo costosi da estrarre. In molti casi queste procedure sono contestate dagli ambientalisti per gli effetti provocati sull’ambiente, in particolare sulle falde acquifere. Ma il loro uso dilaga in molte regioni, specie negli Stati Uniti e in Canada. Ed è possibile prevedere che, di fronte a un business di queste dimensioni, e di tale importanza per l’indipendenza energetica degli Usa, l’innovazione tecnologica sia così rapida da contenere le obiezioni ambientaliste. Amy Myers Jaffe, in un provocatorio articolo sul mensile Foreign Policy (“The Americas, not the Middle east, will be the World Capital of Energy”) sostiene la rivoluzione energetica che maturerà nel corso di questo decennio comporterà una secca perdita di centralità strategica da parte del Medio Oriente a favore delle Americhe. I governi del Medio Oriente perderanno il potere di decidere il prezzo del greggio. E non potranno più contare sugli aumenti del barile per placare l’instabilità sociale dovuta alla rapida crescita demografica.

È la fine dell’Opec? Il ragionamento di Myers Jaffe offre interessanti suggestioni. La nascita di nuovi poli energetici crea nuovi flussi di ricchezza nel mondo, accelera l’emergere di paesi come il Brasile (il quale sta costruendo nuovi sottomarini nucleari per difendere i propri giacimenti offshore), può generare nuove instabilità (specie in alcuni paesi del Sudamerica, come la Colombia e il Nicaragua), e ridare agli Stati Uniti la leadership tecnologica nel settore. Ma è difficile pensare che il Medio Oriente possa perdere la sua centralità strategica. Ci sono diverse ragioni che spingono a pensare il contrario. La prima ragione è squisitamente tecnica: il petrolio dei paesi del Golfo è il più leggero, il migliore e il meno costoso da estrarre. La seconda ragione è geo-economica: la domanda di gas e di petrolio continuerà a crescere al galoppo nei prossimi decenni. Ieri sono state pubblicate le previsioni dell’International Energy Outlook (Ieo, un organo del Department of Energy Usa).

Ebbene, tra il 2008 e il 2035 la richiesta mondiale di energia crescerà del 53 %, e la metà di questo aumento verrà da Cina e India. La Cina, in particolare, nel 2035 consumerà un terzo dell’energia mondiale, il 68% in più degli Stati Uniti. Secondo le previsioni dell’Ieo per quella data il prezzo del petrolio arriverà a 133 dollari e la domanda crescerà, rispetto al 2008, di 28 milioni di barili al giorno. Va sottolineato che si tratta di previsioni che non tengono ancora conto dell’effetto che l’incidente di Fukushima è destinato ad avere sulla produzione di energia nucleare, che difficilmente, dopo quello choc, raddoppierà (come invece dicono le previsioni dell’Ieo). Quindi è probabile che il consumo di combustibili fossili sia ancora più alto. E in questo contesto è ben difficile immaginare che i paesi del medio Oriente siano destinati a perdere peso. C’è un altro elemento interessante nelle previsioni Ieo. Le emissioni di CO2 aumenteranno del 43% rispetto al 2008. Un ottima notizia per i paesi i via di sviluppo, a cui si deve questa crescita, pessima per l’ambiente. A meno che l’innovazione tecnologica, ancora una volta in modo imprevedibile, non arrivi a cambiare le carte in tavola.

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