Venezia, quando le escort si chiamavano cortigiane

Erano cortigiane e non escort, ma alla fin fine il mestiere sempre quello era. Con una fondamentale differenza, però: le cortigiane della Venezia cinquecentesca – al tempo meta di turismo sessuale da tutta Europa – non erano ragazzine spiantate che cercavano un posto al sole nel mondo dello spett...

Tintoretto
1 Ottobre Ott 2011 2300 01 ottobre 2011 1 Ottobre 2011 - 23:00
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La più celebre e celebrata cortigiana dell’epoca, Veronica Franco – ritratta dal Tintoretto – intrattenne per una notte Enrico III, re di Francia, in visita a Venezia (dopodiché le sue tariffe s’impennarono) e gli regalò tre sonetti composti per l’occasione in suo onore. Il suo talento letterario è apprezzato da Benedetto Croce: «Veronica Franco merita un posto nella storia letteraria italiana, impersona veramente in una sua particolare manifestazione lo spirito del Rinascimento». Il filosofo liberale, proprietario di una rarissima edizione delle Lettere di Veronica Franco in originale, decide di ristamparle, nel 1949, sostenendo che vadano ribaltati i termini: non cortigiana che compone anche versi, ma autentica poetessa che incidentalmente è anche cortigiana.

Veronica, che nasce nel 1546 e muore nel 1591, è il top del top fra le cortigiane “oneste” (parola che, in base all’etimo latino, non significa in questo caso “virtuosa”, ma “dignitosa”, ovvero arrivata, di successo) in grado di attirare visitatori stranieri che vengono a Venezia solo per vederla, e tanto ricca da pagare tasse elevatissime (il francese Thomas Croyat scriverà che le imposte versate dalle prostitute veneziane in cambio della tolleranza sono in grado di mantenere una squadra navale). Alle cortigiane oneste – ricche, ammirate e rispettate – si contrappongono le “prostitute da lume” (così chiamate perché per farsi riconoscere accendevano una candela alla finestra) povere donne che praticavano tariffe decisamente più basse. La stessa differenza che ci può essere oggi tra una nigeriana che batte lungo un viale e una escort che si accompagna a un ricco imprenditore. Le cortigiane scelgono il cliente, non vengono scelte e in molti casi non sono obbligate a intraprendere quella strada per motivazioni puramente economiche (la stessa Franco proviene da una famiglia di buon livello, proprietaria di varie case).

Diventare cortigiana nella Venezia cinquecentesca ha una portata ben diversa, significa sottrarsi all’alternativa tra maritar e monacar, dove il matrimonio poteva rivelarsi una gabbia ben più ferrea del convento. Noi abbiamo in mente la Venezia del Settecento, libertina e priva di inibizioni, dove le ricchissime nobildonne talvolta si prostituivano per il piacere di trasgredire (accadeva anche a Parigi, dove principesse di sangue reale, di notte si travestivano da prostitute e si vendevano nei bordelli per il puro gusto di farlo); la città di due secoli prima, invece, aveva una doppia morale e le donne di buona reputazione erano praticamente segregate. Una ragazza da marito usciva di casa due volte all’anno, a Natale e Pasqua, per andare a messa, velata in modo che non si vedesse il viso e accompagnata dai maschi di casa (capito? Velata e accompagnata da un uomo, tanto per richiamare altri temi attuali). E anche una volta sposate, «i signori tappano le loro donne tra le pareti domestiche come polli nella stia», scriveva il medesimo Croyat. Il che, in ogni caso, non impediva che, uscite di casa, se ne andassero in giro a petto nudo: le gentildonne «vanno mostrando il seno, e questo sia le vecchie che le giovani», scrive un altro viaggiatore. Ovviamente anche le meretrici lo facevano e questo spiega perché Venezia fosse diventata una specie di Bangkok o di Budapest dei suoi tempi.

Fare la cortigiana significava prima di tutto poter disporre liberamente di sé, del proprio corpo e del proprio tempo, tutte cose negate anche alle gentildonne di rango più elevato. L’universo femminile veneziano era sdoppiato: da un lato le donne tappate in casa o in monastero (sposare una figlia era costosissimo e anche le famiglie più ricche difficilmente potevano permettersi più di una dote, quindi una sorella si sposava, le altre finivano monache), da un altro quelle che avevano visibilità e una maggior dose di libertà, ovvero le cortigiane. Anche al tempo si usavano le «cene eleganti»: i mariti rinchiudevano le mogli e poi si intrattenevano nei loro palazzi con le cortigiane, come testimonia un cronista dell’epoca. Il patrizio Leonardo Giustinian dà una festa «con puttane sumptuose, zerca quindici, le quali ballono e cenono lì».

Esistevano vere e proprie guide turistiche, come il Catalogo de tutte le principal et più honorate cortigiane di Venetia, stilato intorno al 1565, in cui compare anche una giovinetta (e quindi non ancora famosa) «Veronica Franca, a Santa Maria Formosa, scudi due». Il prezzo è basso: quando assurgerà nell’empireo, Veronica chiederà fino a cinquanta scudi a prestazione (lo stipendio di un medico è circa otto scudi al mese). La lista completa è di 210 cortigiane, «et chi vol haver amicitia de tute bisogna pagar scudi d’oro milleduecento», conclude ragionieristicamente il Catalogo. Non è questo l’unico esempio di elenco cortigiane dell’epoca. La tariffa delle puttane di Venegia, un poemetto satirico in versi del 1535, chiaramente ispirato da Pietro Aretino che in quel periodo viveva nella Serenissima (e che, incidentalmente, è l’autore del primo libro pornografico della storia dell’editoria, i Sonetti lussuriosi) parla della Zaffetta che non disdegna gli amori multipli e per superbia non orina nel vaso, ma a gambe aperte in mezzo alla cucina, in modo che tutti la vedano; di Elena Ballarina «puttana errante di cazzi ingorda»; della Lombarda «che d’oro e terreni/ ricca si fè con la virtù del tondo»; della Parisotta «in la sua barca s’entra per mezzo scudo» e di Polissena «che inghiotte assai e ‘l servitial non mena». Come diceva il principe di Salina? «Bisogna che tutto cambi perché nulla cambi».

Veronica Franco
 

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