L’industria del mobile, dove solo chi innova ce la fa

Il secondo comparto del made in Italy, dopo l’industria della moda, ha perso 10 miliardi di fatturato (il 22% del totale) dal 2007. La crisi ha imposto una profonda trasformazione, ed è arrivata nel mezzo di un processo di cambiamento già iniziato, tra delocalizzazioni e innovazione tecnologica. ...

Mobili
13 Ottobre Ott 2011 0700 13 ottobre 2011 13 Ottobre 2011 - 07:00
Messe Frankfurt

La quinta tappa del viaggio de Linkiesta nella manifattura italiana è dedicata all'industria del mobile. Secondo comparto manifatturiero per numero di imprese e terzo per saldo commerciale, quello dei mobili rappresenta, al pari della moda, il settore con cui viene identificato nel mondo il made in Italy. L'industria del mobile, organizzata per distretti (sono 11, di cui 8 nel Nord Italia) e fortemente incentrata su imprese di piccole-medie dimensioni che generano il 40% del fatturato del settore, vive da diversi anni una profonda trasformazione. La concorrenza di paesi emergenti come Cina e Polonia prima, la crisi economica poi, ne hanno accelerato le dinamiche evolutive, in una logica che taluni analisti definiscono di “distruzione creativa”: le imprese e i prodotti migliori sopravvivono, mentre le imprese meno efficienti e i prodotti meno competitivi sono espulsi dal mercato.

I “costi” di tale processo di riposizionamento competitivo sono significativi e si sono manifestati anche nei dati relativi all'occupazione, alla produzione ed all'export. “Dal 2007 – sottolinea Fabrizio Pascucci, responsabile per Feneal-Uil delle politiche contrattuali dei settori del Legno, abbiamo perso il 10% di fatturato, gli addetti, che erano 430 mila nel 2009, sono scesi a 389 mila nel 2010 e la contrazione di posti di lavoro, seppur con molta minore intensità, continuerà, per il quarto anno consecutivo, anche nel 2011; ciò, nonostante il ricorso massiccio a tutti gli strumenti di ammortizzazione sociale a disposizione”. In effetti dall'ultimo “Monitor dei distretti” di Intesa San Paolo, emerge come nel ranking realizzato sulla base del cumulato di ore autorizzate nei primi otto mesi del 2011, ci sono tre distretti con specializzazione nella produzione di mobili tra i primi trenta distretti della classifica nazionale. Tra questi si annovera, in primis, il distretto del mobile del Livenza e quartiere del Piave, con 3,1 milioni di ore autorizzate. Di rilievo il forte incremento sperimentato in corrispondenza della Cassa Straordinaria, che pesa il 55,4% sul cumulato CIG complessivo di agosto 2011. Segue con 3 milioni di ore autorizzate il mobile imbottito della Murgia, con un peso della CIGS pari al 70%. Più distante il monte ore CIG del legno-arredo della Brianza con 2,1 milioni di ore autorizzate.

Per comprendere appieno la portata delle trasformazioni che tutt'ora stanno attraversando il settore, bisogna fare però un salto indietro nel tempo di qualche anno. Come evidenziato da una recente analisi del servizio studi e ricerche di Intesa San Paolo, il saldo commerciale, dopo essere sceso a 7 miliardi di euro nel 2005, era risalito a 7,5 miliardi nel 2008 (nel 2001 era 8,3 miliardi di euro) e le quote di mercato, dopo essersi significativamente ridimensionate nella prima parte degli anni Duemila, nel 2008 mostravano segnali di recupero diffusi a tutti i comparti del mobile: dalle cucine ai mobili per ufficio, dalle sedie agli imbottiti, dai mobili per usi specialistici alle camere da letto. L’industria italiana del mobile sembrava dunque “aver preso le misure” ai produttori cinesi, che anche nel 2010 hanno importato nel nostro Paese 972 milioni di euro (+36,3% sul 2009) e che hanno proseguito la loro affermazione sui mercati internazionali; per la verità non più solo a danno del tessuto produttivo italiano, ma in particolare a scapito di altre economie emergenti come il Messico, la Malesia e l’Indonesia. Lo scoppio della crisi economica ha colto quindi il settore italiano del mobile nel bel mezzo di una profonda trasformazione, che vedeva molti soggetti già in difficoltà e un nucleo numeroso di imprese capaci di esprimersi su ottimi livelli di competitività. Il settore del mobile italiano si è così trovato ad affrontare la peggiore crisi economica degli ultimi anni in un momento di transizione in cui nuove mete e nuovi attori hanno incominciato ad emergere e ad affermarsi. Nel 2009 si è ridotta, seppure lievemente, la base produttiva che oggi conta ca. 73 mila imprese, il fatturato a prezzi correnti ha subito un calo pari al 15,4%, peraltro in linea con quanto avvenuto mediamente nel resto d’Europa. Le difficoltà delle imprese italiane sono state maggiori sui mercati esteri, dove si è verificato un vero e proprio crollo delle esportazioni, scese appunto nel 2009 del 23% circa a quota 10,9 miliardi di euro. Una debacle che ha così fortemente penalizzato l’avanzo commerciale settoriale, sceso, sempre nel 2009, a 5,7 miliardi di euro.

Il 2010 rappresenta l'anno dell'inversione di tendenza: il fatturato complessivo del settore, crollato dai 38,9 miliardi di euro del 2008 ai 32,9 miliardi del 2009, ha ricominciato infatti a crescere, seppur lievemente (33,5 miliardi) e le stime per il 2011 indicano un ulteriore incremento attorno al 3%. Una ripresa, quella dell'industria del mobile, trainata in particolare dalle esportazioni, passate nel 2010 a 11,6 miliardi di euro (nel complesso +6,4% sul 2009, + 8,5% in Francia, +8,8% negli Stati Uniti, + 7,3% in Germania) e che nel primo semestre di quest'anno mostrano una crescita del 3,1% sullo stesso periodo del 2010 (3,9 contro 3,7 miliardi di euro).
“A fronte di un mercato interno sempre più asfittico – ci conferma Roberto Snaidero, patron di una delle realtà produttive più rilevanti del settore e da poco rieletto Presidente di FederlegnoArredo – ci salviamo spingendo sull'acceleratore dell'export, portando nel mondo la nostra creatività, il nostro design, emblemi del made in Italy, dell'italian style: in tal senso FederlegnoArredo è fortemente impegnata in una spinta a internazionalizzare sempre più il nostro tessuto produttivo, organizzando missioni e partecipando a fiere di settore nell'ottica di esplorare mercati emergenti come ad esempio Russia, Cina, India, Turchia, Polonia, Brasile...ma siamo soli, purtroppo, mica come accade in paesi come la Francia, la Gran Bretagna, la Germania – si sfoga Snaidero – dove il pubblico è davvero a fianco delle imprese ed investe dieci volte quanto investiamo in Italia per accompagnare le aziende sui mercati esteri, alla ricerca di nuovi e sempre più necessari sbocchi: altro che ICE!”.

Sul fronte dell'export è pur vero che la debolezza del mercato immobiliare di molti mercati avanzati, così come le criticità presenti sul mercato del lavoro continuano a condizionare negativamente il recupero dei distretti del mobile, ma è qui che emergono alcuni segnali positivi, come si ricava dal Monitor dei Distretti di Intesa San Paolo relativo al mesi di giugno. Nel primo semestre cresce del 9,5% l’export del distretto del Mobile del Livenza e Quartiere del Piave, grazie soprattutto al buon andamento delle vendite sui mercati tedesco e inglese. Segnali positivi si registrano anche in Russia. Il mercato russo è ripartito anche per il distretto del legno-arredo della Brianza, che ha chiuso il primo trimestre con una crescita contenuta del 4,1%. Se da un lato l’export verso la Russia ha chiuso a un ritmo sostenuto (+13%), dall’altro si registra un calo delle vendite del distretto brianzolo sul mercato statunitense. Nello stesso periodo, ha chiuso positivamente anche il distretto delle cucine di Pesaro (+8,4%), trainato dal boom di export verso la Russia, primo mercato di sbocco dell’area, ma in difficoltà su altri mercati rilevanti: Francia, Germania, Libia, Grecia, Spagna e India. Ha invece mostrato un calo dell'export il distretto delle sedie e tavoli di Manzano (-4%), registrando un arretramento in Francia, primo mercato di sbocco dell’area.

Ha continuato una modesta crescita delle esportazioni il mobile imbottito della Murgia (2,5% nei primi 6 mesi), che però continua a scontare soprattutto le difficoltà sui mercati anglosassoni.
Il distretto del mobile imbottito è, assieme a quello della nautica, il segmento che più di ogni altro ha risentito dell'effetto combinato della concorrenza straniera e della crisi: nel 2008 occupava circa 10mila persone, le aziende erano ca. 400 e il fatturato complessivo era attorno a 2 miliardi di euro. Oggi il fatturato è sceso a poco meno di 800 milioni, il numero di imprese si è dimezzato, gli occupati sono poco più di 3.000 e la zona produttiva di Matera, che era il cuore della lavorazione delle pelli del distretto, è in mano ai cinesi, i nuovi imprenditori dei divani.
L'andamento degli ultimi esercizi della Natuzzi Spa, colosso del mobile imbottito, che attualmente occupa 6800 persone, è certamente illuminante rispetto all'entità del tracollo del distretto della Murgia. Sembrano lontanissimi i tempi in cui Natuzzi macinava utili e fatturava 800 milioni di euro all'anno: i ricavi, crollati nel 2008 a 666 milioni del 2008, si sono ulteriormente ridotti a 515,4 milioni nel 2009 (- 22,6%), sostanzialmente confermati nel 2010 (518,6 milioni di euro), mentre le perdite complessive nei tre esercizi sono risultate pari a 90,7 milioni di euro. La Natuzzi, che già nel 2009 annunciò esuberi strutturali per 1.540 addetti negli stabilimenti concentrati nelle province di Matera, Bari e Taranto ha sottoscritto nei giorni scorsi a Roma, presso il Ministero del Lavoro, il verbale di accordo per la cassa integrazione straordinaria che riguarderà ben 2.940 dipendenti, denunciando un esubero strutturale pari a 1.276 addetti, che dovrebbero scendere a 1.060 nel 2013.

La crisi, per altre realtà, ha costituito invece l'occasione per crescere ed innovare: è il caso del Distretto industriale del mobile Livenza, nel Pordenonese, primo polo produttivo del legno-arredamento in Europa, dove un sistema integrato di ca. 800 imprese con un tasso di specializzazione produttiva molto alto da lavoro a ca. 10 mila addetti e fattura complessivamente ca. 2 miliardi di euro. Il distretto ha individuato da anni nella sfida ambientale uno dei terreni su cui riposizionarsi, con l'obiettivo di dare alle produzioni un valore aggiunto immateriale e di riuscire ad aggredire quei mercati dove è più diffusa la sensibilità nei confronti dello sviluppo sostenibile. Il cluster friulano è da anni impegnato nella tutela della natura e della salute dei cittadini attraverso una specifica pianificazione ambientale per l’ottimizzazione dell’uso delle risorse naturali, la riduzione dell’inquinamento e il miglioramento della qualità di vita e dell’ambiente. Non a caso quello di Livenza è il primo distretto in Italia ad aver ottenuto, nel 2006, l’attestato EMAS (Eco Management and Audit Scheme) per APO (Ambito Produttivo Omogeneo), avviando sul territorio un percorso virtuoso di gestione ambientale teso a diffondere la cultura dello sviluppo sostenibile nelle organizzazioni private e pubbliche. Il programma prevede numerose attività finalizzate a ridurre gli sprechi, i rifiuti e le emissioni in atmosfera, oltre che a promuovere il risparmio energetico e idrico, a livello distrettuale e privato. Ecco alcuni dei risultati raggiunti dal distretto: -20% di emissioni di composti organici volatili in atmosfera, raccolta differenziata di rifiuti solidi urbani pari al 65,64%, stato delle acque del fiume Livenza definito “buono” secondo l’indice S.E.C.A, elevata percentuale di aziende della filiera che utilizzano materie prime certificate (FSC, PEFC o pannelli LEB).

Esempi di aziende che ben rappresentano questa tensione all'eco-compatibilità produttiva sono senza dubbio Valcucine e Riva 1920. Nel primo caso si tratta di una realtà che occupa poco meno di 200 addetti, divenuta famosa per le sue cucine ecologiche prodotte con materiali 100% riciclabili, ad emissione zero di formaldeide, con utilizzo di legni non provenienti dalla distruzione delle foreste primarie. Nel caso di Riva 1920, invece, nelle colle utilizzate per realizzare i mobili non sono presenti formaldeide o altri solventi nocivi, sono state eliminate completamente le vernici sintetiche e per le finiture vengono usati solo oli e cere naturali; Riva 1920 inoltre da anni usa esclusivamente legni di riforestazione, provenienti da fornitori che aderiscono al programma “SmartWood Certified Forestry”.
“L'innovazione, di processo e di prodotto – sottolinea Snaidero – sono certamente una delle carte vincenti delle nostre aziende, elemento di differenziazione qualitativa, assieme alla forte impronta creativa dei nostri mobili, rispetto a produzioni a basso costo, che non possono essere inseguite, perchè significherebbe suicidarsi”.
Anche se, come insegna l'esperienza di questi ultimi anni del distretto della Murgia, design e qualità, a volte non bastano a fronteggiare una concorrenza sleale sia interna che estera, ed in particolar modo quella cinese, che anche nel settore del mobile imita i nostri prodotti, li spaccia come prodotti italiani, “minando così il buon nome del Made in Italy e dei produttori in regola”, come ha denunciato pubblicamente qualche mese fa Natuzzi. “Da questo punto di vista – sottolinea Pascucci – Matera è emblematica: i capannoni che un tempo lavoravano per il miglior made in Italy del mobile imbottito, ora sono occupati da imprese cinesi che in tantissimi casi sono completamente in nero, utilizzano lavoratori cassaintegrati italiani e producono anche per nomi importanti come Chateau D'Ax, Poltrone e Sofà, tanto per fare un paio di esempi!”.
Non pare abbia nulla a che vedere con la concorrenza sleale, la notizia diffusa nelle scorse settimane di una possibile delocalizzazione in Romania per una parte importante della produzione della Cassina.

Quest'ultima rappresenta un'altra realtà industriale di spicco del mobile imbottito italiano, che fa parte della Poltrona Frau Group, controllata dal 2005 dal gruppo di investimento Charme guidato da Luca Cordero di Montezemolo. L'azienda, a giudicare dalla cifre ufficiali, pare goda di buona salute: nel 2010 i ricavi sono cresciuti a 111,5 milioni di euro (erano 101 nel 2009) e l'utile ante imposte utile è stato pari a 4,7 milioni di euro; l'operazione di delocalizzazione, che ora pare rientrata, avrebbe avuto un forte impatto sull'economia del territorio brianzolo, dal momento che l'azienda rappresenta un importante punto di riferimento per molte imprese dell'indotto, aprendo anche seri interrogativi sul futuro dello stesso Distretto, di cui Cassina ne costituisce il cuore. “Per ora – sottolinea Pascucci – il trasferimento di un pezzo di attività in Romania - che ci è stato spiegato avrebbe consentito di abbattere il costo del lavoro del 40% - è stato accantonato anche perchè l'azienda ha già fatto sforzi rilevanti nell'ottica di aumentare flessibilità e produttività...certo fa un certo effetto che colui che si propone pubblicamente come il campione del made in Italy (Montezemolo, ndr), abbia anche solo pensato a delocalizzare all'estero!”.

Cassina, però, non sarà né il primo né l'ultimo di una sempre più lunga serie di imprese che progetta o ha già deciso di trasferire la produzione all'estero per recuperare, sul costo del lavoro, il gap competitivo con i Paesi emergenti.
C'è chi, come Snaidero continua invece a pensare che la partita per tornare ai numeri pre-crisi si debba giocare in casa, “facendo davvero squadra, tra noi imprenditori e con le Istituzioni, dal Ministro Romano, all'amico Calearo, ai quali non smetterò di sollecitare l'urgenza di non lasciare abbandonate a sé stesse le nostre imprese”.

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