Borghesia, torna ad indignarti e rimettiti in marcia

Trentuno anni fa, il 14 ottobre del 1981, si svolgeva a Torino la “marcia dei quarantamila”, tutti borghesi raccolti attorno ai dirigenti Fiat e contro il blocco alla produzione imposto dai sindacati. A Roma, ed è storia di oggi, gli indignati italiani si preparano ad invadere la capitale. Nel me...

Seurat
14 Ottobre Ott 2011 1955 14 ottobre 2011 14 Ottobre 2011 - 19:55
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Messe Frankfurt

Caro Direttore,

mi colpisce questa nostalgia strisciante di una marcia, alla vigilia di quella romana dei nostri indignados. Esattamente 31 anni fa, il 14 ottobre del 1980, i capi Fiat organizzarono a Torino una grande adunata, passata alle cronache come “la marcia dei quarantamila” che ruppe il ricatto sindacale schierato a oltranza davanti ai cancelli di Mirafiori. Quadri e dirigenti del Lingotto ma non solo alzarono la testa e misero fine al blocco della produzione rilanciando l’etica del lavoro e dei valori borghesi in un paese frantumato.

Quell’epica torinese in realtà fu uno dei pochi sussulti di coscienza di classe, una fugace parentesi, in un paese che vive da anni la crisi profonda dell’idealtipo borghese. Silvio Berlusconi per quasi vent’anni lo ha contrapposto all’antagonismo sociale e allo spettro dei cosacchi in piazza San Pietro. L’anticomunismo come muro divisorio della società italiana. Al termine della sua parabola, lo si vede in questi giorni, si capisce bene che quella narrazione è stata totalmente strumentale: il Cavaliere si porterà dietro in eterno la dannazione della rivoluzione tradita. Il reato gravissimo di aver abusato e poi stravolto il senso e la speranza di una parola, libertà, così tipicamente borghese. D’ora in poi - questo il vero misfatto berlusconiano - chiunque oserà alzare quella bandiera nobile dovrà fare i conti con il precedente ravvicinato di un’idea bruciata e verrà tacciato di voler fare il berluschino. E sul punto, se paragoniamo il coraggio di quella marcia di allora con l’ipocrisia dell’ultimo ventennio, la nostra cosiddetta borghesia porta molte responsabilità.

Il pericolo rosso, l’irriformabilità della pubblica amministrazione, gli statali fannulloni e la politica casta che non decide, sono state una cuccia calda in cui il nostro ceto medio professionale e industriale si è rintanato per troppi anni, un comodo alibi per nascondere la mancanza di idee e la sindrome dei Buddenbrook. Il borghese in Italia in questi anni non si è fatto vedere in giro per consunzione e pigrizia intellettuale, non per stoica resistenza ad un sistema malato. Non a caso negli anni dell’impresa al centro e di uno dei principali industriali italiani a palazzo Chigi, di liberalismo in azione se n’è visto pochissimo.

Dove sono finiti i borghesi?, si chiedeva qualche tempo fa un grande liberale come Sergio Ricossa. Troppo facile (e troppo triste) fare la mappa: con le dovute eccezioni, chi nella rendita comoda, chi a tenere bordone all’amico Silvio per convenienza, convinzione o pigrizia, chi nella dimensione borghigiana di cui parla spesso Giuseppe De Rita, chi semplicemente a coltivare il proprio orticello, i suoi bei weekend al mare o in montagna. Chi infine all’estero, spesso i migliori, costretti a fare business via dal paese. La stessa borghesia mignon del quarto capitalismo, la vera novità dell’ultimo quindicennio, si è contraddistinta per le performance tedesche ma anche per il poco carisma civile. La loro fronda al Cavaliere traditore e ad una sinistra mai compiutamente riformista è stata quella di esportare di più e fare meglio dei concorrenti. Ottimo, ma non basta.

Nel frattempo quei pochi grandi gruppi rimasti, dopo che il capitalismo italiano è uscito via via dai settori innovativi (farmaceutica, chimica, elettronica, informatica), si sono fatti rentier, confermando la profezia di Enrico Cuccia che a metà anni novanta previde per le grandi famiglie un futuro fuori dalla manifattura e dentro i più comodi servizi. Dalle auto, dagli pneumatici, dalle macchine per scrivere e dai pc alla gestione di autostrade, telefoni, energia elettrica e gas (i nomi corrispondenti dei cosiddetti “capitani coraggiosi” in questione metteteli pure voi). A cui bisognerebbe aggiungere la sanità privata coi soldi pubblici, ultimo bengodi dei nostri gran borghesi. Insomma protezione, cedole, tariffe al posto della dura intrapresa, orticelli che richiedono di non disturbare il manovratore a palazzo Chigi. Per dirla franca: i big raccolti nel salotto di Mediobanca hanno spesso trovato conveniente scendere a patti con la politica, in cambio di protezioni; i piccoli, invece, scontano da tempo la sindrome del “faso tuto mi.” Nel frattempo dagli Stati Uniti spirava l’aria nuova: informatica e internet, Bill Gates e Steve Jobs e un capitalismo magnetico che si fa egemonia e soft power. Dura competere così e incalzare la politica.

Si dice che la borghesia in Italia non sia mai stata egemone. Vero. Indro Montanelli cercò fino all’ultimo, col lanternino, un partito liberale di massa che desse finalmente forma compiuta al nostro Risorgimento e facesse, una buona volta, gli italiani. C’è chi si spinge a dire che dei tre valori fondamentali di Benjamin Franklin, “industry, frugality, honesty”, almeno gli ultimi due non facciano parte del nostro pantheon. Ma davvero all’Italia non s’addice il borghese? Non credo. Ci sono stati minuscole parentesi in cui il borghese ha innervato di sé il paese. La destra storica dopo l’Unità d’Italia, prima della deriva protezionista; il dopoguerra operoso dei Michele Ferrero, Giovanni Borghi, Leonardo Del Vecchio, Aristide Merloni. La marcia dei quarantamila. Insomma il passato si può riprodurre e aggiornare ripartendo proprio da queste esperienze. A patto che non ci si prenda in giro con le parole.

Borghese infatti è chi vuol farsi da sé. Non accetta né le caste né l’egualitarismo. La responsabilità per lui è sempre individuale. Non accetta chi emerge senza merito, per privilegi o per affiliazione clientelare. “Vendo, non mi vendo”, è il suo codice d’onore. Il borghese non chiede nulla alla società se non conta di restituire con gli interessi. In questo senso è un vero rivoluzionario. Chi se la sente di giocare in questo campo? E sicuri che chi si appresta a scendere in campo risponda a questi requisiti? Non è nemmeno una questione di destra e di sinistra. Per essere più chiari: una Fiat forte e orgogliosa, come quella del 1980, avrebbe già costretto alla porta Silvio Berlusconi e questa politica rissosa e inconcludente perché sta affossando il paese, mica per calcoli politici. Invece la sua incapacità di produrre auto belle e moderne da troppi anni l’ha costretta a uno stop and go incomprensibile. Innovativa sulle relazioni industriali, fuori dal grande giro dei mercati emergenti (Cina in primis) nel suo core industriale. Le due cose si tengono. E ancora. Una pratica borghese davvero coltivata - industry, frugality, honesty - avrebbe permesso ai nostri imprenditori e professionisti di denunciare prima il tradimento berlusconiano invece di arrivarci al fotofinish, lasciando a tutti in testa il retropensiero che il ritiro della delega sia strumentale e nasconda secondi fini politici (vero Marcegaglia, Montezemolo e Passera?).

Per questo si ha l’impressione che, in fondo, le due marce del 14 ottobre 1980 a Torino e del 15 ottobre 2011 a Roma, a distanza di oltre trent’anni probabilmente si tengono: le manchevolezze e il tradimento borghese dei padri sta producendo il malessere dei figli, incartati in un paese tetro, bloccato e senza occasioni di crescita. Se la suggestione di formare un vero partito della borghesia in Italia è sempre fallito fin dai tempi di De Gasperi, con il paese alle corde non è detto non si debba riprovare oggi. Contaminare la politica si può e si deve (senza lasciarsene contaminare).

Cari borghesi, marciate un’altra volta, please.

*Inviato de La Stampa, autore di “Nord terra ostile” e “La peste di Milano” (Feltrinelli)

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