Draghi adesso spieghi perché hanno ragione gli indignati

Mario Draghi ha detto che i giovani arrabbiati hanno la sua comprensione. Ma siccome non viene da Marte forse è il caso che spieghi meglio quelle ragioni che conosce così bene. Il movimento è infatti ancora in una fase acerba e non ha una testa né un centro. Ora poi la sconfitta della violenza è ...

Indignati
15 Ottobre Ott 2011 2256 15 ottobre 2011 15 Ottobre 2011 - 22:56
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Dopo che un modello economico fallimentare ha rubato il futuro agli indignati, un efficiente gruppo di violenti gli ha rubato la piazza. Per settimane giornali e commentatori si sono interrogati sul perché la gente non scendesse per le strade anche in Italia. E ieri doveva essere il giorno in cui anche da noi l'antieconomia si congiungeva all'antipolitica. Invece quanto è avvenuto riporta alla Genova del G8, a simili preoccupanti interrogativi. Anche se, per fortuna, non ci sono stati morti, la violenza ha mortificato le ragioni di una protesta che da giorni e settimane si cerca di capire nelle sue ragioni più profonde. Così mentre ci si interroga su chi siano e cosa vogliano esattamente gli indignados, è arrivato Mario Draghi: «Se siamo arrabbiati noi per la crisi, figuriamoci loro che sono giovani, che hanno venti o trent'anni e sono senza prospettive». 

Gli indignati avevano già incassato la comprensione anche di Ben Bernanke e di George Soros. E non si sa quanto questo li abbia resi felici. Forse, tanto più ora che arriva a Francoforte, l'ex banchiere di Goldman Sachs potrebbe andare oltre la comprensione visto che né lui né gli altri sono sbarcati ieri da Marte. Se questi ragazzi sono «senza prospettive» è ora che spieghi meglio cosa fare, se comprendere voglia anche dire accettare quella parte di colpe che vengono imputate non solo a lui, ovviamente, ma di cui Mario Draghi finisce inesorabilmente con l'essere un simbolo, o meglio, almeno in Italia, il simbolo di una protesta che per il resto è ancora acerba. Infatti, a parte istanze generiche come quella espressa da Draghi, non sono in molti che quelli che sanno esattamente cosa siano le proposte dietro alla rabbia degli indignati, che sono già di per sé difficili da definire nella loro molteplice natura. 

In piazza oggi non c'erano solo loro, ma anche i Cobas, la scuola, i movimenti pro Palestina. Oltre a famiglie e gente comune. Come sempre queste manifestazioni fanno da richiamo a diverse istanze, a maggior ragione un movimento di questo genere, composto di problematiche "glocal", senza un centro né una testa. Sotto il nome di indignati poi ci sono problemi diversi come la lotta contro la grande finanza di quelli americani, contro la disoccupazione e la precarietà di quelli spagnoli, contro la cattiva redistribuzione della ricchezza di quelli cileni e israeliani. Da noi il tema principale è quello del debito pubblico, con la piazza che chiede il default del Paese e propugna altre soluzioni tecnicamente assai improbabili per l'Italia come quella islandese (mandare tutti a quel Paese e non pagare il debito ma un conto è una nazione la cui popolazione è un ottavo di quella di Roma, e un conto è la settima economia del mondo). 

Molte delle istanze dei movimenti alternativi entrano poi nel dibattito pubblico o diventano vere e proprie policy. Basti pensare alla cancellazione del debito pubblico di alcuni paesi africani fatta sua da Gordon Brown e da altri, o alla Tobin Tax fatta propria dalla Ue. Ma quel movimento, quello No Global, seppur fra mille ingenuità, sembrava in una fase più matura nell'evoluzione del proprio progetto economico-politico. E se l'11 di settembre non avesse cambiato il mondo, probabilmente sarebbe riuscito ad arrivare ad una compiuta maturazione.  

Questo, quello di oggi, è forse ancora troppo acerbo per essere davvero messo a fuoco. E la violenza di oggi (a cui abbiamo detto di "no" sin dalle prime avvisaglie di un mese fa davanti a Montecitorio , ed è un "no" che non ci stancheremo mai di ripetere) soverchierà nel dibattito dei giorni prossimi la comprensione delle istanze di fondo questo movimento che faceva oggi il gran debutto.

Invece che dei loro problemi, si parlerà della violenza. Che così avrà espropriato per due volte, prima nella piazza poi nel dibattito, il diritto all'ascolto di queste realtà che vogliono rendere chiaro alla politica quanto sia cambiato quel mondo in cui essa ha cessato di vivere e in cui loro sono invece costrette a stare. 

 

 

 

 

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