I disastri ambientali devono farci ripensare il territorio

L’alluvione che si è abbattuto su Liguria e Toscana riporta al centro del dibattito il nostro rapporto con il territorio. Lo scenario è quello di un paese dove non si spende per il coordinamento, ma ogni comune pensa per sé e così si consuma sempre più territorio, invece di investire nel coordina...

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26 Ottobre Ott 2011 2233 26 ottobre 2011 26 Ottobre 2011 - 22:33

A Roma nel 2008 e a Milano nel 2011, l’esito delle elezioni amministrative comunali ha visto una strana vicenda parallela. In entrambi i casi è stata interrotta una lunga stagione politica (quella di Rutelli-Veltroni a Roma e quella di Formentini-Albertini-Moratti a Milano) con un risultato per molti versi inaspettato e sorprendente che ha visto Moratti e Rutelli - che si proponeva come sostituto di Veltroni, candidato a sfidare Berlusconi nelle elezioni nazionali - perdere pur avendo i favori del pronostico. Dietro le quinte di questa vicenda parallela c’è un’altra interessante analogia. L‘ultimo consiglio comunale di entrambe le amministrazioni uscite sconfitte dalle elezioni aveva visto l’approvazione del nuovo piano regolatore comunale. E in entrambi i casi, la stesura del piano aveva impegnato la città, gli uffici tecnici comunali e i consulenti per un lungo periodo: circa 10 anni a Roma e l’intera legislatura di Letizia Moratti a Milano.

È evidente che non vi è un rapporto diretto tra approvazione del piano regolatore e sconfitta elettorale. In altre parole, è certo che sia stato un insieme di motivazioni quella che ha portato migliaia di elettori ha votare diversamente da come avevano votato solo pochi anni prima e di come i sondaggi e le previsioni davano ad intendere. Però si tratta di una coincidenza interessante perché, nel passato delle vicende amministrative italiane, portare a termine il piano regolatore era quasi sempre elemento di consenso politico e quindi garanzia di una sicura rielezione. Ma così non è stato a Roma e a Milano, le principali città italiane, due città-sensore in maniera diversa dell’evoluzione del rapporto tra politica, economia e società. È una coincidenza che non andrebbe sottovalutata. Fare il piano è uno dei principali atti di governo di una amministrazione. Da questa vicenda parallela si può avanzare qualche riflessione su una stagione di piani urbanistici che dovrebbe assumere alcuni nuovi elementi per poter ridare a questo strumento fondamentale il suo carattere civile e politico.

Dalcentrostoricoallacittastorica RomaTavola “Dal centro storico alla città storica” del Prg di Roma
Una prima riflessione muove proprio dalla vicenda sopra ricordata di Roma e Milano. In entrambi i casi, la lunga trafila di stesura del piano, ha impegnato a lungo l’assessorato e i tecnici, riducendo di fatto, per gran parte, la politica comunale di governo del territorio al lavoro sul piano. Con questo non si vuole suggerire l’idea che un piano regolatore debba essere “leggero”, definire sole poche vaghe direzioni di espansione, lasciando ai privati il compito di definire la forma della città. Ma è evidente che se la stesura di un piano dura 5-10 anni, a cambiare nel frattempo è la città, il contesto, le relazioni economiche.

Sarebbe il caso di tornare a pensare che la città è anche fatta di parti autonome, ognuna dotata di una sua fisiologia, parti che possono, anche nel flusso di stesura di un piano, vedere progetti ad hoc, che il piano poi, una volta pronto, assumerà. La percezione è che la dipendenza dal piano semplifichi eccessivamente l’azione del governo locale nell’ambito dell’urbanistica. Ma le forme con le quali si può avviare un progetto della città sono tante. In alcuni casi la trasformazione di un quartiere o di un’area dismessa può partire dall’urbanistica, in altri è possibile pensare che l’urbanistica sia un esito di azioni che provano a sintetizzare disegni, istanze e tutte le diverse forme con cui pezzi di società civile si pongono come soggetto che progetta, che immagina e che modifica lo spazio.

Le nostre città stanno sviluppando al loro interno progetti di diversa natura. In esse si muovono i disegni delle grandi compagnie nazionali o internazionali di real estate ma anche un arcipelago di forme diverse di progetti autopromossi, in forme collettive, qualche volta “dal basso” ma qualche volta anche “dall’alto”, con minoranze che promuovono progetti per proporre trasformazioni d’uso, modifiche di fatto del senso e del valore di uno spazio urbano. La città non aspetta il piano e il piano, solitamente, si trova a rincorrerla, sempre in affanno, perennemente a rischio di invecchiare velocemente.

La lunga stesura dei piani congela e mette in attesa parti che sono pronte al cambiamento, mature, che sono cariche di energia potenziale e, contemporaneamente, può coinvolgere altre che sono acerbe, per le quali guardare al futuro è ancora un esercizio difficile o rischioso, per le quali le condizioni per uno sviluppo differente non sono ancora ottimali. La diversa velocità delle trasformazioni richiama oggi gli amministratori locali a un lavoro strategico e a lungo termine ma anche a un compito tattico e processuale che garantisca una continuità di attenzione alle dinamiche urbane innovative delle singole parti di città che, solo perché vengono accolte in anticipo sul piano, non debbono necessariamente risultare estranee al disegno generale una volta che questo sia concluso.

Milano PgtUna tavola del Pgt di Milano
Una seconda riflessione va estesa all’architettura amministrativa italiana. Nel nostro paese ci sono oltre 8000 comuni, ognuno tenuto a stendere il proprio piano regolatore. Ma il dato assume un rilievo diverso se facciamo mente locale al fatto che il 70% di questi comuni ha meno di 5000 abitanti e la metà di questi meno di 1500. Si potrebbe obiettare che i piccoli comuni ospitano meno del 20% degli italiani ma, d’altra parte, la dimensione territoriale che coprono è più del 50% dell’intero territorio nazionale e un piano non si occupa solo di ciò che è costruito e che si deve costruire ma, in un paese tradizionalmente fragile e i cui valori paesistici e ambientali dovrebbero essere tenuti nella massima cura, dovrebbe occuparsi anche del “vuoto”, continuando a progettarlo e a immaginarvi nuove economie per renderlo sicuro, accessibile e abitabile.

È inoltre da considerare che la pianificazione in questi piccoli comuni va incontro a necessarie difficoltà dovute a un frequente conflitto di interessi tra amministratori e scelte sul territorio, alla scarsa capacità dei piccoli comuni di coinvolgere professionisti e consulenti esperti e capaci di affrontare problemi spesso rilevanti anche in presenza di comunità molto piccole, una scarsa capacità che si è acuita in questi ultimi anni, con l’assegnazione della stesura del piano a partire da gare al massimo ribasso, che privilegiano spesso piani fotocopia, puri documenti amministrativi che non hanno una reale capacità di affrontare questioni complesse e porre agli amministratori opzioni alternative sul futuro della loro comunità e dello spazio in cui questa abita e si muove.

Lo scenario è quello di un paese nel quale immense risorse sono destinate alla pianificazione comunale, ma molto poco è destinato al coordinamento, alla visione sinottica e al controllo dell’insieme che questo immenso puzzle di oltre 8000 pezzi produce. È un tipico paradosso della sussidiarietà che, in questo caso, rende evidente la difficoltà di tenere assieme questo insieme di istanze singolari, che produce un territorio nel quale ogni comune deve trovare spazio per un’area industriale, un centro sportivo, un cimitero, una discarica, un deposito dei mezzi comunali, consumando territorio, investendo risorse che potrebbero essere meglio gestite realizzando una “massa critica” di interessi e di risorse.

In questo senso, la vicenda un po’ emotiva che porta alla richiesta della soppressione delle province andrebbe rivista alla luce di questi dati. È oggi indubbio che il territorio italiano sia anche sovraffollato di enti istituzionali, e che ognuno di questi abbia attribuzioni e competenze che spesso si accavallano. In quest’ottica sarebbe utile ripensare l’architettura istituzionale delle province con un ruolo ridotto e preciso orientato principalmente alla pianificazione del territorio e non, come oggi, con un ruolo blando e orientativo che da’ luogo a piani territoriali di coordinamento spesso talmente vaghi che non riescono a interferire con le mille istanze del puzzle.

Una provincia che abbia un ruolo rilevante nell’indirizzo di pianificazione comunale e nel progetto ambientale e territoriale sarebbe un supporto serio e necessario alla folla di amministratori locali che si trova spesso senza riferimenti per capire come governare il proprio territorio. Altrimenti, senza un ambito intermedio realmente efficace e capace di coordinamento e governo, come si possono gestire i piani di 1500 comuni lombardi e 1200 comuni piemontesi? Come farà questa folla di amministratori e tecnici a comunicare con la regione?

E questo livello intermedio sembra ancora più necessario anche alla luce dei ricorrenti e puntuali disastri ambientali che, anche in questi giorni, stanno colpendo il nostro paese. I problemi a valle derivano dall’incuria a monte, il territorio è uno solo e le sue dinamiche sono fortemente interconnesse. E queste dinamiche sono ovviamente indifferenti alla minuta divisione di competenze che comporta che, un qualsiasi sistema ambientale (una valle, una pianura, un’ambito montano) debba essere pianificato e governato da decine di comuni quando, almeno per alcune questione di scala territoriale, il progetto dovrebbe essere unico, condiviso e sovraordinato alle singole amministrazioni. Se non ci convinciamo che il territorio ha regole sue proprie e che è alla scala di queste dinamiche che bisogna intervenire con i piani, se continuamo a tenere al centro del sistema della pianificazione il piano regolatore del singolo comune, ci troveremo - come facciamo da più di un secolo ormai - a gestire un’emergenza continua, di un territorio che si sfalda, di immense porzioni di Italia abbandonate che costituiscono una minaccia implicita per tutto il territorio. Mantenere al centro delle politiche di governo del territorio il piano comunale è anacronistico e insufficiente.

Le Corb Voisin 02 1Lo studio Plan Voisin per Parigi di Le Corbusier (1925)
Una terza riflessione riguarda il profilo dei piani regolatori per il futuro delle nostre città. Nei prossimi anni non sarà tanto l’espansione a essere al centro del piano ma piuttosto l’adeguamento, la ricostruzione. Siamo all’inizio di una grande opera di “correzione” territoriale dopo decenni di sfrenata costruzione. Si tratterà di una stagione di piani per adeguare città e territori, per portarle a un diverso livello di capacità di rispondere a domande nuove e vecchie. Le nostre città sono faticose, spesso noiose, inconcludenti, rumorose, poco accoglienti. Quando hanno una valenza turistica, questa rischia di soffocare qualsiasi altra forma di vita e di economia.

Nell’ambito di questa opera di adeguamento dovrà per la prima volta essere affrontata una prospettiva radicale. Quella di demolire intere parti di città che, a breve, saranno svuotate di attività e abitanti. Gli italiani si stanno lentamente riposizionando sul territorio. Dopo un lungo periodo “centrifugo”, iniziato negli anni settanta, si tornerà a una dinamica centripeta. Cresceranno le città grandi e medie, è ormai quasi ovunque esaurita la dinamica della diffusione urbana. A breve nel paesaggio italiano constateremo la presenza di intere porzioni in dismissione: la costa calabrese delle seconde case, i borghi abbandonati dell’appennino, i capannoni del veneto. Ma anche, sparsi un po’ ovunque, grandi contenitori commerciali vittime di nuove forme e comportamenti di acquisto. Non si tratta solo di un adeguamento tecnologico (che pure dovrà esserci) ma di un ridisegno civile. Bisogna assumere i processi di diradamento che stanno riguardando il territorio italiano declinandoli in positivo. E contemporaneamente immaginare forme di densificazione intorno ai nodi infrastrutturali, nelle grandi e medie città. È una occasione unica per ripensare la città italiana come una città contemporanea ai suoi abitanti e alle loro esigenze.

Centro MilanopianoregolatoreMilano come appariva nel primo piano regolatore della città (1884)
Infine, un’ultima riflessione riguarda la sostanza del piano, l’architettura e la città. Sempre di più, negli ultimi anni, l’urbanistica si manifesta nella forma di regole che vengono trasformate in numeri ma non immediatamente in architettura. Il dibattito su questi numeri – che sono indici che prescrivono quanto devono essere alti gli edifici o quanto si può densamente costruire un’area – assumono una valenza tecnicistica che tende a rendere la discussione sul piano un problema di diritti e di vincoli. È ovvio che il piano stabilisce delle regole, ma le regole con cui si costruisce la città devono passare attraverso l’architettura per diventare accessibili alla discussione pubblica.

L’architettura, il disegno urbano di parti di città, potrebbe tornare a produrre immagini che aiutino – in primo luogo gli amministratori stessi – a capire cosa vuol dire approvare un indice o un altro, assumere un’altezza degli edifici come vincolo oppure lasciare questa indicazione libera. La città ci parla attraverso l’architettura e l’architettura contemporanea, che latita nelle città italiane, è un altro dei segni del nostro rapporto difficile con la modernità.

Se utilizzassimo nuovamente l’architettura per stimolare un dibattito sulle scelte urbane, sull’ambiente del nostro vivere collettivo, forse sarebbe più facile e serio e produttivo pensare di aprire la discussione alla città, ricostruire lentamente un’immagine civica e collettiva, che sia generosa rispetto alle molteplicità e complessità delle nuove domande e non, come succede spesso, incapace di accoglierle. L’architettura non è solo l’esito del piano ma è lo strumento privilegiato per la sua messa al lavoro, per la sua discussione pubblica e per la costruzione di beni comuni, anche quando si tratta di interventi privati.

Alla fine dell’Ottocento, dovendo costruire la torre sulla facciata principale del Castello Sforzesco a Milano, gli architetti incaricati proposero di costruire la sagoma in legno a grandezza naturale e la lasciarono lì qualche tempo per saggiare la reazione della città. Durante la loro passeggiata domenicale i milanesi poterono vedere un pezzo del futuro della città in opera e giudicare. Discutere dell’architettura e della città ci concede l’opportunità di guardare al futuro prima che questo piombi, irrevocabile, tra noi.

 

 

*Architetto e urbanista, insegna alla Facoltà di Architettura e Società del Politecnico di Milano

 

 

 

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