L’Italia frana, cinquant’anni di allarmi inascoltati

Il bilancio dei morti in frane e alluvioni nel nostro Paese, negli ultimi cinquant’anni, è pesantissimo: oltre quattromila persone. E la climatologa Marina Baldi denuncia: «Purtroppo l’allerta meteo non è preso alla lettera come succede negli Stati Uniti». Ripubblichiamo la nostra infografica.

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26 Ottobre Ott 2011 1319 26 ottobre 2011 26 Ottobre 2011 - 13:19
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Piogge torrenziali, alluvioni, frane. Fenomeni naturali che esistono da sempre. Ma che, in un territorio densamente abitato come l’Italia, sono spesso fatali.

L’istituto di ricerca e protezione idrogeologica (Irpi) del Cnr ha elaborato il bollettino delle vittime di frane e alluvioni nel corso degli ultimi 50 anni. E i numeri sono da brivido: dal 1960 al 2010 le frane hanno ucciso oltre 3400 persone, mentre le alluvioni hanno spazzato via 715 vite. Certo, nel conteggio rientrano anche le vittime del Vajont, ma non cambia la sostanza: in Italia si continua a morire di maltempo.

«Ma il numero delle vittime non è aumentato negli ultimi anni. È invece cresciuta l’attenzione dei media verso questi fenomeni. E c’è dell’altro: fino ad ora il cambiamento climatico non ha inciso in modo significativo», spiega il dottor Fausto Guzzetti, direttore dell’Irpi. Che poi avverte: «Il climate change si farà sentire nei prossimi 20-50 anni».

Ci sono però zone del Paese che sono più a rischio di altre. Il Veneto conta più vittime di tutte le altre regioni (quasi 1800 decessi causati da frane) soprattutto per la tragedia del Vajont del 1963. Ed è soprattutto al nord che le frane uccidono di più. Sia perché ci sono più monti e montagne, sia perché, proprio le montagne, rallentano le perturbazioni in quota e ne aumentano l’impatto. Semplicemente perché durano più a lungo. La Toscana è la regione centrale che ha contato più vittime per colpa delle frane (anche più della Liguria, che pure è una delle zone a maggior rischio idrogeologico), ma la Campania è quella che ha pagato il prezzo più alto dopo il Veneto: 362 morti. Ai livelli del Trentino Alto Adige.

E non è un caso. «Nella penisola sorrentina si realizza un mix micidiale: versanti molto ripidi; depositi di detriti vulcanici e piogge tanto violente quanto brevi. Il Salernitano è una zona ad altissimo rischio e la tragedia di Sarno del 1998 ce lo ricorda», continua Guzzetti. Un’altra zona rossa è il Messinese, dove nel 2009 si verificò una frana mortale che colpì soprattutto il paese di Giampilieri. Le vittime furono 37.

La Sicilia, così come tutte le regioni che si affacciano sul Mar Tirreno, è più esposta a inondazioni e la climatologa Marina Baldi, dell’istituto di biometeorologia del Cnr, spiega perché: «Le perturbazioni arrivano quasi sempre da ovest, cioè da Spagna e Portogallo. E le regioni tirreniche le affrontano senza alcuna barriera naturale. Non è un caso se le regioni adriatiche, che hanno l’Appennino a proteggerle, abbiano un numero di vittime piuttosto basso». In Sicilia, poi, si aggiunge un altro fenomeno: quello dei mini-cicloni mediterranei che arrivano dal nord Africa.

Insomma: la madre Terra ha deciso per noi? Non c’è nulla che si possa fare per diminuire il numero delle vittime del maltempo? Gli studiosi concordano su un fatto: frane e alluvioni sono fenomeni naturali che non possiamo (e forse non potremo mai) evitare. «Costruire una casa sotto una montagna a rischio di frane… quello sì che potremmo evitarlo – conclude Guzzetti – ma l’Italia è fortemente antropizzata ed è impossibile quantificare quante persone sono morte per colpa dell’uomo e quante per colpa della natura».

«Di fronte a queste catastrofi l’uomo ha due strumenti: il monitoraggio e il sistema di allerta – dice la climatologa Marina Baldi – non ci resta che farne buon uso. Chi controlla i nostri fiumi e le nostre dighe ha una grande responsabilità. E, me lo lasci dire, in Italia l’allerta meteo non è preso alla lettera come succede negli Stati Uniti. Spesso questi allarmi vengono presi sottogamba. Così, anziché chiudersi in casa, c’è chi esce o si mette in macchina».

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