Emergenza rifiuti: oltre Malagrotta, Roma teme l’effetto Napoli

Il 31 dicembre dovrebbe chiudere la più grande discarica d’Europa, quella che per quarant’anni ha evitato il collasso alla capitale. Sono stati individuati due siti alternativi. E caso strano uno dei due è risultato di proprietà di Manlio Cerrone, il re dell’immondizia.«A Roma un ciclo dei rifiut...

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28 Ottobre Ott 2011 1115 28 ottobre 2011 28 Ottobre 2011 - 11:15
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Roma come Napoli? Sì, “se ci saranno opposizioni o situazioni di difficoltà”. A metterlo nero su bianco, al di là di politica e ricostruzioni giornalistiche, è colui che è stato chiamato a evitare che ciò accada: il prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, commissario per la chiusura di Malagrotta. La discarica più grande d’Europa terminerà la sua attività il 31 dicembre 2011. Lasciando il Lazio in bilico, a rischio “emergenza” alla partenopea e all’ombra delle ecomafie. Mentre quello della raccolta differenziata resta un obiettivo lontano. Neppure su dicembre v’è certezza. Anzi: per il sindaco Gianni Alemanno quella data “non è pensabile”, perché i siti alternativi “sono in preparazione”. Per il primo cittadino dell’Urbe il mese più probabile è piuttosto marzo. Ennesima proroga? Possibile. Ma - dicembre 2011 o marzo 2012 - resta il fatto che Malagrotta ha da chiudere.

Chiude la discarica di Malagrotta, aprono quelle di Riano e Corcolle: è questo il quadro delineato da Pecoraro commissario per scongiurare la via napoletana. Malagrotta, l’“ottavo colle di Roma”, fiore all’occhiello del business del “re della monnezza” capitolina, l’avvocato Manlio Cerroni, non ha più spazio. L’“ottavo re di Roma” da tempo avverte le istituzioni del rischio esaurimento “delle residue volumetrie” della parte più celebre del suo regno. Non c’è più spazio, né tempo. Per Massimiliano Iervolino, membro di giunta di Radicali Italiani e coordinatore del gruppo ambiente, “le alternative sono due discariche che - a detta del commissario e di Renata Polverini - saranno provvisorie per attendere i 3 anni che nei programmi della governatrice della Regione Lazio dovrebbero bastare per aprire quello che sarà il sito vero e proprio”: Pizzo del Prete, nei pressi di Fiumicino. Iervolino traccia anche un quadro della situazione della gestione dei rifiuti nella Regione Lazio. 

“Nominate” dunque Riano e Corcolle come discariche provvisorie, in virtù alle loro “volumetrie”. Sette i siti inizialmente indicati dalla Regione. Ma, data l’urgenza della situazione, per ospitare le 4 milioni di tonnellate previste per i 36 mesi di “traghettamento” verso Pizzo del Prete, la scelta è ricaduta su cave dismesse. Innanzitutto Quadro Alto, a Riano, con la sua cava di 6-8 ettari che rende subito disponibili 2,8 milioni di metri cubi. Da sola, comunque, non basta: per questo è stato selezionato anche il sito di Corcolle, dove ci sono due cave.

L’individuazione dei siti è stata ufficializzata dal prefetto con un provvedimento, quello delle ordinanze di esproprio dei terreni interessati.  Qui si inserisce l’ennesimo colpo di scena: chi sono i destinatari dell’esproprio, i proprietari? Quello di Riano è del solito Manlio Cerroni. E per quello di Corcolle-San Vittorino bisogna chiedere sempre all’avvocato per avere aggiornamenti in tempo reale sulla reale proprietà. «Il proprietario di quel terreno è Salini, ma mi hanno detto che ha venduto a una società del Liechtenstein», spiega l’ottavo re di Roma.

Con Riano, Cerroni rientra in scena senza esserne mai uscito. A confermarlo è lo stesso patron del Colari in occasione della sua audizione presso la commissione ecomafie, alla quale fornisce informazioni più aggiornate di quelle a disposizione della Regione stessa. «Il consorzio Colari è ormai proprietario del terreno di Quadro Alto», spiega l’avvocato. Contratto firmato il 13 ottobre. «La proprietà del principe Boncompagni Ludovisi ci aveva concesso un’opzione e in vista della realizzazione della discarica abbiamo acquistato il terreno». Il contratto porta la data del 13 ottobre, pochi giorni dopo la decisione di destinare la cava a sede della discarica provvisoria. La conferenza stampa di Pecoraro sulla scelta di Riano e Corcolle risale al 7. Eppure in Regione non lo sapevano. E ci rimangono male. «La visura diceva che la proprietà era un’altra», sbotta la Polverini. E invece. «Certo che se il commissario non riesce a stabilire neanche la proprietà di un sito…», commenta Gaetano Pecorella, presidente della commissione ecomafie.

La “sorpresa” non era per qualcuno così imperscrutabile: il contratto d’acquisto è di due settimane fa, ma l’opzione del consorzio Colari sul terreno era nota da tempo. Lo ricorda il capogruppo dei Verdi, Angelo Bonelli, che sospetta un’intesa sottobanco tra Regione e “re della monnezza”. Renata Polverini, scandalizzata, esclude e ribatte che il consorzio Colai “non ha solo quell’area ma molte altre che potevano essere adibite a discarica”. Ma Bonelli spiega a Linkiesta: «Cerroni aveva già presentato un progetto per fare lì un impianto anni fa». In più l’area è «inidonea dal punto di vista idrogeologico». Lo dice uno studio della Regione «di qualche tempo fa, usato dallo stesso Pecoraro»: studio che parla di un’area ad alta vulnerabilità di infiltrazione di acqua. «Nonostante questo è stata scelta». Era «inidonea e non lo è più». Per Bonelli entrambi i siti - Riano e Corcolle – sono «inidonei perché a rischio idrogeologico: c’è scritto nelle schede che accompagnano questo piano».

Pecoraro fa sapere all’ottavo re di Roma che “se tenterà una speculazione non ci riuscirà”. Le domande che circolano a questo punto hanno tutte per protagonista Manlio Cerroni. “Si è messo di traverso perché ha fiuto”, dicono nei corridoi della Pisana, sede del consiglio regionale. Sapeva: ora quei 93 ettari sono suoi, e da lui si dovrà, ancora una volta, passare. “Baratterà l'esproprio con la gestione?”, si chiede qualcuno. Il contratto di acquisto tra la Società Agricola Procoio Vecchio Srl e Colari – Consorzio Laziale Rifiuti parla esplicitamente di discarica. Le cave di Quadro Alto sono acquistate “a percentuale” dal consorzio di Cerroni. Lo stabilisce l’articolo 3: “Dichiarano le parti di aver convenuto il prezzo della presente cessione delle aree, da iniziare a corrispondere una volta realizzata e messa in opera la discarica con relativi impianti, in una percentuale calcolata sulla base della tariffa indicata nel provvedimento di autorizzazione della discarica e sue successive modifiche e aggiornamenti”. Il Colari dovrà corrispondere una percentuale del 7% della tariffa percepita per ogni tonnellata di rifiuti speciali conferiti e del 10% della tariffa percepita per ogni tonnellata di rifiuti solidi urbani conferiti. Percentuali vincolate alla “previsione che le tariffe di conferimento contenute nel provvedimento di autorizzazione non siano inferiori a 85 euro per ogni tonnellata di rifiuti solidi urbani conferiti e a 175 euro per ogni tonnellata di rifiuti speciali conferiti”. E resterà esclusivamente a cura e carico del Colari “la gestione post-operativa della discarica per un periodo di almeno 30 anni dopo la sua chiusura”.

E se qualcosa non dovesse andare in questa direzione? È previsto, e Cerroni si tutela: il contratto, infatti, “è sottoposto alla condizione risolutiva della mancata realizzazione entro 10 anni della progettata discarica con relativi impianti”. Interpellato da Linkiesta, l’avvocato Manlio Cerroni manda i suoi perché via mail. Un pdf “dove è chiaramente espresso il suo pensiero”. Malagrotta, secondo il patron di Colari, è stata «per anni, forse troppi, la fortuna (economica) e la salvezza (ambientale) di Roma». Ma «come tutte le cose, anche quelle utili finiscono». È per questo, assicura Manlio Cerroni, che fin dall’ottobre 2009, «ci siamo premurati di prospettare alla Regione, nel rispetto delle leggi comunitarie, nazionali e regionali, la soluzione alternativa in tre siti»: Monti dell’Ortaccio e Pian dell’Olmo nel comune di Roma e Quadro Alto a Riano. Richieste rimaste “immotivatamente senza risposta”, fino alla cronaca più recente e al commissario ad hoc. Nel frattempo, però, Malagrotta sta per chiudere, «non tanto per la scadenza dell’autorizzazione quanto soprattutto per l’esaurimento delle volumetrie», spiega Cerroni. «Siamo fuori tempo massimo», continua a ripetere. E sì che…. «Che da tempo avevo segnalato al responsabile dell’Area Rifiuti che per non far trovare la città in crisi occorreva che entro la prima decade di settembre fossero partiti i lavori per la costruzione della discarica alternativa». Parole al vento, dice.

Ma lui che sa cosa significa “emergenza rifiuti”, sente il suo impegno per Roma non come un dovere, quanto come una “missione”. Soprattutto dopo Napoli. Anche perché «la gara di Napoli l’avevamo vinta noi in Ati con Enel e Foster Wheeler». Poi, «all’italiana, dalla sera alla mattina ci hanno fatto fuori e il risultato è da anni ancora sotto gli occhi di tutti». Il cielo non voglia, scrive l’avvocato, «che accada a Roma qualcosa di simile».

Il cielo non voglia. Ma “è tardi, è tardi assai”, per dirla con il Bianconiglio. Ecco la previsione di Angelo Bonelli dei Verdi: «Non saranno in grado di chiudere Malagrotta e chiederanno una proroga». Di fronte all’allarme di Cerroni sull’esaurimento dello spazio nella discarica più grande d’Europa, «potrebbe accadere – sono sospetti, vedremo – che il patron di Colari proporrà di allargare all’adiacente Monti dell’Ortaccio», sempre di sua proprietà. «I tempi tecnici potrebbero non consentire di usare già gli altri siti previsti al posto di Malagrotta», rincara la dose Rocco Berardo, consigliere regionale della Lista Bonino Pannella Federalisti europei e vice presidente Commissione Ambiente. 

«È tardi assai». Ecco perché, spiega Giuseppe Pecoraro, per Riano e Corcolle «i lavori sui siti saranno assegnati previa gara pubblica europea con procedure accelerate e trasparenti». I tempi? «Il mio auspicio è che per fine novembre inizio dicembre terminino le procedure». Nulla, ripete Pecoraro, potrà mettersi di traverso, altrimenti l’immagine di “Roma come Napoli” sarà realtà e non solo suggestione. I numeri parlano da soli: Roma produce 5mila tonnellate di rifiuti al giorno, di cui 1100 di differenziata, pari al 24,3%. “Parliamo dunque di 4mila tonnellate al giorno”.

Ci sono quattro impianti a trattamento meccanico-biologico (Tmb), per il trattamento a freddo dei rifiuti indifferenziati e di quel che “avanza” dalla raccolta differenziata basato su processi biologici come il compostaggio. Sono Rocca Cencia, Via Salaria, Malagrotta uno e Malagrotta due. Impianti che, spiega il commissario, «possono trattare 3mila tonnellate al giorno che dobbiamo portare a piena potenza e pensare alle mille tonnellate in più». Per questo Pecoraro ha citato la possibilità di realizzare un quinto impianto Tmb con Acea e con Ama. Ma anche su questo punto si abbatte la “perplessità” radicale: «teoricamente il deficit di trattamento non è di mille tonnellate al giorno ma di circa 1500». E soprattutto gli impianti in questione, per Rocco Berardo, “non sono mai entrati a pieno regime”: alcuni “sono obsoleti” e la tariffazione «ha sempre favorito lo sversamento del tal quale, da questo si evince che la quantità massima di trattamento è solo teorica e non reale».

“È tardi assai”. Non c’è tempo per le proteste dei cittadini di Riano e Corcolle, tra ricorsi al Tar, “ronde anti-discarica”, appelli dalle firme importanti e scioperi della fame. Non c’è tempo. Ci sono invece i lavori della commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti nel Lazio, che parlano esplicitamente di una realtà di infiltrazioni criminali. La regione Lazio ha già visto una situazione emergenziale dichiarata nel febbraio ‘99, dalla quale è uscita nel giugno del 2008 quando l’allora presidente della regione Piero Marrazzo, come commissario delegato per l’emergenza ambientale, ha svolto una relazione sullo “stato di attuazione delle azioni volte al superamento della fase emergenziale”. Tra gli interventi ritenuti prevalenti, la realizzazione di un impianto di termovalorizzazione ad Albano laziale. Altro grande affaire della telenovela dei rifiuti laziali, su cui pende l’ira dei cittadini ma soprattutto una sentenza contraria del Tar e l’attesa per il pronunciamento del Consiglio di Stato. “Qualora decollasse la differenziata avremmo un sovradimensionamento degli inceneritori”, avverte la commissione bicamerale. Ma sembra non essercene “pericolo”: col 15% di differenziata di oggi, le scelte sono “andate nella direzione opposta alle direttive Ue”.
 

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