L’Euro, questa “strana moneta” ci ha salvato la vita

Berlusconi venerdì ha definito l’euro una “strana moneta” che non ha mai convinto. Se c’è qualcuno che non può lamentarsi della moneta unica, tuttavia, sono proprio gli italiani. Che dal 2002 a oggi, infatti, grazie all’Euro sono stati protetti da shock esogeni ed endogeni, dal rischio di cambio ...

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31 Ottobre Ott 2011 1112 31 ottobre 2011 31 Ottobre 2011 - 11:12
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«L’euro è una strana moneta». Questa frase, pronunciata da Silvio Berlusconi venerdì scorso, sta facendo il giro d’Europa. In una settimana particolarmente dura per l’Italia, con lo spread fra titoli di Stato italiani e tedeschi nuovamente oltre quota 400 punti base, è utile ricordarsi cosa è significato entrare nell’eurozona per un Paese come il nostro. Per una nazione instabile come la nostra, la moneta unica è stata l’ancora di salvezza in ben più di un’occasione. Basti pensare al possibile impatto sull’economia italiana dell’ultima crisi finanziaria globale se fosse stata ancora presente la lira. Eppure, in troppi hanno (volutamente) la memoria corta.

Le parole di Jürgen Stark durante le trattative per l’entrata dell’Italia nell’euro non furono piacevoli. Le ha ricordate Carlo Azeglio Ciampi due mesi fa, proprio quando i titoli di Stato italiani stavano vivendo uno dei momenti di maggior pressione e il capo economista della Banca centrale europea si stava dimettendo. I ridolini del presidente francese Nicolas Sarkozy e del cancelliere tedesco Angela Merkel sono nulla in confronto alle onte che ha dovuto sopportare Roma nel recente passato.

Negli ultimi dieci anni l’economia italiana ha inevitabilmente avuto più vantaggi che svantaggi dell’euro. In virtù della perdita della sovranità monetaria, Roma ha guadagnato in termini di credibilità. Adottando una politica monetaria comune, cioè quella basata sui dogmi della Bundesbank tedesca, ha controbilanciato le diverse svalutazioni competitive che hanno reso la lira una moneta poco credibile nel contesto internazionale. Non solo. Fra i benefici dell’euro possiamo trovare anche la riduzione dei costi di transazione, elemento che ha facilitato gli scambi all’interno dell’eurozona, e l’abolizione del rischio di cambio. Infine, nonostante i detrattori della moneta unica dicano il contrario, è aumentata la trasparenza sui prezzi. Con il cambio fissato a 1.936,27 lire per un’euro, l’economia italiana ha potuto quindi giovarsi di un assetto più grande di quello che avrebbe mai potuto sperare. In sostanza, L’euro ha ridato una direzione a un Paese che era troppo indisciplinato. Tuttavia, questo fattore positivo non è stato sfruttato dall’Italia, che ha permesso la crescita di un’economia sommersa, in virtù di un diffuso lassismo dei controlli fiscali, pari a 275 miliardi di euro l’anno, come ha certificato l’Istat nel corso dell’anno. Il commercio estero dell’Italia, in virtù della moneta unica, ha avuto un boom fra il 2005 e il 2008, come ricorda l’Istat. E considerando solo le esportazioni, il periodo compreso fra il 2001 e il 2007, ricorda sempre l’Istat, è stato uno dei migliori degli ultimi decenni. Di nuovo, tutto grazie all’euro.

La moneta unica ha inoltre protetto l’Italia dagli shock negativi, esogeni ed endogeni. Se pensiamo agli ultimi quarant’anni, possiamo ricordare in che modo i maggiori eventi macroeconomici hanno impattato sul nostro Paese, dallo shock petrolifero degli anni Settanta alla crisi delle piazze finanziarie americane nel finale degli anni Ottanta. Con un assetto comune, in cui tutti aiutano tutti, l’Italia è stata protetta proprio da uno dei suoi mali maggiori, l’instabilità politica. La riduzione dei tassi d’interesse che si è registrata con l’introduzione dell’euro ha migliorato l’appeal italiano nei confronti degli investitori internazionali più di quanto avrebbe mai fatto la lira. Basti pensare a cosa sarebbe successo negli ultimi quattro anni se fosse ancora in vita la divisa italiana. Fronteggiare la peggiore crisi finanziaria dalla Seconda guerra mondiale con una valuta debole come la lira sarebbe stato un suicidio. I tassi d’interesse e i tassi di cambio sarebbero esplosi, l’economia italiana avrebbe dovuto svalutare diverse volte la propria moneta per far fronte alla tempesta in corso e sarebbe esplosa l’inflazione, specie in assenza di una banca centrale di stampo teutonico. Come ha ricordato in un paper del 2006 il capo economista del Fondo monetario internazionale Olivier Blanchard, alcune tipologie di crisi sono ricorrenti. L’entrata dell’Italia, un Paese che non aveva una credibilità antinflazionistica, nell’euro gli ha permesso di avvantaggiarsi di una riduzione dei tassi d’interesse. A questo punto, secondo Blanchard, sarebbe dovuta scattare l’espansione, molto spesso basata sul mercato immobiliare. In Italia, però, è avvenuto il contrario. Se il tasso medio di crescita nel periodo 1991-2000 era stato del 1,46%, nel periodo 2001-2007 è stato dello 0,93 per cento. Per lo stesso Blanchard la mancata esplosione del Pil italiano è dovuta a una dinamica del mercato del lavoro in controtendenza rispetto al resto d’Europa, dove il costo unitario del lavoro è aumentato del 14% dall’introduzione della moneta unica, mentre in Germania del 4,5 per cento. Facile capire i motivi e le colpe di questo trend.

L’euro non è una strana moneta. A essere strani sono stati gli squilibri fiscali che hanno portato alla creazione dell’eurozona. Gli interest rate swap e i cross-currency swap compiuti dai governi pur di rientrare nei parametri di Maastricht sono stati l’esempio di un progetto che fin dal suo principio aveva in seno i germi di una malattia incurabile. E non è questione di Grecia, i cui magheggi contabili hanno scandalizzato Bruxelles negli ultimi mesi. Negli anni dal 1995 al 1998 quasi tutti i governi hanno usato questi strumenti. Solo che alcuni, come la Germania, li hanno usati meglio di altri.

La realtà è che l’Italia, al contrario di nazioni come Irlanda e Spagna, ha gestito in modo dissennato quanto l’Europa ci ha messo a disposizione. Invece di sfruttare i trasferimenti di capitale che dal cuore dell’Europa venivano erogati verso la periferia, si è preferito vivacchiare. La questione del Mezzogiorno italiano è l’esempio di questa dinamica negativa per cui non c’è solo un colpevole. Ancora. La mancata adozione di politiche per l’innovazione, per la competitività e per la liberalizzazione delle professioni ha ridotto il potenziale di crescita italiana, alimentando la stagnazione dell’Italia.

L’euro ha portato stabilità dove c’era caos. Ma, come tutti i progetti, aveva delle lacune, ancora irrisolte. Forte per i Paesi forti, debole per i Paesi deboli, la moneta unica europea ha inevitabilmente fallito il proprio compito di riequilibrarsi in corsa. In questi dieci anni di euro, le possibilità di risanamento dei conti pubblici delle nazioni più in difficoltà si sono dissolte, anche complice la poca forza sistemica della struttura di governance economica europea. Ma quello non è un problema dell’euro, bensì dei suoi padri. Attaccare l’euro non solo è populista, ma ipocrita. Specie se si è italiani.  A meno che - ma è opzione ancora peggiore - non avesse il senso di una velata minaccia ai partner europei che, pensando alla tenuta della moneta, guardano con crescente ansia proprio alla nostra capitale. 

fabrizio.goria@linkiesta.it

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