Usura, arresti nel monzese. La mappa dei clan al Nord

Quanto valgono Cosa Nostra e la ‘Ndrangheta nelle regioni del Nord? Quali le loro attività illegali?

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1 Novembre Nov 2011 0825 01 novembre 2011 1 Novembre 2011 - 08:25
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Aggiornamento 4 marzo 2013

 

Usura, riciclaggio, camorra e pubblica amministrazione. Uno scenario torbido, quello entro cui i carabinieri monzesi, questa mattina all’alba hanno arrestato 37 persone fra la Brianza e la Campania, tra cui l’ex assessore all’Ambiente del Comune di Monza, Giovanni Antonicelli. Una rete di contatti, di patti, di scambi, sarebbe quella emersa dalle indagini della Procura di Monza, avviata sull’attività di una banda criminale, e che avrebbe agito indisturbata per anni, facendo anche leva su collegamenti con la Pubblica amministrazione del capoluogo brianzolo. Antonicelli, ex assessore Pdl per la giunta Mariani, assessore all’ambiente dal 2007 al 2012, aveva competenze su tutto ciò che riguardava lo smaltimento rifiuti, il demanio, gli alloggi comunali, la manutenzione cimiteriale ed il patrimonio. Insieme a lui sono finite in manette altre 36 persone, tra cui vi sarebbero alcuni membri di clan della Camorra ed altro consigliere comunale di Monza. Il blitz di questa mattina ha coinvolto anche la Campania, dove i carabinieri hanno fermato i contatti tra la banda criminale monzese ed esponenti vicini ai clan dei Gionta e dei Mariano. L’indagine “Briantenopea”, si è conclusa con l’emissione di 43 ordinanze di custodia cautelare in carcere, a vario titolo per associazione a delinquere finalizzata alla commissione di rapine, estorsioni, usura, furti, ricettazione, riciclaggio, spendita di banconote false, detenzione illecita di sostanze stupefacenti e di armi, e di reati contro la pubblica amministrazione. 

Valentina Rigano

 

Federico Varese è professore di Criminologia al Dipartimento di Sociologia dell’Università di Oxford. Nel suo ultimo libro, Mafie in movimento (Einaudi), spiega come il crimine organizzato conquista nuovi territori rispetto a quelli dove si sono inizialmente diffusi e radicati.

Professore, come fanno le mafie a espandersi in zone che tradizionalmente non le ospitavano?
In Mafie in movimento ho dedicato un lungo capitolo a Piemonte e Veneto. La risposta, più brevemente, è che ci sono una serie di fattori che portano individui con abilità mafiose in territori non tradizionali. La teoria che le mafie si radichino a causa dell’immigrazione dal Sud Italia è errata. Come possiamo vedere in diverse zone del Nord, stessi livelli di immigrazione non hanno prodotto una mafia uguale in tutti i posti. Ma non solo, anche a livelli simili di spostamento di personaggi condannati al soggiorno obbligato in diverse parti del Nord Italia, non in tutti i luoghi si è avuto un radicamento mafioso.
Questi due fattori (immigrazione e soggiorno obbligato) vanno indubbiamente studiati, ma di per sé non sono sufficienti a determinare un radicamento. L’elemento ulteriore e fondamentale che deve esistere perché una mafia si radichi in un contesto locale, come per esempio nel nostro caso del Nord Italia, sono una serie di opportunità che la stessa mafia intende sfruttare. Stiamo parlando, a mio avviso, dell’emergere improvviso di mercati locali che non vengono ben regolati dallo Stato e dalle autorità locali. Credo sia questa la risposta che spiega perché in alcune parti del Nord Italia ci sono stati radicamenti mafiosi, mentre da altre parti si è riusciti a evitarli.
Insomma, da una parte non è vero che ogni qualvolta c’è un personaggio mandato al soggiorno obbligato la mafia si trasferisce. Dall’altra, però, vi sono situazioni in cui a livello locale il terreno è fertile e allora il radicamento diventa pericoloso…

Negli ultimi tempi si parla di Lombardia come «cuore del malaffare». Un quadro esagerato o con una giustificazione precisa?
Guardi, ho letto attentamente tutte le indagini fatte a riguardo, in particolare quella denominata «Infinito-Crimine», partita dalla Calabria e da Milano. Posso dire che il materiale raccolto è drammaticamente grave e dimostra che le infiltrazioni ci sono, quindi non mi sembra esagerato definire la Lombardia in questo modo o definire esagerato il contenuto delle indagini. Le inchieste erano molto ben documentate e impeccabili. Il dato interessante di queste indagini è che tutti questi nuclei (le locali, ndr) sono partiti da piccoli comuni attorno a Milano e non hanno aggredito la grande città da subito. La capacità delle mafie di radicarsi dipende molto dal controllo che queste possono esercitare. È molto più facile controllare questi piccoli comuni e condizionarne la politica locale anziché andare dritti alla grande città. In queste inchieste si parla principalmente di ’ndrangheta la cui caratteristica, rispetto alle altre mafie, è quella di essere riuscita a penetrare in un mercato, quello delle costruzioni e dell’edilizia, riuscendo a condizionarlo e limitandone la concorrenza interna. Infiltrandosi in questo mercato nei piccoli comuni è in grado di determinare chi può costruire e chi no. Ed è qui si consuma il salto di qualità di una mafia: dal trafficare sostanze stupefacenti all’ingresso nel mercato.

In questo radicamento che responsabilità hanno le classi imprenditoriali, politiche, economiche e la Pubblica Amministrazione?
Senza offendere nessuno, a me pare che parte della classe imprenditoriale lombarda non si sia fatta nessun problema a entrare in contatto e a sfruttare la protezione criminale per i propri vantaggi immediati. Perché la pericolosità del contatto con l’organizzazione criminale sta proprio nel guadagno immediato che questa può portare, convincendo l’imprenditore addirittura a sfruttare l’organizzazione. Le vittime sono poi quelle che questo contatto, al contrario, lo rifiutano, trovandosi espulse dal mercato.
Il fatto che alcuni imprenditori possano guadagnare nell’appoggiarsi a una organizzazione mafiosa è importante e preoccupante. Primo perché dimostra che il fenomeno non è confinato solo al Sud Italia, ma si riproduce in situazioni più o meno fertili anche altrove. Secondo, mostra che gli imprenditori hanno una responsabilità grave, cioè quella di accettare il contatto con le mafie perché queste di fatto gli riducono la concorrenza e risolvono una serie di problemi; e questo emerge anche dagli interrogatori fatti durante le inchieste. Alcuni imprenditori infatti dicono che tutto sommato quei contratti di movimento terra stipulati con i soggetti poi imputati per associazione mafiosa, erano per loro vantaggiosi e non si sono mai posti altre domande.

Qualcuno potrebbe obiettare che agli imprenditori si chieda troppo, in particolare di caricare su di sé il peso della denuncia. Tanto è che nel corso degli interrogatori, al momento della convalida, molti ritrattano le dichiarazioni rilasciate…
In fondo l’imprenditore agisce per il proprio tornaconto personale. Infatti la vera sfida in questi anni è per le istituzioni pubbliche che devono impedire la creazione di queste situazioni di contiguità tra mafia e impresa. Poi ci sono anche imprenditori onesti e coraggiosi che non finiscono nella rete, ma non si può contare solo sulla buona volontà se vogliamo impedire la penetrazione della mafia al Nord.
In secondo luogo è ovvio che durante i processi gli imprenditori che vanno a testimoniare poi abbiano paura ed è quasi scontato che subiscano minacce, ma da quello che emerge nelle indagini più recenti sembra che gli imprenditori in questione fossero addirittura favorevoli a questo tipo di rapporti.
In tal proposito mi viene in mente un libro di Elsa Morante: Il mondo salvato dai ragazzini. Di certo il mondo non verrà salvato dagli imprenditori, ma deve essere salvato dalla politica, dalle istituzioni e dallo Stato che deve regolare questi mercati, spesso fuori controllo.

Allarghiamo il campo, usciamo dai confini: come operano le mafie straniere in Italia?
In questi anni ho studiato molto la mafia russa (Varese è autore del saggio The russian mafia, ndr) e ho il polso di questa situazione che in Italia è presente. In generale, le mafie in territorio straniero entrano in due modi: il primo è il tentativo di replicare il controllo del territorio sperimentato in patria. Il secondo, invece, è quello praticato dalla mafia russa in Italia: il reinvestimento del denaro accumulato in patria sul mercato locale.
Durante queste attività di reinvestimento, parlando sempre dei russi, sono entrati in contato con trafficanti, faccendieri e personaggi corrotti della Pubblica amministrazione, come è per esempio accaduto sulle coste della Romagna, in particolare a Rimini, e come sta accadendo in altre zone del Nord Italia.

Come si interfacciano le mafie straniere con quelle autoctone?
C’è stato un caso in particolare in cui le inchieste hanno riscontrato il coinvolgimento di personaggi legati alla ’ndrangheta in contatto con la mafia russa. Ci sono punti in cui questi due mondi si toccano, ma con funzioni diverse: da una parte i russi che riciclano e investono, dall’altra in Italia gli italiani controllano il territorio, anche perché sarebbe impensabile per la mafia russa pretendere di controllare il territorio, per esempio in Sicilia.

E le mafie italiane all’estero che fanno?
Qui ritorna la distinzione fatta prima sui due modi che le mafie utilizzano per radicarsi all’estero. Per esempio la Camorra, presente in particolare in Gran Bretagna e ad Amsterdam, non aveva tentato di riprodurre il controllo del territorio, ma investiva ad Aberdeen nei mercati legali e ad Amsterdam nella droga. Questo era il caso della famiglia Mondragone, documentata da una inchiesta di Raffaele Cantone quando era alla Dda di Napoli.
Vi sono casi di mafie italiane che all’estero riciclano e rafforzano la mafia di origine in Italia, altri casi invece in cui riescono a riprodurre anche il controllo del territorio, come è accaduto con la mafia siciliana in America del Nord.
La ’ndrangheta in Australia svolge sia attività di riciclaggio sia di controllo del territorio. Nella maggior parte dei casi comunque le mafie nostrane in trasferta tentano il riciclaggio dei proventi illeciti accumulati in Italia.

Per quanto riguarda il contrasto alle mafie invece, cosa ne pensa?
Credo che l’Italia sia stata e sia all’avanguardia, soprattutto per quanto riguarda l’introduzione del reato di associazione mafiosa, grazie soprattutto alla legge Rognoni-La Torre negli anni Ottanta, che riconosceva anche l’importanza del sequestro dei beni alle organizzazioni mafiose. Questi due sono gli elementi cruciali nella lotta alla mafia in Italia, che in altri Paesi europei non esistono.
Tuttavia occorre riconoscere che la lotta alla mafia pare non essere attualmente una priorità, anche in virtù dei continui attacchi alla magistratura e a una legge come quella sulle intercettazioni telefoniche e ambientali, che con i pentiti sono uno strumento fondamentale per fare indagini di mafia.

Però è importante anche la prevenzione…
Sicuramente, e aggiungo una cosa che penso fortemente. La repressione arriva fino a un certo punto. Esiste da decenni, più o meno efficiente, ma esiste. E se queste mafie si sono espanse, evidentemente qualcosa non funziona nemmeno nella repressione. Oltre alla repressione, come dicevo, ci vuole anche una riforma dell’economia rendendola più trasparente e competitiva, impedendo la formazione di cartelli di imprese che nel tentativo di proteggere il mercato dove opera si rivolgono alle mafie. Occorre a monte togliere terreno alle mafie. La repressione non è tutto.

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