1990-2010: vent’anni, tanto debito e poca crescita

Che rapporto c’è tra il debito pubblico dell’Italia e la crescita del Prodotto interno lordo? La variazione dell’indebitamento dipende certamente da quello che i governi fanno, ma anche da quello che fa per conto suo l’economia. Infografica con una analisi di Giorgio Arfaras, direttore della Lett...

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10 Novembre Nov 2011 1050 10 novembre 2011 10 Novembre 2011 - 10:50
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Immaginate un governo che si insedia e che non faccia proprio niente. I conti pubblici dipenderanno allora dall’andamento dell’economia. Se quest’ultima cresce, aumentano le entrate. Il saldo fra le spese, che supponiamo invariate, perché il governo non fa niente, e le entrate fiscali migliorano. Se i conti pubblici prima del pagamento degli interessi (il saldo primario) erano in pareggio, allora, grazie ai maggiori introiti, vanno in attivo (il saldo primario diventa positivo). Il debito pubblico finisce per ridursi, perché una parte dei titoli emessi, quando va in scadenza, viene rimborsata grazie al surplus primario. L’anno successivo il debito pubblico è inferiore. Il deficit pubblico lo si ha lo stesso per l’onere da interessi sul debito, se quest’ultimo è voluminoso. Il debito pubblico alla lunga però si comprime, e dunque gli oneri da interesse scendono. Il bilancio dello stato nel tempo migliora.

Immaginate ora un governo che si insedia e che – di nuovo - non faccia proprio niente. I conti pubblici dipenderanno allora dall’andamento dell’economia. Se quest’ultima non cresce, oppure flette, si riducono le entrate fiscali. Il saldo fra le spese, che supponiamo invariate, perché il governo non fa niente, e le entrate peggiora. Se i conti pubblici prima del pagamento degli interessi (il saldo primario) erano in pareggio, allora, grazie ai minori introiti, vanno in passivo (il saldo primario diventa negativo). Il debito pubblico finisce per crescere, perché vengono emessi nuovi titoli del debito pubblico. L’anno successivo il debito pubblico è superiore. Il deficit pubblico cresce per l’onere da interessi sul debito, perché quest’ultimo è voluminoso e crescente. Il debito alla lunga cresce, e dunque gli oneri da interesse salgono. Il bilancio dello stato nel tempo peggiora.

La noiosa premessa contabile ha lo scopo di chiarire un punto importante. Nella polemica politica si usa accreditare (se le cose vanno bene) o addebitare (se le cose vanno male) ai governi tutta la variazione del debito pubblico. La variazione del debito dipende certamente da quello che i governi fanno, ma anche da quello che fa per conto suo l’economia. Se l’economia cresce, i governi che non fanno nulla vanno bene, e viceversa, se non cresce. Andrebbe, invece, calcolato il merito dei governi. Ossia, di quanto migliorano i conti pubblici, senza il contributo autonomo dell’economia.

In Italia per esempio, i governi di centro sinistra si sono avuti con l’economia che cresceva: nel 1996 il Pil era salito a +1,1%, negli anni successivi cresceva a 1,9, 1,4 e 1,5 fino all’exploit del 2000 con +3,7 per cento. Tornato Prodi a Palazzo Chigi il Pil segnava +2,2 nel 2006 e +1,7 nell’anno successivo. Mentre i governi Berlusconi si sono avuti con l’economia che cresceva meno, o si contraeva: dall’1,9% del 2001 in rapida discesa per l’anno successivo (0,5%) fino alla crescita «0» del 2003. In crescita per il 2004: +1,7 per cento, si attesta allo 0,9% nell’ultimo anno di governo. Nel 2008 la crisi fa segnare -1,2 e peggio ancora per l’anno seguente -5,1 per cento. Solo nel 2010 la crescita è positiva e segna più 1,3 per cento.

Se i governi di centro sinistra e di centro destra non avessero fatto nulla, i secondi mostrerebbero dei conti pubblici peggiori. Una nota tecnica. La maggiore crescita economica migliora l’andamento del debito pubblico. Nel calcolo del rapporto fra il debito e l’andamento dell'economia (il debito/Pil) abbiamo un miglior numeratore (il debito) e un miglior denominatore (il Pil). Il rapporto debito/Pil perciò si riduce. Accade il contrario con una minore crescita o con una flessione dell'economia. Ci sarebbe lo stesso da discutere dei meriti dei governi, anche se si facessero i conti sugli effetti della crescita economica, che è indipendente dal loro agire. Immaginate, infatti, un governo che vara la riforma delle pensioni, ed uno che, a distanza di anni, ne raccoglie i frutti. Il primo governo che ha preso la difficile decisione, non ne raccogli i frutti, perché essi emergono dopo molti anni. Il secondo governo, che non ha preso alcuna decisione, e che si insedia dopo molti anni, ne raccoglie i frutti. Insomma, si capiscono le ragioni della polemica: “i miei governi sono andati meglio” può essere elettoralmente pagante, ma non il merito -vogliamo dire “scientifico”?- delle argomentazioni.
 

*Direttore di Lettera economica del Centro Einaudi

 

 

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