'Ndrangheta in Lombardia, una pioggia di condanne

110 condanne fino a 16 anni nel maxi-processo alle cosche in Lombardia. Questo il verdetto del tribunale di Milano dopo 32 ore di camera di consiglio. Al termine dell'udienza a porte chiuse molti dei detenuti hanno urlato e applaudito ironicamente all'indirizzo della corte e degli stessi avvocati...

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19 Novembre Nov 2011 2035 19 novembre 2011 19 Novembre 2011 - 20:35

Il pubblico ministero Alesandra Dolci della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano aveva chiesto in tutto quasi mille anni di carcere per 118 imputati e una assoluzione. La requisitoria del pm nel corso del rito abbreviato del processo scaturito dall’operazione “Infinito” del 13 luglio 2010, arrivato oggi a sentenza, mostrava la permeabilità del tessuto sociale, politico e imprenditoriale lombardo all’aggressione della ‘ndrangheta. Sono stati condannati oggi quasi tutti gli uomini considerati i capi delle cellule criminali calabresi in Lombardia.

110 condanne sulle 118 richieste da parte del Pubblico ministero; cinque assoluzione e quattro non luogo a procedere, di cui una per morte dell’imputato. Così si chiude il primo capitolo del rito abbreviato del più importante processo alla ‘ndrangheta in Lombardia celebrato negli ultimi anni. Le condanne più importanti riguardano quelli che sono i ‘capimandamento’ delle cosche. La pena più pesante, 16 anni, è stata inflitta ad Alessandro Manno accusato di essere il capo della locale di ‘ndrangheta (cellula criminale strutturata) di Pioltello, alle porte di Milano. Per lui l’accusa aveva chiesto 20 anni.

Per il capo locale di Milano Cosimo Barranca è stata inflitta una condanna di 14 anni, mentre per Pasquale Zappia, considerato reggente delle ‘ndrine in Lombardia (eletto durante la famosa cena del 31 ottobre 2009 ripresa dai Carabinieri di Monza al circolo Arci intitolato a Falcone e Borsellino di Paderno Dugnano), 12 anni contro i 18 chiesti dall’accusa. 15 anni sono poi andati a Vincenzo Mandalari, capo della locale di Bollate e Pasquale Varca. Assolto l’ex assessore provinciale milanese Antonio Oliverio, per cui era stata chiesta l’assoluzione anche dal Pubblico Ministero Alessandra Dolci.

Una sentenza attesa da più di un anno, dopo l’operazione “Infinito-Crimine” che nel luglio del 2010 aveva portato all’arresto di oltre 170 persone tra la Calabria e la Lombardia. Altri 34 imputati invece hanno scelto il rito ordinario ancora in corso di svolgimento davanti alla VII sezione penale dello stesso tribunale meneghino.

La lettura della sentenza del Gup di Milano Roberto Arnaldi sarebbe dovuta arrivare ieri nel pomeriggio, ma verso le 18 è arrivata la notizia dello slittamento a oggi col disappunto degli imputati detenuti provenienti dai carceri di tutta Italia. Tra gli avvocati si è parlato di possibili dubbi riguardo la decisione da prendere da parte del Gup che avrebbe così preferito prorogare per altre 24 ore la camera di consiglio. La lettura è terminata questa sera poco dopo le 21 sollevando urla di scherno e applausi ironici da parte di alcuni degli imputati all’indirizzo sia della Corte sia degli avvocati difensori. Negli stessi momenti il ‘capo dei capi’ della cupola lombarda Pasquale Zappia, si è sentito male ed è stato portato via in ambulanza

È un momento storico la lettura di questa sentenza: in gioco c’è il timbro di verità processuale sull’organigramma dell’organizzazione criminale più potente e meno studiata del mondo e i tanti legami a doppio filo tra la Lombardia, luogo in cui l’odierna sentenza ha sancito l’esistenza di cellule criminali ben definite e tra loro interdipendenti e Reggio Calabria. Si dimostra quindi l’unitarietà della ‘ndrangheta, la sua organizzazione verticistica che anche a Reggio Calabria altri importanti processi stanno ricostruendo proprio in questi giorni.

Per trovare una sentenza di tale portata, almeno numerica, riguardo la mafia bisogna tornare indietro al 1997 quando il processo scaturito dall’operazione “Nord-Sud” portò a 13 ergastoli e 1.800 anni di carcere per 133 imputati. Anche allora la sentenza arrivò nell’aula bunker di via Ucelli di Nemi a Milano, ma la camera di consiglio durò 41 giorni.

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