Se ne sono andati

Ci lasciano, soli con i loro amori infiniti, sognatori rivoluzionari. Come Norton Dodge, che ha raccolto tra mille rischi opere d’arte di dissidenti sovietici. O Louis Phillip Maletta, creatore del primo canale televisivo per i diritti dei gay. E Ilya Zhitomirskiy, inventore di Diaspora*, un anti...

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20 Novembre Nov 2011 1130 20 novembre 2011 20 Novembre 2011 - 11:30
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Ilya Alekseevič Zhitomirskiy

(12 ottobre 1989 – 12 novembre 2011)

Aveva 22 anni, era moscovita, ma nel Duemila i suoi genitori Alexey e Inna si erano trasferiti negli Stati Uniti. Suo padre è matematico, come suo nonno, Garri Zhitomirskiy. Con tre amici e compagni di studio alla New York University, aveva creato, nell’agosto del 2010, Diaspora* (l’asterisco fa parte del nome), il social network ormai classificato come “l’anti-Facebook”, in fase beta. Ilya è morto a casa sua a San Francisco, probabilmente suicida. Anche se la polizia non ha finora confermato quella causa di morte.

Un gruppo di dati e di caratteri veramente particolari in una vita così breve. Partendo dal fondo, un suicidio a 22 anni. E poi, in ordine sparso: una famiglia russo-diasporica (da Mosca all’America), con una linea patrilineare di ingegno matematico, e un cognome che richiama la città ucraina di Zhitomir (già ricca di una popolazione ebraica, poi annientata dall’occupazione nazista). Al centro, “l’idealismo” di Ilya: il più idealista dei quattro demiurghi di Diaspora*, che si chiamano Maxwell Salzberg, Daniel Grippi, e Raphael Sofaer.

Che cosa hanno inventato, rinchiudendosi, un’estate in un garage, come avrebbero potuto fare degli amici che si ritrovavano a suonare insieme con la propria band? E perché “anti-Facebook”? La creatura era, ed è, un network decentralizzato dove, in totale indipendenza, ci si può collegare col proprio computer, direttamente, e padroneggiando i propri dati personali, la propria riservatezza, o privacy. Diaspora* elimina il database centrale di Facebook, dove le informazioni relative a centinaia di milioni di persone (il popolo che si ritrova su quel network) vengono registrate, memorizzate, anche per ragioni di pubblicità e mercato.

Eben Moglen, giurista alla Columbia Law School, ha ricordato Ilya Zhitomirskiy come punta del «liberation technology movement»: in parole povere, come usare l’Internet commerce per promuovere diritti umani, libertà civili, equità sociale. «Ilya era anche un immenso talento matematico» (è sempre Moglen che ricorda) «che ha scelto il suo progetto piuttosto che una laurea, perché voleva fare qualcosa, nel suo tempo, in favore della libertà». Diaspora*, perfezionato in quell’estate 2010, riceveva 200 mila dollari da 6 mila sostenitori (tra cui, pare, anche Mark Zuckerberg, il padre di Facebook).

E nel settembre Ilya chiariva ai giornali di New York che il «modello aperto di Diaspora* non avrebbe fatto diventare ricchi né lui, né i suoi partner». E aggiungeva: «C’è qualcosa di più profondo che far soldi: far parte di un’impresa universale è grandioso».

 

Norton Townshend Dodge

(15 giugno 1927 – 5 novembre 2001)

Economista e collezionista d’arte americano. Era di Oklahoma City, è morto a Washington. Altre due città sono state capitali nella sua vita: Mosca e Mechanicsville, Maryland. In quest’ultima, lui e sua moglie Nancy hanno avuto per molti anni una grande proprietà chiamata con un altro nome cittadino, e cioè “Cremona”. Nella cui villa centrale, in mezzo al verde di un parco, ospiti e amici potevano incantarsi davanti a una collezione di migliaia di opere dagli anni Cinquanta ai primi anni Ottanta. I tre decenni base della Guerra Fredda.

Erano più o meno ventimila opere, fra dipinti, collage, tecniche miste, tutte di artisti sovietici variamente classificati in Urss e nel resto del mondo: dissidenti, non conformisti, o, come ha ricordato il New York Times, «pericolosi per il regime». Era la collezione di Norton Dodge, il risultato dei suoi molti viaggi a Mosca e Leningrado, e di come aveva scoperto e portato fuori dal Paese «l’arte del dissenso». Insegnava Economia sovietica all’Università del Maryland, e, da esperto stimatissimo in quella materia, aveva via libera nelle sue trasferte.

Diventò invece clandestino, quando la passione per quell’arte sotterranea gli fece perfezionare le arti del contatto e della trattativa: con molta discrezione andava negli appartamenti degli artisti, ammirando, acquistando, o organizzando, insieme a loro, e fra quelle mura (spesso una sola stanza) piccole mostre circospette. Ha scoperto, comprato e fatto conoscere opere politiche, religiose, concettuali, surrealiste. Di artisti, oggi molto conosciuti, come Alexander Melamid e Vitalij Komar.

Il trasporto era spesso tortuoso: un «pezzo piccolo» poteva passare avvolto dentro manifesti di propaganda ufficiale (opere d’arte anche quelle, e oggi con molto mercato), mentre per qualcosa di più grande, i tappeti restavano un classico contenitore di copertura. Sembra probabile che parte di questi passaggi sia stato relativamente tollerato dalle autorità, ed è certo che a Dodge si affiancavano aiuti diplomatici, sparsi fra diverse ambasciate non americane a Mosca. La sua passione poteva coincidere con la difesa pubblica di un artista quando veniva torchiato dal regime, e comunque con un investimento in denaro che oggi è stato calcolato con esattezza: più di tre milioni di dollari.

Dodge era figlio di un fisico, e amava il collezionismo dalla prima adolescenza: in particolare di bottiglie di whisky, stanate nella spazzatura. Molto specifico è stato il titolo del suo primo scritto scientifico-economico, Trends in Labor Productivity in the Soviet Tractor Industry, che gli fece meritare, a metà degli anni Cinquanta, il primo viaggio in Urss. Poco più di vent’anni dopo, nel 1977, con la prima mostra di tutte quelle opere a Washington, a Dodge veniva definitivamente precluso ogni ulteriore ingresso nel Paese di Brežnev e del dissenso.

Avrebbe, poi, liberamente scelto di non andarci più, anche dopo il collasso sovietico. Quell’insieme d’opere è oggi la Norton and Nancy Dodge Collection of Nonconformist Art From The Soviet Union e si trova fra le collezioni della Rutgers University di New Brunswick, New Jersey.

Louis Phillip Maletta

(14 dicembre 1936 – 2 novembre 2011)

O “Lou” Maletta, di Brooklyn. Già fotografo freelance, e agente di viaggio. Prima di diventare un pioniere della televisione, e di un programma 24 ore su 24 che, una trentina d’anni fa, era un contraltare all’epoca che si era appena aperta con Ronald Reagan alla Casa Bianca. È morto di un tumore, a casa sua, a Kingston, New Jersey. Aveva 74 anni, una figlia, e viveva felicemente con un compagno di nome Luke Valenti, trentasettenne.

Lou Maletta, nel 1982, ha messo in piedi, primo al mondo, il Gay Cable Network, uno scorrere televisivo senza interruzione al servizio tanto del Gay Rights Movement, quanto di milioni di persone, considerate una per una. E spesso e diffusamente isolate, o sole. Nel tempo della scoperta dell’Aids, e delle sindromi psicologiche – oltre che fobiche, violente, tradizionali – che quella sindrome (invece precisa, e mortifera) stava facendo dilagare. In quel programma c’era, normalmente, il mondo: la specificità omosessuale (video, film, annunci gay), insieme alle notizie, la cultura, il commento politico, la salute, lo sport, gli show.

Lou andava anche direttamente a intervistare deputati e senatori, repubblicani e democratici: il tema era incrociato, la battaglia per i diritti e le reazioni, o i commenti, soprattutto dei leader politici, all’“epidemia”. Nel pieno di una Convenzione del Partito repubblicano, a New Orleans, nel 1988, Lou e un gruppo di volontari del movimento facevano sentire la loro voce e la loro presenza: «Lui aveva un carattere tremendamente combattivo, veniva fuori improvvisamente con una giacca di cuoio nero, un classico cappello western, da cow-boy, e, naturalmente, una maglietta con stampato il logo del suo Gay Network».

Un suo compagno di lotta lo ha ricordato così com’era, sottolineando anche qualche differenza di clima: «Presentarsi così a New York era normale, o quantomeno not unusual, ma quando siamo capitati a parlare nella cittadina di Hardee, Mississippi, non ero sicuro che ne saremmo usciti vivi».
 

Il quadro di questa settimana: «I’m erasing you», dipinto dell’artista svedese Linnea Strid.

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