In Europa vanno tutti in pensione più tardi di noi

Per risanare i conti pubblici bisogna intervenire sulle pensioni sarà una scelta obbligata. Proproniamo una nostra analisi con infografica, che mostra che in Europa in tutti i principali paesi l’età pensionabile è sensibilmente più alta che in Italia.

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1 Dicembre Dic 2011 1408 01 dicembre 2011 1 Dicembre 2011 - 14:08

I numeri, tratti da una recente analisi comparativa della Commissione Europea (Pension Schemes and pension projections in the EU-27 Members States) tra i regimi pensionistici europei, parlano chiaro: senza l’introduzione di correttivi al nostro sistema previdenziale, già tra nove anni, avremmo la più alta incidenza di spesa per le pensioni tra i 27 Paesi dell’Unione Europea: per l’esattezza il 14,1 per cento del Prodotto Interno Lordo, contro il 10,5% della Germania, il 9,4% della Svezia, il 6,9% del Regno Unito, il 9,5% della Spagna.

Il report della Commissione europea evidenzia altresì la grande anomalia italiana relativa all’età pensionabile: quest’ultima, nei principali Paesi dell’Unione, è infatti già almeno 65 anni. E nella stragrande maggioranza dei casi – altro elemento di diversità dall’Italia - non si fa differenza alcuna tra uomini e donne. In Germania, Spagna, Svezia, Danimarca, Regno Unito, recenti riforme hanno addirittura innalzato l’età pensionabile a 67 o 68 anni.

In Germania, l’ultima robusta riforma ha avuto luogo nel 2007: sebbene sia in corso il processo di transizione verso l’aumento dell’età pensionabile a 65 anni previsto dalla precedente riforma, è stato stabilito un graduale incremento di un mese ogni anno dal 2012 al 2023 e, successivamente, di 2 mesi ogni anno, che eleverà a 67 anni nel 2029 l’età pensionabile.

Per quanto riguarda la Spagna, Zapatero, proprio quest’anno, ha approvato la riforma delle pensioni, che, nel 2027, porterà a 67 anni l’età per andare in pensione e che ha previsto un trattamento di “favore” per le donne; a queste verrà concesso di anticipare il pensionamento di 9 mesi per ogni figlio (fino ad un massimo di due).

In Gran Bretagna, dove è in corso un acceso dibattito su un progetto di riforma, dal 2007 è in vigore una disciplina che prevede, tra il 2024 ed il 2046, l’aumento dell’età pensionabile a 68 anni, sia per gli uomini che per le donne.

In Francia, invece, uomini e donne vanno per ora in pensione a 62 anni. Non è forse un caso che la spesa pensionistica dei francesi sia molto simile alla nostra: 13,3% del pil e 13,9% nel 2020. Va però detto che la rifoma voluta da Sarkozy nel 2010, puntando alla riduzione del deficit del sistema pensionistico, ha previsto un progressivo aumento, senza distinzione di genere, di 4 mesi all’anno a partire dal luglio scorso; conseguentemente l’età per poter godere di una pensione passerà entro il 2020 a 67 anni.

In Italia, come è noto, è in corso un forte dibattito sull’opportuinità di intervenire sulle pensioni. In seno alla maggioranza pare, per ora, prevalere la linea di chi, Bossi in testa, non intende toccarle, se non in misura marginale come sarebbe stato concordato nelle scorse ore.
Se tale prospettiva dovesse essere confermata nella discussione parlamentare sulla manovra correttiva, è evidente come la sostenibilità economica di medio-lungo periodo della finanza pubblica rischi di essere sempre più fortemente condizionata dall’incidenza della spesa previdenziale: dei ca. 310 miliardi di euro di spesa pubblica per il welfare, equivalenti a ca. il 20% del Pil, una fetta sempre più importante sarà così erosa per coprire le prestazioni pensionistiche.

Ciò, prescindendo dal fatto che il sistema previdenziale è, più di ogni altro capitolo di spesa pubblica, sottoposto alle sfide derivanti dai cambiamenti demografici, dalle nuove tipologie di contratti di lavoro, nonché, come appare chiaramente in questi mesi, dalla situazione economica internazionale.

Eppure Tremonti, sempre più stretto nella morsa degli assalti alla sua manovra correttiva, sa bene che nell’ultimo rapporto dell’Inps viene scritto nero su bianco che “la sostenibilità economica del sistema previdenziale deve tener conto dell’invecchiamento progressivo della popolazione, che comporta un crescente aumento del numero dei pensionati rispetto ai lavoratori, da cui deriva la necessità di attuare riforme tese in futuro al contenimento degli importi delle pensioni e all’innalzamento dell’età pensionabile […].

La stessa Commissione europea, nella recente comunicazione comunicazione al Parlamento Europeo ha posto, ancora una volta, l’accento sulla necessità di riforme strutturali in campo previdenziale, tese a: innalzare l’età pensionabile e collegarla alla speranza di vita; ridurre in via prioritaria i piani di prepensionamento e utilizzare incentivi mirati per promuovere l’occupazione dei lavoratori anziani e l’apprendimento permanente; evitare di adottare misure riguardanti i sistemi pensionistici che compromettano la sostenibilità a lungo termine e l’adeguatezza delle finanze pubbliche.

Di tutto ciò, a quanto pare, il Governo non pare tener conto, facendo finta di ignorare che l’innalzamento dell’età pensionabile è una delle poche leve per risanare strutturalmente finanza pubblica e non scaricare, ancora di più, sulle spalle delle giovani generazioni gli egoismi della nostra gerontica classe dirigente. 
 

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