“Bene la Tobin tax, ma non basta per disciplinare i mercati”

La Tobin Tax fu concepita negli anni '70 per mettere un po' di sabbia negli ingranaggi dei mercati ma «oggi è più che mai necessaria per frenare gli eccessi di volatilità specialmente davanti agli strumenti moderni, come il trading ad alta frequenza, che rischiano di andare fuori controllo», dice...

Tightrope Walker By Slawekgruca
14 Dicembre Dic 2011 1743 14 dicembre 2011 14 Dicembre 2011 - 17:43
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Messe Frankfurt

Dall'incontro del movimento no global a Puerto Alegre che nel gennaio  2001 rilancò l'idea, al "tecnico" Mario Monti che oggi l'ha benedetta al Senato, la Tobin tax di strada ne ha fatta parecchia. Solo che ora, dice a Linkiesta Luigi Campiglio, professore ordinario di Politica Economica e pro-rettore presso l'Università Cattolica di Milano, nell'epoca in cui le transazioni finanziarie sono gestite da algoritmi sullo scarto di pochi centesimi di secondo, un lasso di tempo così breve da non permettere manco l'intervento dell'uomo, la Tobin tax è ancora più necessaria di prima, anche se da sola non è sufficiente a tenere la briglia tesa alle «esuberanze irrazionali» dei mercati finanziari. 

La tassa deve il suo nome a James Tobin, professore di economia a Yale e premio Nobel che la concepì negli anni '70 come meccanismo di stabilizzazione dei mercati valutari, salvo prendere le distanze dalla caratterizzazione “no global” che le è stata appiccicata dopo che l'idea fu sposata da Le Monde Diplomatique (e poi dal premier socialista Lionel Jospin) a fine anni '90. «La preveggenza di Tobin - dice Campiglio - suggeriva la necessità di mettere un po' di sabbia negli ingranaggi di un sistema finanziario la cui velocità di transazione era tale che poteva comportare un'instabilità dei mercati, al di là delle intenzioni di chi opera». La sua era quindi un' «anticipazione profetica di un fenomeno che ha raggiunto livelli mai conosciuti prima» con l'evoluzione negli ultimi anni dei modelli algoritmici e delle tecnologie che hanno raggiunto il loro apice nelle transazioni ad alta frequenza (high frequency trading), su cui le authority di Borsa hanno già cercato di intervenire negli ultimi anni.

«Da questo punto di vista può apparire un po' passata, come un cavallo sta a una Ferrari». Eppure «una sua utilità ce l'ha ugualmente perché quella sabbia di cui si parlava negli anni '70 è più che mai necessaria oggi per frenare gli eccessi di volatilità specialmente davanti agli strumenti moderni che rischiano di andare fuori controllo, come del resto è già successo» in almeno un paio di casi. Certo ora «non è più sufficiente ma questo non vuol dire che, se inserita all'interno di un pacchetto più complessivo, non serva». Il nodo centrale della crisi è che «ci stiamo muovendo su un cammino di disciplina fiscale che rischia di diventare impraticabile in assenza di una maggiore disciplina dei mercati finanziari. Senza quest'ultima si mette in pericolo quella dei bilanci pubblici».

Certo, fosse stata introdotta subito, negli anni '70, «avrebbe aiutato fin da allora a creare norme di comportamento affidate non solamente alla velocità di transazione». Tuttavia, continua Campiglio, «non è troppo tardi, anzi potrebbe essere ancora più appropriata per frenare questi arbitraggi su tempi infinitesimali. Se io metto anche pochi centesimi di imposta su questi arbitraggi infinesimali che proprio da questa rapidità di esecuzione traggono i loro guadagni, probabilmente un elemento di minor volatiità la introduco. Certo a distanza di 40 anni ben altri sono gli insiemi di provvedimenti di cui deve essere composta questa maggiore disciplina dei mercati finanziari». E certo o la si applica in sede di G20 o se resta a livello locale provoca solo uno spostamento delle transazioni su altri mercati - che è la premessa di questo discorso. 

Ma appunto da sola la Tobin tax non sarebbe più sufficiente. Ad esempio, sui mercati finanziari Usa le banche più grandi gestiscono circa l'80% delle transazioni. «Non è un mercato concorrenziale da libro di testo, anzi stiamo parlando di un sistema fortemente oligopolistico e in una situazione simile le probabilità di collusione o di accordi taciti sono alte». La Tobin tax avrebbe allora un senso se inserita in una serie di provvedimenti «che comportino per esempio una maggiore trasparenza degli operatori e che possano intervenire nei contronti dei meccanismi oligopolistici». E questo solo per indicare una delle misure che andrebbero introdotte assieme alla nuova imposta.   

Intanto, comunque, la Ue si è già mossa. Il meccanismo approvato da Bruxelles lo scorso 27 settembre prevede due aliquote leggere (fra lo 0,01% e lo 0,05%), una, per tutti gli scambi di strumenti finanziari diversi dai derivati e una seconda per questi ultimi. Una mossa per fare  pressione sul G20 nella consapevolezza appunto che, o viene approvata a livello globale, o la sua efficacia diventa nulla. 

Un approccio quello alla Tobin tax che non piace ai giornali finanzari anglosassoni. Il Financial Times ha pubblicato un documento sul possibile impatto secondo il quale, se entrasse in vigore la Tobin Tax europea, ci sarebbe un calo medio del Pil Ue dell’1,8%. La ragione sarebbe la fuga dei mercati dall’Europa anche con aliquote così basse: secondo lo studio il 10% delle transazioni nel mercato delle securities si trasferirebbe altrove o cesserebbe del tutto mentre quello dei derivati crollerebbe addirittura del 70-90%. Ma Campiglio è molto scettico («vorrei vedere come hanno fatto quello studio. Mi sembra una pura follia. Certo stiamo introducendo una tassa in più e in questo momento ce ne sono già molte») mentre ride del fatto che il Wall Street Journal abbia ricordato che la tassa sulla speculazione dell'oro applicata dal Congresso Usa nel 1863 portò il costo dell'oncia da 198 a 250 dollari nell'arco di poche settimane costringendo i legislatori ad una frettolosa marcia indietro («è comico pensare che un giornale serio debba ricorrere ad un esempio dell'800 per motivare la sua opposizione»).  

Insomma la differenza rispetto all'epoca di Jospin e della battaglia ingaggiata da Le Monde Diplomatique è che questa volta «stiamo parlando di una cosa che si può fare davvero», anche se nessuno si nasconde che raggiungere il consenso in sede G20 non sarà certo una passeggiata.  

Twitter: @jacopobarigazzi

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