Da Minzolini a Mentana, in Italia si decide tutto in Procura

L’ultimo caso riguarda il direttore del Tg de La7 che si dimette dopo essere stato denunciato alla magistratura per comportamento antisindacale. Anche il Tg1 è finito in un’aula di giustizia. Come ogni altro settore della nostra vita: dalla politica, al calcio, all’economia. Come se non fosse pos...

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14 Dicembre Dic 2011 1654 14 dicembre 2011 14 Dicembre 2011 - 16:54

Provate a spiegarlo all’estero. Provate a tradurre in inglese, in francese o in tedesco un paese in cui niente succede se non si ricorre alla magistratura. E in cui invece succede tutto non appena la magistratura viene chiamata in causa: anche se, eventualmente, la storia giudiziaria è destinata a finire in niente, con tanti saluti ai principi giuridici di non colpevolezza fino a sentenza definitiva, con conseguente spesa giudiziaria (cioè pubblica) che alla fin fine si poteva evitare, con risparmio di tutti.

La vicenda di Mentana, l’ultima in ordine di tempo, è quella che avrete ormai letto tutti. Il direttore si rifiuta di leggere un comunicato sindacale di solidarietà allo sciopero dei sindacati indetto per lunedì scorso. Il Cdr - il comitato di redazione, rappresentanza sindacale interna - si lamenta e poi l’associazione della stampa Romana - d’intesa con il Cdr - lo denuncia alla magistratura per condotta antisindacale. Lui, comprensibilmente, si dimette. Il piano perfetto per arrivare al Tg1 in carrozza? Può darsi, vedremo. Ma anche se la mossa di Mentana è stata tutta tattica, la domanda resta a monte: davvero non c’è una via intermedia per criticare un direttore? Davvero prima si va dai giudici e poi si discute del merito? Tanto più che qualche evidente risultato e successo la direzione-Mentana, al Tg7 l’aveva portato.

Stampa Romana

Minzolini e il Tg1 sono il rovescio della medaglia. A nulla sono serviti i cattivi risultati del Tg1, il calo di share e di credibilità riconosciuto da milioni di italiani in questi anni. Per rimuovere l’ex direttore è servito aprire un procedimento penale, arrivare a un rinvio a giudizio per delle spese che si ritengono non autorizzate, ma che sono state comunque restituite, come Minzolini ripete dal primo giorno. Insomma, il problema è un Tg1 a picco o 60 mila euro già restituiti?

Ai due casi possiamo aggiungerne mille. Dal calcio alla politica, dall’economia e finanza all’amministrazione locale, sembra che nessun passaggio importante possa avvenire senza che ci siano di mezzo i giudici. Ovviamente, quando serve, la magistratura deve assolutamente fare il suo lavoro. Ma troppo spesso è chiamata in causa per fare, in realtà, il lavoro degli altri. Quello dei manager che dovrebbero cacciare chi fa il male dell’azienda e dei colleghi, ad esempio. Più in generale, quello dei cittadini - elettori, investitori, lavoratori... - che hanno il diritto ma anche il dovere di dire il loro dissenso, di farlo pesare, di organizzarlo e perfino di vederlo coronato in successo anche se di fronte non c’è nessun illecito giuridico.

Invece in Italia siamo arrivati a coltivare un paradosso pericoloso: l’unica giustizia possibile passa per la Giustizia, intesa come istituzione. Siamo convinti che questo non faccia bene a nessuno. Non fa bene all’istituzione giudiziaria, che dovrebbe servire solo a verificare gli illeciti e non a costruire il consenso per scelte politiche o manageriali. Ma non fa bene neanche al paese e alla società italiana che lo compone: che dovrebbe finalmente sentirsi padrone del proprio destino, e non perennemente in cerca di tutele, protezioni, autorizzazioni. O di un giudice cui ricorrere, accompagnato da uno dei 150 mila avvocati italiani per fare valere idee e ragioni che, grazie al cielo, esistono anche se nessuno ha violato alcuna legge.

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