L’Europa non cresce: colpa della Merkel e delle sue paure

Stati Uniti ed Europa hanno due diversi approcci per uscire dalla crisi. I primi guardano più alla crescita economica nel breve termine, per poi risanare i conti pubblici nel lungo. Per il Vecchio continente, invece, è il contrario. Secondo Giorgio Arfaras, direttore della Lettera economica del C...

023 51280799DM102 Ryder Cup Pra
14 Dicembre Dic 2011 1210 14 dicembre 2011 14 Dicembre 2011 - 12:10
Messe Frankfurt

Le divisioni fra Europa e Stati Uniti aumentano sempre di più, anche e soprattutto sul piano della politica economica. Nell’Europa dell’euro è ormai prevalsa una politica fiscale che possiamo definire della “contrazione espansiva”. I deficit pubblici sono ridotti fino ad annullarli, il che significa un bilancio in pareggio. Da una parte cade la domanda aggregata per effetto della contrazione fiscale, dall'altra (e questa è l’aspettativa) cresce la domanda, perché torna la fiducia nella tenuta del sistema. Sistema che sarebbe potuto deragliare per effetto della crisi dei debiti pubblici. Quest’ultima avrebbe messo in difficoltà le banche, che ne detengono una quota cospicua di titoli governativi, e quindi il credito alle imprese.

È il contrario di quello che è stato fatto negli Stati Uniti. Le imposte furono ridotte da George W. Bush e da Barack Obama e gli aiuti alle famiglie accresciuti (attraverso gli incentivi per ridurre il peso dei mutui ipotecari, e gli aiuti diretti volti a garantire un pavimento all'alimentazione – i food stamps) per evitare che ci fosse una caduta della domanda tale da far avvitare il sistema. Il deficit pubblico statunitense per effetto delle maggiori uscite e minori entrate è quasi raddoppiato. Il fattore scatenante l’azione intrapresa è stata la caduta della ricchezza delle famiglie, dovuta essenzialmente alla crollo del valore degli immobili. Una contrazione di quelle proporzioni avrebbe potuto deprimere i consumi in maniera incontrollata (1). Per ora conosciamo gli effetti di breve termine delle decisioni statunitensi, mentre non conosciamo che cosa accadrà in Europa.

La decisione europea di annullare la generazione di debito mette un cappio alle opzioni politiche. In futuro - per una spinta demografica che non può essere arrestata - le spese per sanità e pensioni cresceranno. In assenza di deficit pubblico, o le succitate spese sono messe sotto controllo, o si alzano le imposte. Siccome si ha un limite all'innalzamento delle imposte perché sono già elevate, ecco che le spese saranno frenate. Con le decisioni prese ultimamente, nel breve termine probabilmente avremo una contrazione (a meno che torni la fiducia), ma nel più lungo termine avremo un debito pubblico sotto controllo.

Opposto è il caso statunitense. Nel lungo termine avranno – anche loro per la dinamica demografica – un bilancio pubblico fuori controllo, ma nel breve hanno una maggior domanda (anche in presenza di modesta fiducia). Ossia, gli statunitensi dovranno agire domani per controllare la dinamica del debito pubblico.

Quale delle due opzioni è la migliore? Il lungo termine che è inghiottito nel breve (caso Europa), oppure la politica dei due tempi (prima cresco e poi risano)? Si può sostenere - con ottimi argomenti - sia la prima che la seconda opzione. L’opzione europea assume che i mercati finanziari siano lungimiranti – ossia che ragionino sui decenni – mentre quella statunitense che siano miopi – ossia che siano interessati soprattutto al breve termine.

Tuttavia, c’è un punto politico da tenere in considerazione. La presenza di elettorati diversi nel caso dell’Europa è la discriminante della decisione. I debiti in crescita metterebbero in difficoltà la Germania, se essa fosse la garante dei debiti pubblici dei paesi terzi lasciati correre nel breve termine. Ossia, delle politiche espansive nei paesi in crisi farebbero crescere il loro debito, che sarebbe venduto dai mercati avversi al rischio. Per evitare una crisi del debito e quindi del’euro, la Germania dovrebbe garantire il debito altrui. Un’opzione difficile da vendere al suo elettorato. (Non è detto che l’espansione dei bilanci peggiori le cose, ma nessuno in campo politico è disposto a scommettere che sia così. E dunque che sia vero o meno in punto di teoria non rileva).

(1) “What do we know about the effects of fiscal policy? Separating evidence from ideology”, Christina D. Romer, Hamilton College, November 7, 2011.

*direttore della Lettera economica del Centro Einaudi.

Potrebbe interessarti anche