I paesi con tanti bamboccioni rischiano il default

Questa crisi ci insegna che dove i sistemi economici tendono a marginalizzare i giovani le cose vanno molto male. E per dimostrarlo basta guardare alla correlazione tra i credit default swap e percentuale di uomini tra i 25 e i 34 anni che vivono con i propri genitori. Una correlazione diretta e ...

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15 Dicembre Dic 2011 2029 15 dicembre 2011 15 Dicembre 2011 - 20:29
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Il compianto Padoa-Schioppa parlava di “bamboccioni”. E tutti a criticarlo. Ma se avesse avuto ragione? Guardando questo grafico, ci sono un paio di domande da porsi.

Uno

La correlazione tra CDS (credit default swap) e percentuale di uomini tra i 25 e i 34 anni che vivono con i propri genitori è diretta e inaspettata, e indica che gli stati in cui molti giovani vivono con i propri genitori hanno una probabilità di default molto elevata.

I CDS, infatti, sono una sorta di “assicurazione” contro il fallimento di uno Stato, così che il loro valore risulta essere proporzionale alla probabilità che quello Stato fallisca. Il fatto che i CDS sui titoli greci siano scambiati al valore più alto tra i paesi europei (oltre 3000 punti base) implica dunque che i mercati ritengono praticamente certo il fallimento greco, come si può vedere nel grafico sotto, chart 1.1. Il valore dei CDS più alto in Europa è correlato alla più elevata percentuale di uomini tra i 25 e i 34 anni che vivono con i genitori: una quota che raggiunge in Grecia il 55%. Infatti, la metà degli uomini greci lascia la propria casa a 28,2 anni, età eguagliata da Portogallo e Spagna (rispettivamente 28 e 28,4 anni), lambita dall’Irlanda, e superata solamente dall’Italia (29,7 anni).

Due

Al contrario, Finlandia e Olanda, due tra i paesi con la più bassa quota di giovani sotto il tetto domestico (e con l’età più bassa di abbandono della casa dei genitori), sono i paesi meno colpiti dall’incertezza dei mercati finanziari nella crisi europea. Il quadro non cambia eccessivamente prendendo in considerazione le giovani donne: l’età di abbandono della casa di origine non mostra eccessive variazioni nella maggior parte dei paesi europei; esistono tuttavia notevoli eccezioni, come Grecia e Austria, dove le donne escono di casa molto prima degli uomini (23,4 anni per le donne austriache contro i 27,2 degli uomini; 22,9 contro 28,2 in Grecia), per ragioni legate alla precoce età di matrimonio in questi paesi.

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Eliminando questo fattore di distorsione, cioè prendendo in considerazione solo i giovani di sesso maschile, la correlazione tra probabilità di fallimento e percentuale di giovani che vivono nella casa di origine è dunque impressionante. Si potrebbe pensare che, se l’economia va male (come in Grecia, Spagna, Irlanda, Italia e Portogallo), i giovani incontrano più difficoltà nella ricerca di un lavoro e dunque una più alta probabilità di non riuscire ad acquisire la propria indipendenza. E’ quanto accaduto negli Stati Uniti a partire dal 2007, dove la quota di uomini tra i 25 e i 34 anni che vivono con i propri genitori è aumentata drasticamente negli ultimi quattro anni, cioè in un intervallo di tempo molto limitato.

Quattro

Tuttavia, il fenomeno dell’abbandono tardivo della nido famigliare ha in Europa meridionale radici ben più profonde e risalenti nel tempo. La crisi può aver avuto un effetto, ma non può di certo aver influito in maniera determinante nel plasmare le dinamiche sociali profonde dei paesi del mediterraneo europeo, dove la quota di giovani tra i 25 e i 34 anni che rimangono nella propria casa di origine è mediamente di molto superiore al 40%. Basti pensare che, mentre negli USA questa percentuale aumenta dal 12 al 18% dopo la crisi economica, in Italia i giovani tra i 18 e i 34 anni che vivevano con la famiglia d’origine erano il 49% già nel 1983.

Per spiegare questo fenomeno ricorrono allora due argomentazioni. Una si riferisce a fattori culturali: i giovani dell’Europa meridionale sono “mammoni”, hanno meno propensione all’indipendenza e maggiore avversione al rischio. Oltre a suonare vagamente razzista e a rifarsi a concetti per nulla rigorosi (in cosa consisterebbero precisamente queste “norme culturali” cui si fa riferimento?), questa spiegazione ha la grande pecca di non rendersi conto di quanto il campione di paesi considerato sia disomogeneo: la cultura gioca sicuramente un ruolo, ma cosa c’entra l’Irlanda con la Grecia? E perché dovremmo pensare che in Italia e in Portogallo vigono le stesse attitudini socio-culturali? La verità è che forse dovremmo iniziare a guardare in maniera sistematica alle differenze e alle similarità strutturali che, in questi paesi, presentano le politiche di inclusione dei giovani. E’ una cosa che tenterò di fare approfonditamente in futuro.

Nel frattempo, però, ci si può concentrare sul alcuni dati, che mostrano come, in Italia, nel 2009 il 57,1% degli uomini e il 51,3% delle donne tra i 25 e i 29 anni dichiarasse di vivere con i propri genitori a causa di problemi di carattere economico. E sono proprio i giovani di Spagna, Italia, Grecia, Irlanda e Portogallo i primi ad essere stati massicciamente espulsi dal mercato del lavoro una volta che la crisi economica ha colpito le economie di queste nazioni.

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Tutto ciò conduce ad una spiegazione molto semplice: i sistemi di inclusione sociale di questi paesi sono squilibrati e sfavoriscono le fasce più giovani della popolazione, che sono dunque penalizzate nella ricerca del lavoro e nella costruzione di un progetto di vita indipendente. Di conseguenza, il ruolo dei giovani risulta del tutto co-storico, subordinato ed escluso dalle decisioni politiche e dai grandi processi socio-economici di questi anni.

Ma questa crisi ci insegna che, dove i sistemi economici tendono a marginalizzare i giovani, le cose vanno molto male, poiché una società che non sostiene le generazioni future castra il proprio potenziale biologico di crescita. Una lezione da imparare, ora che è troppo tardi.

 

 

Articolo pubblicato originariamente nel blog di Nicolò Cavalli

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