Monti dà lezione di comunicazione, parla per tre ore senza dire niente

Conia slogan di successo, studia i dettagli della conferenza stampa, critica il Cavaliere senza mai abbandonare i suoi modi gentili. A un certo punto Monti improvvisa una lezione accademica sullo Spread. Rivendica il suo passato da tecnico, ma assomiglia sempre più a un politico: riesce a parlare...

Monti
29 Dicembre Dic 2011 1543 29 dicembre 2011 29 Dicembre 2011 - 15:43
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Logorroico, impacciato, poco televisivo. In una parola: umano. E soprattutto efficace. Nella conferenza stampa di fine anno il premier Mario Monti si conferma un grande comunicatore. Capace di parlare per quasi tre ore senza anticipare nulla. Di lanciare nuovi slogan e accusare a più riprese il suo predecessore senza mai rinunciare ai suoi modi educati e gentili.

L’organizzazione dell’appuntamento è degna di un esperto. Non sono lasciati al caso neppure i dettagli, a partire dall’ambientazione. Per incontrare i giornalisti italiani e internazionali - per esplicita richiesta del premier stavolta sono stati invitati anche loro - Monti sceglie la sala polifunzionale del governo alla Galleria Colonna. Sobria al limite del tetro. Adatta al periodo di austerità che il governo predica da tempo. I fasti di Palazzo Madama, la location voluta da Silvio Berlusconi per le ultime tre conferenze di fine anno, sono un lontano ricordo. E poi gli slogan. Ormai Monti ne sforna uno a conferenza stampa. L’abilità comunicativa del premier aveva già trasformato la manovra lacrime e sangue di un mese fa in un patriottico “decreto Salva Italia”. Per il nuovo pacchetto di misure economiche l’ex commissario Ue si inventa un’altra trovata pubblicitaria. Archiviato il più impersonale “Fase due” Monti presenta alla stampa i provvedimenti “Cresci-Italia”. Nome corto, vincente, facile da ricordare. Buono per una réclame televisiva.

Il colpo di teatro arriva al momento dello Spread. Il termine più usato (e abusato) degli ultimi mesi. Giornali e avversari politici lo prendevano in giro dandogli del professore universitario? E il premier si cala nel personaggio. È il momento accademico dell’incontro. Monti tira fuori un grafico. Dati alla mano, spiega ai presenti la differenza di rendimento tra Btp e Bund tedeschi. Ovviamente l’andamento del fenomeno conferma il successo del suo governo. «Il 9 novembre lo Spread tocca il massimo storico - illustra il professor Monti - Proprio quel giorno ho ricevuto una chiamata dal presidente della Repubblica…». Da quel momento in poi, guarda caso, «il trend è decrescente». Il tema è di pubblico interesse. Tutti ne parlano, ma ancora in pochi ne conoscono il vero significato. Il presidente del Consiglio sale in cattedra e con la pazienza propria dell’insegnante spiega: «Dobbiamo cercare di acquisire tutti una maggiore padronanza dell’argomento».

Il premier è gentile ed educato con tutti. Ringrazia per le domande ricevute, si rivolge sempre a «esimi» interlocutori. A volte sembra quasi a disagio nel suo ruolo. Sbaglia, si corregge, dimentica quello che deve dire. È impacciato ma non le manda a dire a nessuno. Le frecciate sono numerose, qualcuna particolarmente perfida. Il bersaglio preferito è il predecessore Silvio Berlusconi. Cui Monti evidentemente non ha perdonato le ultime critiche alla manovra. Se nel provvedimento l’Italia si è assunta obiettivi a dir poco ambiziosi - il raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2013 - la colpa è proprio del Cavaliere. «Signori - spiega Monti - non è certo questo il governo che ha sottoscritto quegli impegni». L’esecutivo tecnico è arrivato solo in un secondo momento. Chiamato «nel tentativo di ristabilire dignità, stabilità e autorevolezza per il Paese». Tutte prerogative che evidentemente il precedente governo non era riuscito a garantire. Insomma, il Cavaliere è il responsabile morale della dura manovra economica. Ma è anche un politico poco lungimirante. «Nella conferenza stampa di un anno fa - racconta ancora Monti - il mio predecessore disse che non sarebbe servita una manovra correttiva. Le cose sono andate diversamente, nel frattempo sono state necessarie cinque manovre e solo l’ultima porta la mia firma».

Il premier se la prende con il Cavaliere, ma anche con i giornalisti. Categoria che non smette di ringraziare. Salvo poi ironizzare sui retroscena pubblicati dai quotidiani: «Non di rado apprendo quello che ho detto». Alla fine l’ex commissario europeo chiarisce di non avere alcuna voglia di aprire un filo diretto con la stampa. «So bene che dovrei dedicarmi alla pubblicazione di bollettini quotidiani o all’attività di smentite. Ma non lo farò, non c’è tempo». Alcuni giornalisti li prende in giro con il suo educatissimo sarcasmo. Qualcuno gli chiede una conferma del vertice Pdl, Pd, Terzo Polo nel tunnel di Palazzo Giustiniani, Monti risponde con un sorriso: «C’è sempre qualcosa di profondo nelle vostre domande…». 

La capacità di Monti è quella di parlare per quasi tre ore senza rivelare troppo dei prossimi progetti del governo. Anzi, senza dire quasi niente. Il premier lo ammette all’inizio dell’incontro senza troppi problemi: «Non ho nessuna misura specifica da annunciarvi». I telespettatori devono accontentarsi dei prossimi capitoli di intervento. Liberalizzazioni e concorrenza, lavoro e ammortizzatori sociali, infrastrutture, ricerca. Mistero sui tempi. Si scopre solo che i primi provvedimenti arriveranno entro il 23 gennaio, data in cui è convocato l’Eurogruppo. Al più tardi per la settimana successiva, quando ci sarà il Consiglio europeo. Sui temi specifici, il premier preferisce glissare. Le frequenze televisive? «Ci stiamo lavorando». Il contratto unico? «Al momento non lo so, se ne sta occupando il ministro Fornero». L’Italia troverà un accordo con la Svizzera per stanare gli evasori? «Sto studiando il dossier, non ho ancora una posizione a riguardo». A tratti la conferenza stampa è surreale.

La sensazione è che Monti abbia definitivamente dismesso i panni del tecnico. Ormai assomiglia a un politico di professione. Lui assicura che un posto alla Camera non gli interessa, anche per questo cerca di prendere la distanze dai partiti. Eppure per garantirsi un futuro a Roma - magari al Quirinale - distinguersi dalla Casta potrebbe essere redditizio. Tanto per non sbagliare il premier precisa che le riforme istituzionali, a partire dalla legge elettorale, sono cose che non lo riguardano. «Di queste cose se ne dovrà occupare il Parlamento».  

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