Sposare Ligresti? A Mediobanca è costato un miliardo

«Meglio verdi di rabbia per un buon affare non fatto che rossi di vergogna per essere entrati in un affare da non farsi», diceva Enrico Cuccia. Ma Mediobanca corre davvero il rischio di doversi vergognare per un affare da non farsi. E l’affare in questione è il miliardo di prestiti subordinati co...

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3 Gennaio Gen 2012 1053 03 gennaio 2012 3 Gennaio 2012 - 10:53
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L’oculatezza con cui Mediobanca ha erogato prestiti, insieme con il tempismo con cui si è sfilata dalle situazioni di incaglio, è uno degli elementi costitutivi del mito dell’istituto. La banca di Enrico Cuccia è rimasta fuori dai grandi crac (Ferruzzi, Cirio, Parmalat) e poco invischiata nelle crisi dei suoi soci (gli Agnelli con Fiat nel 2002, gli Orlando con Gim-Smi due anni dopo).

«Meglio verdi di rabbia per un buon affare non fatto che rossi di vergogna per essere entrati in un affare da non farsi».
Enrico Cuccia
(fonte: testimonianza-ricordo dell’on.Giorgio La Malfa)

Ma il tempo passa per tutti, e le tradizioni si indeboliscono: sfortunamente, arrivata alla terza generazione di manager, Mediobanca corre il rischio di perdere la verginità di non doversi mai vergognare di un affare da non farsi.

L’affare in questione è il miliardo di prestiti subordinati concessi alla Fondiaria-Sai dei Ligresti. La cattiva gestione della compagnia è esplosa in tutta la sua gravità: un miliardo di perdite sul 2011 e un patrimonio inadeguato a coprire gli impegni presi con le polizze. Si è reso necessario varare due aumenti di capitale in sei mesi:uno appena annunciato da 750 milioni, più 450 mln di giugno, e altri 350 mln sulla controllata Milano Ass.

La tentazione di minimizzare nei pressi di Piazzetta Cuccia è comprensibile. Meno giustificabile – anche a mettere in conto il controllo proprietario esercitato da Mediobanca sul quotidiano – è che il Corriere della Sera riesca a pubblicare due intere pagine sulla vicenda, raccontandola come una telenovela di alleanze, tradimenti e vendette, e dedicando due-righe-due, per di più all’interno di un inciso, alla gigantesca esposizione creditizia verso i Ligresti.

Conviene perciò lasciare perdere l’atmosfera da Sopranos e occuparsi dell’unico e solo aspetto di rilievo dell’affare da non farsi: i soldi, come sono stati gestiti, e le relative responsabilità. Il resto è colore.

Il punto di partenza è il 2001 e la scalata a Montedison, da cui è derivata la disastrosa “operazione di sistema” Edison. Incalzato dagli scalatori (Fiat, Edf, Zaleski, Mittel, Intesa, Sanpaolo, Banca di Roma), il 1° luglio 2001 Vincenzo Maranghi, a.d. di Mediobanca, fa una scelta frettolosa, probabilmente la più avventata della sua carriera. La Fondiaria, controllata di Montedison, viene venduta a un “soggetto adatto”, “socio e cliente”, di cui Maranghi “conosceva bene”, scrive il Corriere, “pregi e difetti”: Salvatore Ligresti.

Il primo atto della catena di eventi che ha portato all’attuale dissesto di Fondiaria è la decisione presa da Maranghi, che comunque non del tutto tranquillo doveva essere se alcuni mesi dopo (maggio 2002) sentiva il bisogno di invitare Ligresti a gestire la compagnia in modo rigoroso, e non con logica famigliare. Non per questo verrà meno il sostegno ai Ligresti. Anzi, il 12 dicembre 2002 Mediobanca concede alla Fondiaria, nel frattempo fusa con la Sai, un primo finanziamento subordinato di 400 milioni. Si tratta di un debito della compagnia conteggiato però come fosse patrimonio, in quanto, in caso di fallimento, la clausola di subordinazione fa sì che la banca venga rimborsata dopo che sono stati soddisfatti i creditori privilegiati e normali.

Le responsabilità di Maranghi si fermano qui, perché al termine di un prolungato scontro di potere con gli azionisti, nell’aprile 2003 è costretto dai soci a lasciare la banca. Rifiuta qualunque “buona uscita” milionaria ma ottiene la garanzia della piena autonomia del management. Gli “eredi” sono Renato Pagliaro e Alberto Nagel, promossi alla direzione generale (oggi rispettivamente presidente e amministratore delegato). A tutti affida un’eredità: «Preservate i valori morali, non solo quelli professionali».

«Mantenete l’etica e i valori morali che rappresentano il lascito
di Cuccia; e tirate fuori gli attributi, poiché la libertà e l’autonomia sono beni che si conquistano e si difendono ogni giorno».
Maranghi ai dirigenti Mediobanca (fonte: la Repubblica).

Come è andata a finire? L’on. Giorgio La Malfa, che continua la sua tradizione familiare di vicinanza e simpatia per Mediobanca, ha detto pochi giorni fa che «ha funzionato». Vediamo come, nello specifico del socio-cliente Ligresti.

A leggere le cronache di questi giorni sembra infatti che Mediobanca si trovi a gestire una partita creditizia nata in un’altra era geologica e diventata problematica solo adesso, dopo che per dieci anni (dal 2002) tutto è filato liscio. Sembra che il “taglio famigliare” della gestione Ligresti sia emerso all’improvviso.

Ma il miliardo e cinquanta milioni di prestiti alla Fondiaria-Sai è frutto di scelte che si sono accumulate negli anni, anche e soprattutto dopo Maranghi. Il sostegno ai Ligresti è stato insomma prolungato e costante, senza soluzione di continuità nelle varie fasi di governance della Mediobanca post-Maranghi.

Dal bilancio consolidato 2010 di Fondiaria-Sai, pag. 105, si apprende

1) che il 23 luglio 2003 (attenzione alle date) il prestito subordinato da 400 milioni concesso nel 2002 è stato sostituito da un finanziamento analogo, per natura e importo;

2) che a questo si è aggiunto un altro finanziamento subordinato da 100 milioni stipulato da Fon-Sai il 20 dicembre 2005;

3) che il 22 giugno 2006 Mediobanca ha erogato altri 300 milioni, subordinati, metà a Fon-Sai e metà alla controllata Milano Assicurazioni;

4) che il 14 luglio 2008 quest’ultima società ha restituito 100 milioni a Mediobanca, che a sua volta ne ha dati altri 250 milioni, tramite “finanziamento subordinato di natura ibrida e perpetua”, a Fondiaria-Sai e altri 100 milioni alla Milano.

I prestiti 1), 2), 3) pagano un tasso pari all’Euribor a 6 mesi più 180 punti base, rimborsabili in cinque rate annuali di eguale importo a partire dal 16° anniversario dalla data di erogazione.
I finanziamenti al punto 4) hanno un tasso di interesse pari all’Euribor a 6 mesi maggiorato di 350 punti per i primi dieci anni, e poi di 450 punti.

Se tutto ha funzionato, come sostiene La Malfa, perché «per fare certe operazioni, si va da Mediobanca perché sono quelli che le sanno fare meglio», com’è che Piazzetta Cuccia è dentro fino al collo a una pessima storiaccia di credito?

La lettera di Maranghi pubblicata dal Corriere prova che in casa Mediobanca sapevano perfettamente i rischi. Dal 2003 al 2008 l’esposizione è invece cresciuta: nessuno si è accorto dei vari atti che hanno portato al depauperamento della compagnia (stipendi milionari, dividendi e operazioni che i Ligresti facevano con se stessi)? Eppure erano pubblici: scritti sui bilanci, visionati da Consob e Isvap. Nemmeno è una scusante che si sia dovuto acconsentire a un socio invadente e ben spalleggiato da altri soci: perché, come disse Maranghi, «la libertà e l’autonomia sono beni che si conquistano e si difendono ogni giorno».

Per evitare le conseguenze ultime di questi errori, ora Mediobanca si è buttata anima e corpo nel “salvataggio” di Fon-Sai. Il conflitto di interesse è mostruoso: il creditore entra in casa del debitore e decide per lui (per i Ligresti ma anche per gli azionisti di minoranza). Il punto è che qui di salvataggi ce ne sono almeno due: quello della compagnia, e quello dei crediti della banca che ha impegnato verso i Ligresti, e che ammontano al 17% del suo patrimonio di vigilanza (qui l’analisi di Chevreux). I tempi sono davvero cambiati se Mediobanca deve andare in giro con il cappello in mano a trovare chi metta i soldi necessari per proteggere i crediti che ha incautamente concesso.

 

Twitter: @lorenzodilena

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