Se ne sono andati

Non è facile parlare di libertà, non è facile viverla. Chi, come Kim Geun-Tae è riuscito, lo ha fatto al prezzo di torture e sacrifici. Ma ora, nella libertà della Corea del Sud, il suo ricordo è di eroismo e grandezza, capace anche di perdonare. E non è facile nemmeno cantarla, la libertà. Yaffa...

Dewing%20Spring
8 Gennaio Gen 2012 1204 08 gennaio 2012 8 Gennaio 2012 - 12:04

Kim Geun-Tae

(14 febbraio 1947 – 30 dicembre 2011)

«La storia della democrazia in Corea del Sud» ha coinciso, poco meno di trent’anni fa, con un oppositore coraggioso e senza incertezze. E considerato, per molto tempo, inafferrabile. Quando lo hanno preso, Kim è diventato anche il simbolo della resistenza alle torture reiterate, oltre che a un bel po’ di anni di galera. Il lascito psicofisico di quell’inferno – una debolezza polmonare e soprattutto un Parkinson – lo ha stroncato nel pieno di una mezza età dotata di intelligenza politica e di compassione anche verso i suoi torturatori di un tempo: è morto a 64 anni, a Seul, più che rimpianto. Un ex primo ministro – ed ex dissidente – gli ha eretto, in poche parole, un memoriale: «Quando tutti noi scopriamo che nessuno ci può più intimidire e godiamo della libertà, non possiamo non ricordarlo».

La vita di questo Kim (l’altro, il nordcoreano, ha appena occupato, morendo, altri spazi di memoria, soprattutto mediatica) fa ricordare una storia scolorita e truce: i decenni di dittatura militare sudcoreana, che i comunisti di tutto il mondo chiamavano “governo fantoccio” (degli Stati Uniti) ma che era anche peggio: un esempio di laissez faire in nome della Guerra Fredda. In parole povere, uno dei tanti regimi di polizia e di mercato (ricco, soprattutto di tecnologia avanzata) utilizzati, come bastione, dal mondo libero, ma che si faceva un baffo delle libertà americane, o, in senso lato, occidentali.

Kim giovane, diciottenne e studente di legge all’Università di Seul, si era messo a lottare d’istinto – come uno del Sessantotto dislocato a oriente, o come un oppositore sudvietnamita – per quelle libertà elementari. Un tour de force complicato dalla geopolitica e dal vicinato: con i “rossi” sulla testa, Pyongyang e i cinesi, usati dal governo come pretesto ripetuto per reprimere qualsiasi movimento o testa individualmente ragionante.

Le manifestazioni studentesche di quegli anni a Seul sono istantanee storiche, e le cariche poliziesche di risposta risultano quasi una didascalia di come andava, quasi sempre, a finire. Si finiva in galera e sotto tortura. Il posto deputato si chiamava (e gli è restato il nome) Namyong-dong: è un distretto della capitale dove l’intelligence del regime aveva allestito una casamatta organizzata per far parlare, o far morire, i prigionieri politici.
Lì Kim Geun-tae è passato più volte – dopo esserne sfuggito altrettante, perché sapeva agire e nascondersi – per quasi un decennio, dall’inizio degli anni Ottanta. E col nome di quel postaccio ha intitolato le sue memorie.

Ma, ancora in prigione, nel 1987, riusciva a diventare un caso internazionale: facendosi riconoscere come “prigioniero politico” dall’Hamburg Freedom Foundation, e ricevendo un premio “Robert F. Kennedy for Human Rights”. A ridosso dell’Ottantanove (cioè del crollo del pretesto “rosso” nel suo luogo di nascita), Kim era libero, venendo «perdonato». Era il termine ufficiale, da quelle parti, per dire che i perdonanti, senza essere diventati buoni o democratici, cercavano di scrutare il futuro prossimo: quando qualcuno degli ex torturati sarebbe potuto diventare “qualcuno” nella nuova Corea libera, o più simile agli Stati Uniti.

Kim Geun Tae OkKim Geun Tae al momento della liberazione nel 1988
Kim, già simbolo, sarebbe potuto diventare presidente, soprattutto dopo il Duemila. Non ce l’ha mai fatta perché annusato sempre come «troppo progressista». Si è limitato, non semplicemente, a far parte di vari governi, diventando, in parlamento, il leader del partito di maggioranza relativa.

Con semplicità, invece, ha, lui, perdonato in pubblico, un truce sergente dei tempi andati, stanato e arrestato dopo anni di latitanza: era un capo torturatore di quel distretto, ne aveva fatti urlare tanti. Anche Kim, che però dichiarava di «aver dimenticato tutto».

Yaffa Yarkoni

(25 dicembre 1925 – 1 gennaio 2012)

Cantante israeliana, aveva 86 anni, cioè 24 anni in più di Israele, nato nel 1948.
Gli ha dato una popolarissima colonna sonora: fino a un certo punto della sua storia ha cantato per i soldati e per le loro guerre, di difesa e di attacco, o di attacco-difesa. Canzoni popolarissime e ballate. Come una Marlene Dietrich che sottolineava una fila di “eroismi”: dello Stato democratico – l’unico dell’area – e circondato, e di chi lo proteggeva in divisa perché l’alternativa non c’era. O sembrava che non ci fosse. A un certo punto, fra i più critici di quella storia (una decina d’anni fa), ha parlato di se stessa, della sua musica, e del suo Paese, da una trincea di valori, e di opinioni, diversa. Aperta. Anche alla denuncia.

Era un punto di riferimento dell’esercito, e d’Israele, che nel 2002 attaccava, senza mezze parole, le azioni militari nella West Bank, a ridosso della Seconda Intifada: «Come Paese veniamo dall’Olocausto. Come possiamo fare fare queste cose a un altro popolo?». Erano anche gli anni degli attentati suicidi dentro le città e le cittadine israeliane.

Era la stessa cantante di “Baab el Waad”, una vera ode storica ai combattenti che morivano scortando i convogli verso Gerusalemme nella guerra di fondazione (o d’indipendenza) del 1948 (era anche una delle canzoni preferite da Ythzak Rabin). Ma a quasi 80 anni – e dopo 60 di guerre – non amava essere conosciuta come “la cantante delle guerre”. Era stata molto attaccata per questo, ma avrebbe spiazzato i suoi nemici: «Come possono chiamarmi canaglia, io che piango tutte le volte che vedo una nostra bandiera?».

Era stata l’eco, non solo in trincea, di molte cose espresse da quella bandiera: i suoi cittadini, non solo armati, l’abitudine a considerare l’ “eroismo” quasi come un dettato costituzionale e esistenziale. Anche, e soprattutto da chi governava, o insegnava, nella scuola di base, la nascita dello Stato. Era la stessa persona, popolare, carismatica, che denunciava una verità: «Israele è diventato un Paese leaderless». Cioè senza leader, senza classi governanti (più che dirigenti), e soprattutto senza guida, senza timone.

La accusavano di essersi fatta una carriera alle spalle delle guerre. Ma lei rispondeva su altri livelli: citando «la particolarità d’Israele», non in battaglia, ma nella sua morale.

Con gli anni, e col cambio di prospettiva (ma era veramente un cambio, o non  piuttosto un surplus di chiarezza sulla mutazione d’Israele, e del mondo verso quello Stato?), la sua musica passava di genere: dalle ballate patriottiche, ai blues, al jazz, alla dance music. Un po’ America, un po’ bistrot, un po’ cabaret di Weimar. E molto Tel Aviv, da sempre.

La sua città, oltre che “l’isola” d’Israele. Un approdo musicale alla normalità, che non contraddiceva il carattere “particolare” del quadro. Anzi, in faccia all’eroismo (e alla morte), faceva sgusciare l’abbandono al canto, alla vita. Tutto sommato, abbastanza raro.
 

D’altronde Yaffa Abramow (Yarconi era il cognome del secondo marito) era nata in quei climi: da bambina cantava in un caffè gestito da sua madre, e poi si sarebbe “arruolata” in una compagnia di balletti. Se qualcuno volesse mettere in musica i suoi 86 anni, potrebbe venirne fuori la prima opera su Israele. Con molti atti, molti cambi di scena, di ritmi, di timbri. E un finale incompiuto. Per ora.

 

 

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