Tobin Tax, Sarkò pensa più alle elezioni che all’Europa

La Tobin Tax, che fino a pochi anni fa non piaceva proprio al presidente francese, è di colpo entrata in cima all’agenda europea. La vuole Sarkozy che gioca di sponda con Angela Merkel. Gli studi degli analisti sono scettici, ed evidenziano il rischio di una fuga di capitali, mentre la Commission...

Sarko Angela
9 Gennaio Gen 2012 1619 09 gennaio 2012 9 Gennaio 2012 - 16:19
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Per ora, l’unica vera novità è un’idea di 40 anni fa. Francia e Germania spingono ancora sulla Tobin Tax, la tassa sulle transazioni finanziarie. Il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente transalpino Nicolas Sarkozy continuano a pensare che sia questa la prima via per la soluzione della crisi dell’eurozona. Lo hanno riaffermato oggi durante una conferenza stampa congiunta. Eppure, sono diversi gli studi che evidenziano come la Tobin Tax possa costare troppo in rispetto ai vantaggi portati. L’ultimo sulla lista è un report di Ernst & Young che ha calcolato che questa imposta possa incidere negativamente per 116 miliardi di euro nei bilanci dei Paesi europei. Più elevato il peso secondo Bank of New York Mellon, che quantifica in 135 miliardi di euro l’influenza della tassazione. Colpa dei mancati scambi che genererebbe la Tobin Tax.

La novità in realtà è anche un’altra. Secondo Merkel e Sarkozy il nuovo patto fiscale sarà firmato entro il 1 marzo. La prima occasione utile per discutere collegialmente della nuova governance economica europea sarà il prossimo 23 gennaio, quando ci sarà la riunione dell’Eurogruppo, il consesso di ministri europei delle Finanze. Ma il vero appuntamento sarà il 30 gennaio, quando al Consiglio europeo si farà il punto della situazione. Lo ha confermato anche il presidente del Consiglio Ue, Herman Van Rompuy. Diversa invece la prospettiva per la Tobin Tax. La Commissione europea, in uno studio di settembre, ha calcolato che un’imposta sugli scambi finanziari potrebbe riuscire a raccogliere circa 57 miliardi di euro l’anno. Il tutto tramite una tassazione dello 0,1% sugli scambi di azioni e obbligazioni e dello 0,01% sui contratti finanziari derivati.

«Potremmo anche attivarla già in febbraio». Così ha detto il premier transalpino François Fillon mentre Sarkozy spiegava in che modo Parigi vuol agire per contrastare la crisi dell’eurodebito. Ogni transazione finanziaria per il mercato azionario e per quello obbligazionario in Francia potrebbe essere tassata dello 0,1 per cento. Di contro, le negoziazione in derivati potrebbe essere aver un’imposta dello 0,01 per cento. L’obiettivo è quello di evitare che possano esserci strategie d’investimento ribassiste troppo aggressive. Eppure, senza un consenso a livello di eurozona, la sola adozione da parte della Francia potrebbe impattare in modo considerevole sulla banche transalpine, in forte sofferenza da diversi mesi. Sulle barricate si sono già messi proprio gli istituti di credito, da BNP Paribas a Société Générale, che il prossimo 18 gennaio incontreranno il presidente Sarkozy per aprire una discussione sulla Tobin Tax. «L’idea della Francia è quella di applicare il progetto di direttiva, ma solo dopo l’incontro con le parti sociali spiegherò in che modo», ha detto l’inquilino dell’Eliseo.

Nonostante stia spingendo molto da diversi mesi, fino al 2009 Sarkozy aveva un’altra idea sulla tassazione delle rendite finanziarie. «Ha pochi vantaggi e tanti svantaggi, in più è di fatto irrealizzabile», diceva ai tempi del suo incarico come ministro dell’Interno, intorno al 2002. Eppure, si sa, le persone cambiano. Soprattutto se di mezzo c’è la rielezione. In Francia, infatti, è aspro il dibattito intorno alle scelte di Sarkozy, che il 22 aprile sarà coinvolto nella sfida elettorale con il socialista François Hollande e la nazionalista Marine Le Pen. I maligni vedono nella scelta di adottare la Tobin Tax una mera svolta populista nella politica di Sarkozy, consapevole che la situazione francese potrebbe peggiorare con questa imposta. Una mossa, quest’ultima, che potrebbe garantire un notevole ritorno di popolarità all’attuale presidente transalpino. Ma potrebbe anche pesare in modo rilevante sui bilanci degli istituti di credito del Paese, su cui pesa ancora la tegola dell’eventuale perdita del rating sovrano AAA. 

La certezza è che il Regno Unito non starà in silenzio. Il premier britannico David Cameron ha ribadito ieri che è contrario a una tassa sulle transazioni finanziarie. Il motivo è semplice: gran parte degli scambi finanziari passano attraverso Londra. Tassare questo genere di operazioni significherebbe limitare gli introiti della City, ma non solo. Cameron ha sottolineato che «potrebbe verificarsi una fuga di capitali verso le piattaforme più libere e senza tassazione, nonché più opache». In pratica, lo stesso che ha spiegato Ernst & Young e Bank of New York Mellon. Inoltre, un’introduzione di una tassa di questo genere provocherebbe un’involuzione nella finanza globale, capace di creare squilibri fra le diverse aree. La risposta di Angela Merkel non si è fatta attendere: «Se non ci sarà un accordo a 27, vorrà dire che ci sarà a 26. La via dell’Europa è questa». Non è detto però che sia la via più corretta.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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