Braccialetto elettronico, all’estero funziona e in Italia no

Ieri sono evasi due detenuti dal carcere Regina Coeli a Roma. A parlare della situazione il garante dei detenuti del Lazio: «Al sovraffollamento si aggiunge la cronica carenza di personale della polizia penitenziaria». Il ministro della Giustizia Paola Severino aveva parlato del braccialetto elet...

Braccialetto Elettronico
15 Gennaio Gen 2012 1805 15 gennaio 2012 15 Gennaio 2012 - 18:05

L’Italia ha iniziato il 2012 con questi numeri rispetto alla situazione carceraria: in 206 istituti di pena con una capienza di 45mila 700 posti sono detenute 66mila 897 persone, 21mila 197 più di quanto previsto. Quasi la metà di chi è in carcere, 27mila 251 persone, è in attesa di un giudizio definitivo.

Anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel suo discorso di fine anno, aveva toccato – come già in passato – questa problematica, dicendo: «Avvertiamo i limiti del nostro vivere civile, confrontandoci con l’emergenza della condizione disumana delle carceri e dei carcerati». L’emergenza di cui ha parlato Napolitano è una situazione di sovraffollamento che si è verificata in molte altre occasioni in passato, tanto che sono stati oltre trenta i provvedimenti di grazia e amnistia concessi dal Dopoguerra ad oggi.

Solo otto giorni prima del discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, il 23 dicembre 2011, è entrato in vigore il “decreto Severino” che prende il nome dall’attuale ministro della Giustizia. Quanto previsto dai sei articoli è sintetizzato sullo stesso sito del ministero. Questi i due passaggi fondamentali: il primo «Viene introdotto il divieto di conduzione della persona arrestata nella casa circondariale. A tale divieto è possibile derogare solo quando non sia possibile assicurare altrimenti la custodia dell’arrestato da parte degli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria, ad esempio per l’indisponibilità di locali idonei» e il secondo è «l’innalzamento da dodici a diciotto mesi della soglia di pena detentiva, anche residua, per l’accesso alla detenzione presso il domicilio».

Prima e dopo l’approvazione del decreto Severino si è parlato molto anche di un terzo fattore che potrebbe contribuire al miglioramento del sovraffollamento nelle carceri, il braccialetto elettronico. Sempre il ministero fornisce una definizione: «Mezzo elettronico destinato al controllo delle persone sottoposte agli arresti domiciliari o alla detenzione domiciliare che si applica alla caviglia e permette all’Autorità giudiziaria di verificare a distanza e costantemente i movimenti del soggetto che lo indossa». Il ministro Severino ne ha parlato a più riprese. Il 12 dicembre ha detto che ne sarebbero stati valutati «costi e benefici» e due giorni più tardi, specificando che non sarebbero state inserite norme sul braccialetto elettronico nel decreto, aveva precisato: «Non è stata definitivamente accantonata ma è stata rinviata al momento in cui avremo la certezza del suo efficace funzionamento e di un costo contenuto, che sia inferiore a quello della detenzione».

La questione dei costi e della sperimentazione. La storia del braccialetto elettronico in Italia è lunga e travagliata. Per ricostruirla, è utile una risposta ad un’interrogazione a risposta immediata all’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni alla Camera datata 2008. Dopo aver ricordato che l’adozione del dispositivo a distanza come misura di controllo per persone agli arresti domiciliari risaliva al 2000 con un decreto legge, poi convertito in legge il 19 gennaio 2011, Maroni ripercorre le tappe. Dall’avvio al «6 novembre 2003, [quando] venne definito, in accordo con Telecom Italia, una nuova modalità di erogazione di queste prestazioni, passando dal noleggio degli apparati alla fornitura diretta del servizio». Sul funzionamento, «il braccialetto elettronico, viene collocato alla caviglia o al polso e invia impulsi radio a un’unità ricevente installata nell'abitazione del detenuto e, tramite linea telefonica, invia segnalazioni alla centrale operativa di Telecom Italia».

Dei costi invece Maroni diceva: «L’accordo con la società Telecom ha comportato un impegno finanziario, una tantum, all’epoca, per l'attivazione del servizio, pari a circa 10 milioni e 369 mila euro, per il 2003, e un canone annuo di 10 milioni 899mila 600 euro, dal 2004 fino al 2011, per la realizzazione della rete, cosa che Telecom ha fatto». Quindi, ora che il contratto è terminato, sono stati spesi in tutto 76 milioni 297mila 200 euro di canone che, sommati ai costi di attivazione da oltre 10 milioni, arrivano a 86 milioni 666mila 200 euro. Gianfilippo D’Agostino allora direttore del public sector di Telecom Italia durante un’audizione della Commissione giustizia della Camera, due anni dopo l’interrogazione di Maroni, l’11 maggio 2010, del braccialetto disse: «Il Viminale ci chiese di riorganizzare la sperimentazione, sempre con 400 braccialetti, ma allargandola a tutto il territorio nazionale. E la Telecom dispose un servizio attivo 24 ore al giorno, con una grande centrale di controllo installata a Oriolo Romano, ben protetta e collegata con tutte le questure d’Italia. L’allarme avrebbe suonato al più tardi dopo 90 secondi dalla fuga o dalla manomissione degli apparecchi. E dal 2003 a oggi non abbiamo rilevato alcun problema operativo».

Si arriva così a fine 2011, quando il vice-capo della Polizia Francesco Cirillo, a proposito della spesa sostenuta dallo Stato ha detto durante un’audizione davanti alla Commissione Giustizia del Senato: «Se fossimo andati da Bulgari avremmo speso meno». Anche perché, secondo quanto riportato, i braccialetti attivi sarebbero solo otto, in tutta Italia. Nelle osservazioni che ha presentato Cirillo si legge che sarebbe necessario «l’impiego di un nuovo modello che risulti maggiormente affidabile di quello precedente e che consenta la localizzazione e la “tracciabilità” del soggetto».

Tornando all’audizione di Maroni, già nel 2008 il ministro dell’Interno sottolineava che la decisione sull’impiego del braccialetto non spetta al ministero dell’Interno ma alla magistratura che «può farlo, ma non lo fa. Stiamo valutando nuove tecnologie per attuare la rete che c’è, visto che in Francia – per esempio – l’uso del braccialetto è massiccio e le evasioni sono praticamente azzerate».

Nel resto d’Europa, a tre anni di distanza, la situazione è molto diversificata e il ritardo accumulato dall’Italia è consistente. Prova ne è il report della settima conferenza sulla sorveglianza elettronica organizzato dal Cep, l’organizzazione europea per la condizionale tenuto a Evora, in Portogallo. Secondo quanto riassunto dal Cep, fra i paesi che non stanno intraprendendo, allo stato attuale, la sorveglianza telematica ci sono Repubblica Ceca, Lituania, Lettonia. Per quanto riguarda l’Italia si legge «ha provato ad usare il braccialetto elettronico in passato, ma attualmente questo tentativo non è più in corso».

Ad ogni modo, uno studio presentato fra gli altri da Annie Kensey, direttrice del settore ricerca e statistica dell’amministrazione penitenziaria francese, ha dimostrato l’efficacia dell’impiego del braccialetto elettronico. Al di là di tutte le particolari specifiche sugli anni presi in esame e i vari programmi di sorveglianza telematica di detenuti, risulta che il 23% di coloro che sono stati condannati alla sorveglianza telematica è poi tornata in carcere e il 42% sono stati poi condannati in seguito. Chi è stato condannato al carcere, nel 61% dei casi è stato reincarcerato e nel 72% dei casi ha subito un’altra condanna.

I numeri della sorveglianza telematica sono in rapido aumento: ad esempio nel Regno Unito si è passati dalle 18mila 176 persone con braccialetto per giorno nel 2008 alle 22mila 420 del 2010. Una crescita registata anche in Francia, dove da 3mila 430 persone monitorate tre anni fa si è arrivati a 5mila 50. Secondo lo studio i francesi hanno triplicato i braccialetti applicati dal 2006, quando erano 1478.

I costi, dato che i sistemi impiegati sono diversi dal punto di vista tecnologico, sono estremamente variegati: si va dai 3€ al giorno spesi per costo di installazione e strumentazione spesi in Estonia ai 121€ spesi per il costo di connessione con sistema Gps impiegati in Olanda. (Per tutti i costi, vedi la scheda qui sotto)

Si vedrà se ci sarà (e con che modalità) una nuova sperimentazione, sopratutto se sarà efficace nel contribuire a risolvere il problema del sovraffollamento carcerario. Restano le parole del ministro Severino, come quelle pronunciate durante la visita di Benedetto XVI al carcere di Rebibbia. Un momento in cui, davanti al Pontefice, ha ribadito che «da tempo ci confrontiamo con dati che testimoniano una situazione di eccezionale difficoltà e disagio e siamo ben consapevoli che tali dati sintetizzano in aride quantificazioni numeriche la terribile condizione di persone che racchiudono nel cuore esperienze, sofferenze e speranze».

 

Immagine Senza Titolo 2Numero di braccialetti elettronici applicati per giorno nei diversi paesi europei (fonte Analysis of Questionnaires, 7th European Electronic Monitoring Conference Survey of Eletronic Monitoring)

 

Costi Braccialetto Elettronico

Costi dei programmi di sorveglianza telematica per paese (fonte Analysis of Questionnaires, 7th European Electronic Monitoring Conference Survey of Eletronic Monitoring)

 

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