La guerra tra Anm e Csm sulla Procura di Bari

Assolto dal Consiglio superiore della magistratura, il procuratore Laudati viene ugualmente “condannato” dall’associazione di categoria per aver rallentato l’indagine sulle escort che Tarantini procurava a Berlusconi. Il diretto interessato replica con una mail interna che Linkiesta pubblica: ric...

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18 Gennaio Gen 2012 1656 18 gennaio 2012 18 Gennaio 2012 - 16:56
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Tra meno di un mese si voterà per il rinnovo del “parlamentino” dell’associazione nazionale magistrati e lo scontro tra correnti e singoli esponenti ha raggiunto livelli incandescenti.

Mentre si muovono i diversi candidati in cerca di voti, l’attenzione dei magistrati è da qualche giorno rivolta a Bari. Il 13 dicembre l’associazione presieduta da Luca Palamara e Giuseppe Cascini è scesa in campo a gamba tesa contro il numero uno della procura del capoluogo pugliese, il togato moderato Antonio Laudati, accusato dal pm Pino Scelsi di aver rallentato l'indagine sulle escort che Gianpaolo Tarantini avrebbe portato nelle residenze di Silvio Berlusconi.

Che cosa ha detto precisamente l’Anm? «Sembra emergere un modello di rapporti tra il Procuratore e i sostituti non in linea con la salvaguardia del principio di indipendenza di tutti i magistrati». Il sindacato delle toghe ha «stigmatizzato soprattutto l'istituzione dell'aliquota della Gdf per il controllo incrociato delle indagini dei sostituti».

Il duro atto di accusa nei confronti di Laudati è contenuto in un documento del sindacato delle toghe che arriva però a un mese esatto  dall'archiviazione del fascicolo da parte del Csm; archiviazione sulle cui motivazioni il plenum si era diviso, con la maggioranza che aveva escluso l'esistenza di riscontri alle accuse di Scelsi e la minoranza che aveva invece accusato il procuratore di aver interferito nell'inchiesta e per la quale la chiusura era imposta solo dal fatto che il Csm deve fermarsi quando c'è materia per un possibile intervento disciplinare.

Anm contro Csm, dunque. E infatti non mancano le reazioni: «Il documento dell'Associazione nazionale magistrati sulla vicenda del procuratore di Bari, Antonio Laudati, rappresenta una grave interferenza su prerogative e ruoli propri del Csm e dimostra che l'Anm ancora una volta strumentalizza alcuni fatti per fare politica e lanciare segnali alla politica». Non usa mezzi termini il leader dei magistrati moderati Cosimo Maria Ferri che prosegue: «Lascia perplessi il fatto che l'Anm intervenga in questo momento sulla vicenda di Bari e sia stata zitta di fronte a situazioni che davvero hanno inciso sull'indipendenza e il prestigio della magistratura».

Ma se Ferri sposta lo scontro con l’Anm su un piano più politico, quella che è destinata a far discutere è la lunga replica fatta circolare nelle mailing list interne ai togati dallo stesso Antonio Laudati. Il procuratore capo di Bari denuncia solo due giorni fa di essere «diventato oggetto di un violento attacco». Eppure – prosegue Laudati – «non ho mai rilasciato dichiarazioni alla stampa. Non l’ho fatto neppure quando il 14 dicembre del 2011 il plenum del Csm, dopo un lunga e articolata istruttoria, ha deciso di archiviare la procedura aperta su mio conto perché ritenute assolutamente prive di riscontro le accuse rivoltemi (una proposta di minoranza che pure proponeva l’archiviazione seppure con sfumature diverse ha ricevuto quattro voti). Sono mesi che subisco attacchi mediatici tanto violenti quanto falsi, ma mai avrei immaginato che mi sarebbe toccato quello di subire un vero e proprio “processo” da parte dell’Anm - associazione alla quale con entusiasmo sono iscritto da 32 anni - senza nessun tipo di contraddittorio, senza elementi oggettivi di conoscenza, senza che si tenesse minimamente conto della decisione presa dal Csm poco più di un mese fa».

Ed ecco quindi, in esclusiva su Linkiesta, la “verità” di Laudati: «A questo punto mi corre l’obbligo di fare delle precisazioni, fornendo la mia versione convinto, come sono, che solo la conoscenza dei fatti ci rende liberi. Anche nell’esprimere giudizi. Nel settembre del 2009 quando mi sono insediato alla Procura di Bari, questa era caratterizzata da importanti inchieste di rilevanza nazionale (erano coinvolti, a vario titolo, sia il presidente del Consiglio dei Ministri, sia il presidente della Regione Puglia, sia un ex assessore regionale poi divenuto Senatore, esponenti della Giunta regionale, oltre a decine di funzionari pubblici). Le indagini pur massicciamente presenti sulla stampa locale e nazionale non avevano ancora avuto significativi risultati processuali. Al fine di garantire la uniformità e la correttezza dell’esercizio dell’azione penale (questo è il compito che l’ordinamento assegna al Procuratore), ma anche una possibile definizione in tempi brevi dei processi, ho riunito in un unico filone investigativo tutti i numerosi procedimenti in corso sulla Sanità pubblica regionale.

Ho organizzato il lavoro secondo lo schema che meglio conoscevo, quello imparato in più di 20 anni passati all’Antimafia, ovvero la creazione di pool di magistrati, tre per ogni procedimento, nonché un coordinamento affidato ad un altro sostituto.

Nell’ambito di tali processi, poi, mi sono rivolto ai vertici nazionali delle Forze di Polizia per chiedere un potenziamento dei servizi di polizia giudiziaria: alcuni ufficiali di polizia giudiziaria (Pg) dei carabinieri sono stati inviati a Bari per occuparsi dell’indagine Tedesco, alcuni ufficiali di Pg dello SCO per le indagini sulle fughe di notizie, alcuni ufficiali di Pg della Gdf per le indagini su Tarantini. Ciò allo scopo di creare gruppi investigativi esclusivamente dedicati a quelle indagini per un tempo predefinito. In ogni caso tutta la Polizia giudiziaria ha sempre e solo lavorato alle dipendenze dei pool dei pm, su loro specifica delega, e sotto il comando dei vertici delle Forze di Polizia territoriali.

Tutte le decisioni inerenti il prosieguo o la definizione delle indagini sono, comunque, sempre state prese in modo collegiale e documentate da decine di minuziosi verbali di coordinamento.

Da quel momento non si sono più verificate fughe di notizie, sono state emesse decine di richieste di misure cautelari, che hanno superato il vaglio del Gip, del Tribunale del Riesame e della Cassazione, quasi tutti gli stralci sono già al vaglio del giudice di primo grado, per alcuni è già intervenuta sentenza di condanna. Sempre è stata garantita la trasparenza delle nuove assegnazioni.

Un’organizzazione dell’Ufficio che non solo non ha mai messo in discussione l’indipendenza del sostituto, ma che ne ha valorizzato e tutelato il ruolo attraverso la creazione di pool specializzati che ne ha esaltato la professionalità permettendo una migliore e più completa valutazione delle misure che dovevano essere adottate di volta in volta ed ha garantito completezza e tempestività delle investigazioni.

Al termine del loro mandato i gruppi di Pg distaccati per le indagini hanno fatto regolarmente rientro ai loro corpi di appartenenza. Prima della loro partenza ho chiesto che redigessero una relazione amministrativa, a me diretta, documentando la attività da loro svolta, anche al fine di proseguire nella ulteriore attività di coordinamento. Questa relazione interna, che non è un atto processuale e che pertanto non poteva essere intestata o sottoscritta dai comandanti dei reparti, è stata intestata con una dizione impropria “aliquota distaccata presso la segreteria del Procuratore”, sottoscritta dall’ufficiale di grado più elevato e depositata nella mia segreteria dopo la loro partenza.

La relazione (che da quanto desumo, in questi giorni, è stata consegnata alla stampa) contiene la descrizione di alcuni atti processuali, rilevanti ai fini del coordinamento, che erano stati tutti posti in essere in epoca antecedente alla mia immissione in possesso. Tra gli altri: l'anomala duplicazione delle registrazioni effettuate da Patrizia D’Addario a Palazzo Grazioli, pubblicate dalla stampa; le modalità di custodia del verbale di interrogatorio di Gianpaolo Tarantini, pubblicato dalla stampa il giorno del mio insediamento; la consegna all’assessore regionale alla sanità del verbale di trascrizione di una importante intercettazione ambientale il giorno stesso della formulazione di una richiesta di archiviazione, ancora non esaminata dal giudice, e successivamente revocata; alcune intercettazioni telefoniche a carico di persona non interessata dalle indagini, dopo la richiesta di archiviazione della persona sottoposta ad indagini; e numerose altre attività processuali.

Avuta conoscenza di tali fatti, tutti anteriori al mio insediamento e quindi non sottoposti alla mia vigilanza, ho ritenuto doveroso trasmetterne una copia al Procuratore Generale in ossequio a precise disposizioni di legge. (Ma se io avessi costituto una polizia segreta per controllare il lavoro dei sostituti, sarei stato poi così stupido da consegnare le prove del mio misfatto?). Ritengo che il compito di un pm  sia sempre quello di garantire la genuinità dei documenti che sottopone alla valutazione di altra Autorità, anche quando essi presentano profili di criticità.

Da quel giorno sono stato destinatario prima di anonimi e poi di esposti e denunce contenenti, a mio giudizio, accuse false e calunniose, tutti divulgati a mezzo stampa, che hanno originato una poderosa campagna denigratoria nei miei confronti.

Quanto alle presunte interferenze sui giudici e quindi il mancato rispetto della loro terzietà, le accuse a me paiono assolutamente inverosimili. Nella mia carriera ho sempre ritenuto che il rispetto delle funzioni di controllo del giudice sia la migliore garanzia per il pm. Sul punto fanno fede le dichiarazioni rilasciate dai diretti interessati ai componenti della prima commissione del Csm. Ma quale giudice, degno di questo nome, subisce una pressione e non ne fa immediatamente denuncia? E dovrebbe, invece, essere rilevante quanto riferito dal mio accusatore che sostiene di aver appreso nei corridoi del palazzo di tali “interferenze”. Da quando sono a Bari ho incontrato solo i dirigenti degli Uffici giudicanti ed ho solo parlato di problemi organizzativi.

In conclusione, per quello che mi riguarda, sono assolutamente convinto di aver sempre operato in ossequio della Legge e con assoluta correttezza. Posso solo assicurare che se al termine di questo lungo e faticoso processo (quello nelle istituzioni competenti: dopo il Csm sono in attesa della valutazione del Ministero di Giustizia, del Procuratore Generale della Cassazione e delle decisioni dei colleghi di Lecce) dovesse oggettivamente venir fuori una macchia sul mio operato mi dimetterò dall’incarico, convinto come sono che il mio ruolo, quello di ciascuno di noi, vada sempre e solo esercitato “senza timori e senza speranze”. Mi farei da parte e mi dedicherei ad altro, perché le funzioni di Procuratore non possono essere esercitate da chi si rende responsabile di comportamenti scorretti.

Ma chi “risarcirà” la Procura di Bari ed i tanti e valorosi colleghi sostituti per il danno che ingiustamente hanno subito e stanno subendo, nonostante lo straordinario lavoro svolto in tante delicatissime ed impegnative indagini?

L’Anm auspica – e mi trova perfettamente d’accordo – un dibattito sul ruolo del Procuratore e l’indipendenza dei suoi sostituti. Io ne propongo anche un altro: il ruolo e la credibilità della Magistratura nel Terzo Millennio. Mi chiedo: “la guerra tra toghe” (così tutti i media hanno etichettato la vicenda in questi mesi) quale effetto ha sui cittadini? Probabilmente disgustati, avranno sempre meno fiducia nella Giustizia». 

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