Cogeme, la piccola Parmalat di cui non si è accorto nessuno

Cogeme S&T era un gioiellino della manifattura italiana. Attiva nella meccanica di precisione per l’automotive, ha 600 dipendenti, stabilimenti in Brasile, Romania e India e un portafoglio clienti del calibro di Bosch, Magneti Marelli e Honeywell. Da qualche giorno il titolo, sbarcato in Borsa ne...

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19 Gennaio Gen 2012 1035 19 gennaio 2012 19 Gennaio 2012 - 10:35
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Un gioiellino italiano buttato alle ortiche. Lo scorso 12 gennaio il consiglio di amministrazione di Cogeme S&T, società con sede a Frosinone attiva nella meccanica di precisione per l’automotive, ha avviato la procedura di liquidazione. Chiudere i battenti, con il probabile delisting, era l’unica via possibile, come si legge con chiarezza nella nota integrativa alle osservazioni del collegio sindacale: «Il Consiglio di amministrazione, visto quanto rappresentato dall’advisor nonché dell’assenza, per il momento, di impegni di soci o terzi alla sottoscrizione di un aumento di capitale, ha quindi preso atto che non vi sono, allo stato, i presupposti per poter presentare al ceto creditizio della Società una proposta di ristrutturazione del debito che sia credibile e sostenibile».

Tradotto: non ci sono soldi per coprire il buco da 84 milioni di euro emerso dopo la due diligence che il nuovo management nominato lo scorso luglio ha commissionato alla società di consulenza Kpmg. Un lavoro così complesso da ritardare a fine ottobre l’approvazione dei conti al primo semestre 2011, dai quali sono emerse gravi irregolarità contabili oltre a pesanti svalutazioni su terreni, fabbricati e macchinari. Insomma, una gestione distratta di cui nessuno, dal comitato di controllo interno alla società di revisione, la Pkf, pare fosse al corrente.

Un percorso paradossale per una società con 577 dipendenti, impianti in India, Romania e Brasile e un portafoglio clienti ad altissima marginalità, che comprende nomi come Honeywell, Magneti Marelli, Continental e Bosch. Una piccola realtà industriale molto ben posizionata in una nicchia remunerativa, insomma, e non certo una finanziaria che fa trading aggressivo sui derivati. Non a caso, tra gli altri, Cogeme suscita l’interesse del fondo Fidelity, che decide di entrare nell’azionariato.

La società laziale era sbarcata in Piazza Affari il 15 dicembre 2006, chiudendo a 3,80 euro per azione. Cinque giorni fa, invece, dopo sei anni, Borsa Italiana sospende a tempo indeterminato sia le azioni, che passavano di mano a 0,05 euro con volumi pressoché inesistenti (-86,45% in un anno), sia il bond convertibile emesso nel 2009, con scadenza al 2014, congelato a quota 19 euro. Il convertibile è l’eredità di un aumento di capitale da 52 milioni di euro, varato a inizio 2009 emettendo nuove azioni per 37 milioni di euro, oltre a un prestito obbligazionario convertibile a tasso decrescente (step down con un tasso del 10% il primo anno) per altri 15 milioni di euro. Nonostante gli elevati rendimenti offerti, il consorzio di garanzia guidato da Unipol si ritrova un inoptato del 20% per le azioni e del 10% per i bond.

Il periodo non è dei migliori per l’automotive: in seguito al fallimento di Lehman Brothers l’amministrazione Bush nazionalizza General Motors e Chrysler, una mossa che genera sfiducia in tutto il settore. Il problema è però un altro: l’operazione, come spiegano a Linkiesta alcune fonti vicine al dossier, serviva a finanziare l’acquisto della maggioranza di Tecno Tempranova Lombarda, specializzata nella tempra al laser di componenti meccaniche, pagata 21 milioni di euro. Il matrimonio, celebrato nonostante le perplessità di alcuni azionisti, non è felice: l’indebitamento aumenta, il titolo scende e i soci alzano le antenne. Cogeme chiude il 2010 con una perdita di 4 milioni di euro, un passivo di 127 milioni, poca liquidità (1,6 milioni), ma un margine operativo lordo di 10,5 milioni e crediti per 31,4 milioni di euro.

Niente da eccepire: tanto il collegio sindacale quanto i revisori di Pkf, che in una lettera datata 16 novembre 2011 – in seguito alla chiusura del contratto da parte del nuovo management – accusano il cda di aver «impedito, o comunque abbia ostacolato lo svolgimento delle nostre attività di revisione legale», non fecero nessun rilievo formale. Contattata da Linkiesta per avere chiarimenti sul punto in questione, Pkf ha preferito declinare l’invito.

Il resto è storia di oggi: con la consulenza di Unipol, che ha gestito la data room, il presidente Maurizio Testa e l’amministratore delegato Carlo Bozzini individuano nella friulana Dynamic Technologies (i cui azionisti rilevanti sono Mps, la finanziaria regionale Friulia e Palladio finanziaria) presieduta da Gino Berti, la società con più risorse fresche per entrare velocemente nell’azionariato. Cosa che avviene il 16 maggio attraverso la sottoscrizione di un patto parasociale con la holding Tms Ekab (scesa dal 31 al 18% del capitale tra 2010 e 2011, gli altri soci sono Tre Srl al 6%, Brain Spark al 3,4% e Centrobanca al 4,2%,  mentre 70% del flottante è in mano a piccoli risparmiatori), tale per cui – nella migliore tradizione italiana – con l’1,9% del capitale DT ne rappresenta il 18,57 per cento. 

I nuovi vertici di Cogeme, cioè Berti, che diventa consigliere di TTL, e l’amministratore delegato Walter Zonta, che è anche a.d. di DT, con la consulenza di Kpmg e Mediobanca come advisor finanziario per placare i creditori, i quali però rifiutano la moratoria. Presentano poi un piano industriale al 2015, propongono un aumento di capitale da 60 milioni di euro e tolgono un bel po’ di polvere da sotto il tappeto. Nel concitato cda del 28 ottobre scorso, da cui emerge un patrimonio netto negativo per 23 milioni e un indebitamento di 84,1 milioni, viene poi alla luce che «contrariamente a quanto indicato dal precedente organo amministrativo […] in occasione dell’acquisizione del 50,998% del capitale sociale di TTL Tecno Tempranova Lombarda […] non risulta mai essere stato formalizzato un atto modificativo del patto parasociale sottoscritto con i soci di TTL che avrebbe dovuto attribuire a Cogeme il diritto di nominare la maggioranza dei membri del consiglio di amministrazione di TTL». Ovvero, la controllata era tale per modo di dire. Una situazione opaca sulla quale la Consob, con un certo ritardo, ha acceso un faro mediante una missiva in cui si chiedono ai manager maggiori chiarimenti sia sulle svalutazioni che sul nuovo azionariato. 

L’ultima mossa dei nuovi vertici per salvare il salvabile, cioè i vecchi vertici, risale a qualche giorno fa: il 12 gennaio il cda boccia la proposta di azzerare il capitale e la ricapitalizzazione – non certo conveniente, visto il prezzo di 50 centesimi di euro per azione più altri 50 cent di sovrapprezzo, quando il titolo quotava 0,05 euro – rinuncia all’azione di responsabilità nei confronti dell’ex top management e nomina Berti presidente del collegio dei liquidatori. Intanto, gli obbligazionisti capitanati da Unipol hanno nominato l’avvocato Alessandro Chieffi, ex legale di Piazza Affari, come loro rappresentante. A Linkiesta Chieffi ha confessato di «non aver ancora elementi utili».

L’esito dell’assemblea lascia qualche dubbio sull’effettiva discontinuità gestionale proclamata nei mesi precedenti. Sospetti che trovano conferma dalle visure camerali: tra i soci della Tms Ekab c’è la A.B. Energy, di cui è amministratore unico l’ex presidente di Cogeme S&T, Maurizio Testa, che risulta inoltre socio accomandatario di Studio Uno Sas di Lucia Maserati, nome che compare a libro soci della Tms Ekab. Contattato più volte, Gino Berti ha promesso a Linkiesta un chiarimento che, attualmente, non è ancora pervenuto. 

Secondo quanto rivelano alcuni soci, il piano di Berti è chiaro: dopo aver effettuato pesantissime svalutazioni, che deprimono il valore della società, l’intento è di rivendere agli amici gli asset pregiati, come l’impianto brasiliano – che nel piano industriale viene messa fuori perimetro – a prezzi di saldo. Intanto, dopo un esposto presentato lo scorso settembre da un ex dipendente alle fiamme gialle di Frosinone, i piccoli azionisti hanno fondato un’associazione supportata dal Conapa che riunisce un centinaio di risparmiatori con investimento medio di 15mila euro ciascuno. Oltre a un esposto alla procura di Milano, si stanno organizzando per effettuare una class action. La loro speranza è che il Tribunale meneghino, competente in quanto la sede legale della società è nel capoluogo lombardo, possa annullare la procedura di liquidazione. Un’eventualità che aprirebbe nuovi scenari, come accaduto di recente al San Raffaele. Un dato, invece, è certo: un piccolo gioiellino della manifattura italiana non esiste più. 

antonio.vanuzzo@linkiesta.it

Twitter:@antoniovanuzzo

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