Unipol, abbiamo una banca che perde come un colabrodo

L’anello debole della galassia finanziaria delle cooperative è Unipol banca. L’istituto fondato tra gli altri da Giovanni Consorte è da tempo in cerca di partnership. I suoi conti, però, non sono buoni: i crediti dubbi superano il 15% degli impieghi e la loro percentuale di copertura è più bassa ...

Unipol Banca
21 Gennaio Gen 2012 1105 21 gennaio 2012 21 Gennaio 2012 - 11:05
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Messe Frankfurt

L’anello debole della galassia finanziaria delle coop si chiama Unipol Banca. Per l’istituto di credito fondato nel1998 grazie anche a Giovanni Consorte, sembra si stia configurando un futuro al di fuori del maxi polo assicurativo che scaturirà dalla fusione con la filiera Premafin – Fonsai – Milano Assicurazioni.

D’altronde, mancata la fusione con Bnl, l’istituto di credito delle cooperative rosse è stato sempre oggetto di trattative naufragate e tentate alleanze. Nell’estate 2010, a conclusione dell’aumento di capitale del gruppo, l’amministratore delegato Carlo Cimbri aveva lasciato presagire una maggiore focalizzazione sul business assicurativo, ma senza rinunciare alla banca. Nell’agosto di due anni fa Cimbri sosteneva infatti che «sul mercato c’è spazio per un istituto come Unipol Banca se si saprà muovere sui valori di riferimento del gruppo assicurativo, servire il mondo del lavoro, la clientela retail, pmi e artigiani». Ma aveva anche aggiunto che «se il percorso darà risultati, investiremo ancora nell’istituto, se no faremo altre valutazioni».

Oggi, dopo un’estate in cui l’aggravarsi della situazione greca ha spinto gli investitori ad abbandonare l’Italia, la situazione di Unipol banca potrebbe essersi ulteriormente aggravata rispetto alla già complessa situazione in cui versava a fine 2010. Nell’ultimo Bollettino economico, la Banca d’Italia ha scritto senza mezzi termini che «l’evoluzione della qualità del credito presenta significativi rischi di peggioramento». C’è di più: secondo via Nazionale, negli ultimi due mesi del 2011 le sofferenze sono aumentate raggiungendo livelli «significativamente superiori» rispetto allo stesso periodo del 2010.

Per capire se Unipol banca sia un’eccezione nel panorama delineato da Palazzo Koch bisognerà pazientare fino a primavera, quando l’assemblea approverà i conti dell’anno scorso. Se però si va a spulciare l’ultimo bilancio disponibile, si scopre che lo stato di salute finanziaria di via Stalingrado non è esente da magagna. Su impieghi per 9,7 miliardi di euro (al 31 dicembre 2010), il complesso dei crediti dubbi (sofferenze, incagli, esposizioni scadute e ristrutturate) ammonta a 1,5 miliardi di euro, pari al 15,4% degli impieghi. Una cifra che supera di un terzo il patrimonio netto (1,037 miliardi). In altre parole, per ogni 100 euro prestati circa 6 euro rischiano di non tornare più indietro. Forse è anche per questo che da due giorni in via Stalingrado sono arrivati gli ispettori di Bankitalia. 

Unipol Crediti DubbilIl complesso dei crediti dubbi di Unipol banca al 31 dicembre 2010 (Fonte: bilancio Unipol)

Non solo. I crediti dubbi superano di 2,6 volte il patrimonio di base Tier 1 (capitale azionario più le riserve di bilancio provenienti da utili non distribuiti al netto delle imposte), un livello molto elevato rispetto a un competitor ben più radicato come il Credito Valtellinese, che a fine 2010 presentava crediti problematici per 1,2 miliardi a fronte di un patrimonio di base di 1,3 miliardi. La gestione delle erogazioni a famiglie, pmi e artigiani, missione più volte ricordata da Cimbri, non si è rivelata un buon affare quanto la grande distribuzione per il mondo delle cooperative. Erogazioni sulle quali il tasso di copertura si ferma al 51%, rispetto al 60,5% del Creval: un altro dato che indica come la gestione dei finanziamenti non sia stata impeccabile, anche al di là della più grave crisi finanziaria globale dal 1929. 

Nel redde rationem con i principali creditori della famiglia Ligresti, cioè Unicredit e Mediobanca, la contropartita per il gruppo Unipol potrebbe essere non tanto la vendita quanto l’uscita dal perimetro del colosso assicurativo dell’istituto di via Stalingrado. Un’ipotesi che preoccupa tanto i piccoli azionisti quanto i 3mila dipendenti della banca bolognese.
 

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