Il Mossad è sfacciato: “L'Iran non è una minaccia”

Quando Tamir Pardo fu nominato a capo del Mossad, il servizio segreto israeliano, i suoi vicini di casa non potevano credere che uno così anonimo fosse una spia e infatti il premier Netanyahu lo definì la «persona ideale». Solo che poi sulla minaccia iraniana, Pardo ha avuto parole chiare: «Un Ir...

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24 Gennaio Gen 2012 1606 24 gennaio 2012 24 Gennaio 2012 - 16:06
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Nell’agosto 2002 Ariel Sharon, allora primo ministro israeliano, nominò Meir Dagan a capo del Mossad, i servizi segreti esterni (quelli interni sono lo Shin Bet) fondati nel dicembre del 49. Nella loro prima riunione, Arik, come veniva chiamato dagli amici più stretti, mise in chiaro da subito che gli obiettivi del Mossad erano due. «Il nucleare in Iran, è il primo» disse «e il secondo è il nucleare in Iran». Per otto anni - la durata del mandato di Dagan- i muri di Tehran furono tappezzati con le foto segnaletiche del capo del Mossad diventato, da quella riunione con Ariel Sharon, il nemico pubblico numero per Ahmadinejad e tutto l’establishment iraniano.

In un’intervista con Pino Buongiorno su Panorama, Yossi Melman, esperto di sicurezza nazionale del quotidiano liberal Haaretz, disse «Dagan non è un superman o un assassino impietoso, anzi è alquanto banale e nemmeno un genio dei servizi segreti» ma aggiunse Melman «è riuscito a passare all’azione ottenendo anche ottimi risultati». Dagan, vecchio amico di Sharon, orientò dunque le missioni del Mossad su un unico bersaglio, l’Iran, e lo fece rischiando in prima persona. Per molti israeliani è stato un mito da rispettare, colui che ha affilato i denti dei servizi segreti più organizzati al mondo; per l’Iran, va da sé, era l’uomo da far fuori. Durante gli anni della dirigenza di Dagan (passerà alla storia anche come il più longevo dei direttori dell’intelligence israeliana) nei corridoi del quartier generale del Mossad, che si trova nella periferia a nord di Tel Aviv, un uomo all’apparenza più discreto cercava di farsi largo tra l’ingombrante presenza del suo capo e mille ostacoli burocratici che ne impedivano la nomina.

Era Tamir Pardo il cui nome, quando fu scelto da Benjamin Netanyahu l’anno scorso per sostituire Dagan, fece alzare il sopracciglio ai suoi vicini di casa «Siamo allucinati» hanno detto intervistati dalla stampa israeliana «Non immaginavamo che Tamir lavorasse per il Mossad. Era un tipo talmente anonimo, delegava tutto alla moglie, non è mai venuto alle riunioni di quartiere». Non c’è dubbio: ottimo biglietto da visita per uno che da 31 anni fa la spia. Appassionato di musica irlandese e italiana, con un debole per le moto di grande cilindrata e tifoso del Barcellona (queste e le seguenti sono le uniche notizie date in pasto alla stampa) Pardo ha una lunga storia dentro il Mossad e una vecchia amicizia che lo lega a Netanyahu e a Ehud Barak, ex Premier ora ministro della Difesa. Prima di entrare nei servizi segreti, era nella Sayeret Matkal, un’unità militare speciale delle Forze di Difesa israeliana, sotto il comando di Yoni Netanyahu, fratello maggiore di Bibi, che morì nel 76 durante un’operazione segreta in Uganda. Anche Barak era lì, con un grado inferiore a Pardo. Amici e commilitoni per anni, le carriere si sono temporaneamente divise e poi di nuovo insieme. Il 1 gennaio del 2011 Tamir Pardo, 58 anni, si insedia come direttore del Mossad e piovono complimenti dai suoi amici «Conosco Tamir da molti anni, dai tempi in cui facevamo parte di audaci operazioni militari» ha detto Barak «è un professionista con una grande esperienza sul campo che merita di ricoprire questo ruolo».

Tamir Pardo 1792696CIl capo del Mossad Tamir Pardo

Stessa linea quella di Netanyahu che lo ha scelto «è la persona ideale in grado di affrontare la complessità delle sfide che ci attendono nei prossimi anni». «Le sfide per Netanyahu sono le stesse di Sharon: l’Iran rimane la grande minaccia per lo Stato di Israele. E Bibi se ne fa carico, alcune volte, secondo analisti e politici, eccedendo nei toni come quando dichiarò che Ahmadinejad è il nuovo Hitler e che l’Iran deve essere trattato come la Germania nazista. Dichiarazioni forti raccolte dall’analista e stratega militare israeliano Ronen Bergman che per il settimanale Newsweek rispose scrivendo un lungo pezzo dal titolo «E se fosse solo un’ossessione quella del Mossad per l’Iran». Barak allora intervenne e nel tentativo di abbassare i toni disse, «In questo momento l’Iran non è una minaccia esistenziale».

Era aprile 2010. Poche settimane fa, in piena crisi tra Usa e Iran con il vento delle sanzioni Onu che tirava forte, Tamir è uscito allo scoperto e per la prima volta ha parlato in pubblico. «Un Iran dotato di bombe nucleari» ha detto a un conclave di 100 ambasciatori israeliani riuniti a Gerusalemme «non costituisce necessariamente una minaccia esistenziale per Israele» e ha aggiunto «la parola esistenziale è usata con troppa libertà». Una brusca frenata, quella di Pardo, che stride apertamente con le dichiarazioni del suo primo ministro. Ma le tensioni sull’Iran non solo irrigidiscono i rapporti tra l’establishment politico e militare all’interno di Israele ma anche tra Israele e Usa. Il punto di collisione tra i due Paesi gira intorno alla questione sull’effettiva estensione dei siti clandestini in Iran utilizzati per l’arricchimento dell’uranio.

Su questo, fino ad oggi, Israele e Usa si parlano attraverso ambasciatori e inviati speciali che fanno da spola tra Gerusalemme e Washington ma si capiscono poco e male: Netanyahu vuole mostrare i muscoli e sembra pronto per una guerra contro l’Iran. Gli Usa, in piena elezione presidenziale con i veterani dell’Iraq appena tornati a casa dopo 8 anni, chiedono certezze. In mezzo l’uomo del Mossad che, chiamato in causa dagli eventi, ha deciso di abbracciare la linea americana e del suo amico Barak, andiamo avanti cauti, sembrerebbe dire. Ma le grane per Tamir Pardo non finiscono qua. A voler essere maliziosi si potrebbe fare una facile associazione su quello appena raccontato in prima pagina da Foreign Policy, l’autorevole rivista bimestrale americana che si occupa di relazioni internazionali e che ha ricevuto un dossier che proviene dagli archivi della Cia durante gli anni della presidenza di George W. Bush.

In queste pagine viene descritta quella che in gergo si chiama “false flag operation”, operazione bandiera falsa. Due agenti dei servizi segreti americani hanno scoperto che membri del Mossad si fingevano agenti della Cia (con dollari e passaporti americani) con lo scopo di reclutare terroristi appartenenti al gruppo pakistano Jundallah che, secondo il governo americano, è responsabile dell’uccisione di membri del governo in Iran e di donne e bambini iraniani. Bush junior era stato informato di questa che sembra divenuta una prassi e che il Mossad portava avanti anche sotto gli occhi della Cia. Il giornalista di Foreign Policy ha intervistato uno degli agenti americani, «Bush era infuriato. Questo rapporto preoccupò molto la Casa Bianca che si sentiva a rischio. Non c’è dubbio – ha detto –che gli Stati Uniti hanno spesso cooperato con Israele nelle operazioni di raccolta informazioni contro gli iraniani ma questo è diverso. Il nostro compito non è uccidere membri del governo iraniano o civili».

Una storiaccia che mostra “la sfacciataggine” – come viene definita nel pezzo – del Mossad che ricorre a tutti i mezzi possibili, anche irritare e mettere in pericolo un alleato storico, per raggiungere i propri obiettivi. Come consuetudine vuole nei rapporti con i media, i servizi segreti israeliani non hanno risposto quando sono stati contattati dalla rivista americana. Tutto tace dal côté israeliano ma la partita, ormai è chiaro, è in pieno corso.

 

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