Lo spirito di servizio delle donne salverà il mondo

Il primo miracolo di Gesù è la guarigione dalle febbre della suocera di Pietro, che poi si mette a servire a tavola. Ma che miracolo è? Non bastava solo avere un po’ di pazienza a letto? «Il vero miracolo che ci rende simili a Dio è la capacità di amare, e amare vuol dire servire, scrive il gesui...

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28 Gennaio Gen 2012 1126 28 gennaio 2012 28 Gennaio 2012 - 11:26
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Gli idoli che l’uomo si costruisce, dice la Bibbia, hanno mani che non toccano, piedi che non camminano, occhi che non vedono, orecchi che non sentono (v. Salmo 115). «Così diventi chi li fabbrica, e chiunque ha fede in loro». Cioè, l’uomo diventa come quello che si pone davanti come ideale. Il senso dei miracoli che Gesù fa, allora, è riconsegnare l’uomo a se stesso: perché l’uomo abbia occhi che vedono, orecchi che ascoltano, bocca che parli, mani che realmente tocchino, e quindi entrino in comunione. 

Marco 1, 29-31
E subito, usciti dalla Sinagoga, vennero nella casa di Simone e di Andrea con Giacomo e Giovanni. Ora la suocera di Pietro era a letto con febbre e subito gli parlano di lei. E fattosi avanti la risvegliò, prendendola per mano. E la febbre la lasciò e serviva loro.

Questo brano è molto breve e potrebbe essere letto d’un fiato per poi passare avanti. Uno può essere tentato di considerarlo una banalità. In realtà, questo miracolo è il primo dei miracoli, e il primo è sempre il più importante perché dà il senso di tutti. 

Possibile che il miracolo primo, e più importante, sia guarire dalla febbre? Sarebbe bastata una tachipirina, o un po’ di pazienza. Come mai è il più importante di tutti i miracoli? Poi, fatto a una donna... a una suocera! Poteva almeno fare subito una resurrezione, qualcosa di potente: invece è qualcosa di molto semplice e banale che poi termina col servire a tavola. Ci sono, insomma, tutte le componenti per rendere questo miracolo poco significativo. 

Il segno è piccolo. Il miracolo è un segno: non è importante in sé ma per quel che significa. Se il segno è troppo grosso, non riesci a vederlo nella sua interezza. Se fossimo sotto un cartello stradale alto 10 chilometri, per esempio, non riusciremmo a leggerlo. Quindi, il segno piccolo fa capire qual è il significato. Il miracolo sta nel finale, non in ciò che avviene nella guarigione, ma in ciò che segue la guarigione: questa suocera, guarita dalla febbre, serviva. Mentre l’egoismo si serve dell’altro e lo schiavizza, il vero miracolo che ci rende simili a Dio è la capacità di amare, e amare vuol dire servire.

Subito, usciti dalla Sinagoga, vennero nella casa di Simone e di Andrea con Giacomo e Giovanni.

Nell’episodio precedente, Gesù e i suoi sono nella sinagoga, dove c’era quel che non ci doveva essere: lo spirito immondo. In chiesa, in realtà, ci sta benissimo il diavolo. E nella casa di Simone, che nel Vangelo diventa subito dopo sinonimo della Chiesa, cosa c’è? Non è detto che le cose vadano bene. Di fatti, qui c’è una suocera con febbre, malata.

Ora la suocera di Pietro era a letto, con febbre, e subito gli parlano di lei.

La casa di Pietro, viene fuori spesso nel Vangelo: nel capitolo 9, al v. 33,  per esempio, Gesù giunge a Cafarnao nella casa di Pietro «e quando fu in casa chiese loro: di cosa stavate discutendo lungo la via? Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande».

Qual è la febbre che tiene l’uomo a letto, gli impedisce di servire e fa sì che sia servito dagli altri? È proprio il desiderio di essere più grande dell’altro. Questa è la febbre che rovina tutti i rapporti umani. Perché uno vuol essere più grande, non è contento di essere quello che è. Questa febbre di dominare l’altro, che si chiama egoismo, è esattamente il male che c’è anche nella casa di Pietro. Sembra piccola cosa questa febbre. In realtà è la cosa peggiore, perché tutti i mali vengono da questa febbre.

E fattosi avanti, la risvegliò, prendendola per mano.

Davanti al bisogno cosa fa Gesù? Non è che si ritrae, si fa avanti. Non è che le nostre malattie, le nostre febbri, la nostra cattiveria, tengano lontano il Signore. No. Forse è più la nostra bontà presunta che lo tiene lontano. Dove è chiamato, dove c’è bisogno, viene. E la risvegliò. La parola risvegliare in greco è la stessa che si usa per dire che Gesù è risorto. Perché la guarigione da questa febbre è il passaggio dalla morte alla vita. Chi guarisce dall’egoismo passa dalla morte alla vita, nasce alla vita divina. È il vero risveglio, la vera illuminazione. E questo risveglio lo fa prendendola per mano. Il contatto è la prima forma di conoscenza, di comunione e di comunicazione. 

E la febbre la lasciò e serviva loro.

“Serviva”, all’imperfetto, vuol dire che ha cominciato a servirli e non ha ancora finito. Servire è l’espressione concreta dell’amore. Contrario di servire è asservire. Dio è servo. Serve alla libertà dell’altro. Ed è interessante: perché questa donna serve? Questa donna ha le qualità tipiche di chi serve. Innanzitutto, in quanto donna. Noi siamo abituati a valorizzare la sensibilità, l’accoglienza, l’attenzione e tanti altri aspetti: sono anche gli aspetti fondamentali di Dio, sono l’aspetto materno di Dio, sensibile all’amore.  

Poi c’è anche l’altro discorso: le donne nella cultura ebraica erano considerate assolutamente niente, non potevano neanche testimoniare. La donna era considerata debole, stupida. Veramente, anche queste sono qualità sublimi: sono le qualità di Dio, che è debole e stupido. Perché la persona furba e intelligente mica si mette a servire: si fa servire dagli altri. 

Chi ama è debole. Sente tutto il male dell’altro. È vulnerabile ed è talmente stupido che si mette dentro, mentre il furbo subito se ne va. È interessante allora che questa suocera in quanto donna, nella sua debolezza, nella sua stoltezza (il furbo non fa così), è ciò che Dio sceglie per salvare il mondo. Noi abbiamo normalmente l’immagine di un Dio potente, molto furbo, anche molto intelligente. Quando Pietro capirà anche lui che deve essere come sua suocera, diventerà anche lui apostolo.

Sapete quanti versetti parlano delle donne su 600 del vangelo secondo Marco? Dieci è normalmente quello che rispondono tutti quelli che se ne intendono. Io che li ho contati dico che sono cento. Questo fa riflettere, allora. Le donne occupano i punti chiave del Vangelo. Da chi è portata avanti la storia della salvezza? Qui siamo nella casa di Pietro: Pietro è il primo papa, ma chi incarna il Cristo in questa casa? È questa donna. È lei il primo frutto del Vangelo. È come Gesù: serve. Di fatti, il simbolo di Gesù e del suo messianismo è l’asinello: un animale da servizio. Nessuno ci fa caso: agli occhi di Dio, non sono le persone importanti che contano. Sono le persone che realmente sanno amare, e quindi servire.

È quel che dice Paolo: servitevi a vicenda gli uni gli altri, questa è tutta la legge di Cristo. La differenza tra il paradiso e l’inferno non è così grande come pare. Il paradiso è un banchetto splendido. E l’inferno invece pure. In questo banchetto bisogna mangiare con certe forchette lunghe un metro e mezzo. E così pure all’inferno. La differenza qual è? Il paradiso è dove l’uno dà all’altro, l’inferno è dove ognuno dà forchettate all’altro e non arriva a mangiare nulla. Questo mondo può cioè essere cambiato in inferno o paradiso attraverso lo spirito di servizio oppure il contrario. Quindi, siamo noi a decidere della realtà di questo mondo secondo lo spirito che abbiamo.  

*gesuita e biblista

Il testo è una sintesi redazionale della lectio divina tenuta nella Chiesa di San Fedele in Milano nel corso di vari anni. L’audio originale può essere ascoltato qui.

Nella foto, Luna Miscuglio, «Rinascita», particolare, acrilico su tela, cm 55 x 30; 2011 – per gentile concessione della Galleria Blanchaert, Milano

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