L’Ungheria di Orban sarà presto fuori dalla democrazia

Come siamo arrivati alla situazione attuale in Ungheria? E quando il Fidesz (il partito del premier Viktor Orban) ha svoltato dal liberalismo alla destra estrema? Il professor Andrew Arato (che aveva lavorato al precedente, poi abortito, tentativo di riforma della costituzione ungherese) spiega i...

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5 Febbraio Feb 2012 1326 05 febbraio 2012 5 Febbraio 2012 - 13:26

Professor Andrew Arato, come siamo arrivati alla situazione attuale in Ungheria?
Tutti sanno che l’Ungheria, come altri Paesi della periferia europea, è stata investita da una grave crisi economica. Quello che non tutti sanno è che in Ungheria questa crisi è cominciata prima, e si è trasformata anche in una crisi politica e di legittimazione.
Nel settembre del 2006 è stata infatti diffusa una registrazione audio di una riunione del partito socialista in cui il premier, Ferenc Gyurcsány, un tecnocrate, confessava d’aver deliberatamente nascosto ai cittadini la grave situazione economica del Paese e di avere, di conseguenza, vinto le elezioni soltanto grazie alle menzogne.
Questo ha portato a manifestazioni e tensioni e, di conseguenza, ad atti di violenza da parte della polizia. Il governo ha gestito molto male questa vicenda, soprattutto il primo ministro, poi sostituito da Gordon Bajnai, che ha avuto però poco tempo per rimediare alla situazione. Alla successiva tornata elettorale il partito di Orban, Fidesz, ha vinto le elezioni a man bassa. A questo va aggiunta una situazione economica da tempo molto precaria con un pesante calo dell’occupazione, comune ad altri Paesi, soprattutto a scapito dei più giovani.
Tutto questo nel tempo ha contribuito all’emergere della destra estremista. Parlo dello Jobbik, un partito fascista, ma più a destra del partito nazionale fascista italiano. Jobbik è riconducibile più alla tradizione nazista ungherese, che alla tradizione della destra europea. Si tratta di un fenomeno che già da tempo preoccupa l’Europa.

Può parlarci di Fidesz, il partito di Orban?
Fidesz è nato nel 1988 con il nome di Alleanza dei giovani democratici (Fiatal Demokraták Szövetsége). Nel 1989 si era distinto tra i partiti che promuovevano un cambio di regime. Solo col tempo si è trasformato in un partito di destra. Conosco personalmente il primo ministro Orban, l’ho incontrato in occasione di alcune conferenze che ho tenuto ai Giovani democratici: nell’89 Orban era un liberale, e anche una persona con delle capacità politiche incredibili che ha capito prima del partito liberale (allora alleato del partito socialista al governo) che in Europa, e soprattutto nel contesto di un cambio di regime, non c’era futuro per un partito puramente liberale. Per cui già alla fine degli anni ’96-’97 ha iniziato a spostarsi verso posizioni autoritarie e populistiche di destra: mi dispiace di dover dire che un paio di cari amici, all’epoca suoi consulenti, hanno avuto un ruolo in questa trasformazione, che l’ha portato a entrare nel governo all’indomani delle elezioni del 1998 e ancora nel 2002.

FideszManifestazione di piazza del Fidesz

Lei imputa la situazione odierna a un processo costituzionale rimasto incompiuto. Può spiegare meglio?
L’Ungheria ha avuto un cambio di regime che noi costituzionalisti assimiliamo al modello dell’Europa centrale e del Sudafrica. Quando va bene, si tratta di un processo che avviene in due momenti: una fase negoziale che introduce una costituzione temporanea, ad interim, e una seconda fase, preceduta dalle elezioni, in cui la costituente redige appunto la costituzione definitiva. In Ungheria, la prima fase, quella che ha portato alla costituzione ad interim attraverso una serie di tavole rotonde ha prodotto un documento democratico liberale. Il problema è che questa costituzione ad interim non è mai stata sostituita. Infatti, nel periodo ’94-’98, tutti gli sforzi per arrivare alla costituzione definitiva sono falliti.
Il paradosso è che è stato messo a punto un metodo con un alto livello di consenso e partecipazione da parte dei vari partiti, che tuttavia è stato boicottato dai suoi stessi promotori, i socialisti. Il partito socialista, all’epoca con a capo Gyula Horn, alla fine infatti non ha votato per il prodotto di questa costituente che esso stesso aveva guidato. Perché è accaduto? Perché i socialisti puntavano a includere una seconda Camera (delle corporazioni); perché volevano un tavolo sui diritti sociali e infine perché consideravano la costituzione che ne era uscita troppo liberale dal loro punto di vista.
Alcune ragioni erano buone altre no, ma il punto è che votare contro il prodotto di un processo fortemente partecipato, di cui peraltro eri stato il maggior promotore si è rivelata una mossa disastrosa. E direi che la maggiore responsabilità va imputata proprio a Horn. Conosco bene i retroscena perché ho partecipato al processo come consulente, ho pure scritto alcune norme relative agli emendamenti per la costituzione. Il Parlamento mi ha anche pagato! Anch’io sono stato molto deluso per come il processo è fallito.
Comunque il punto è che, non essendo stato concluso l’iter previsto, la costituzione ungherese è rimasta quella ad interim cioè, come denuncia la destra, una sorta di emendamento della Costituzione stalinista del ’49. Questo ha dato grandi argomenti a Orban che da tempo, e legittimamente, denunciava il fatto che l’Ungheria non ha una costituzione definitiva. Da questo punto di vista Fidesz ha delle giustificazioni nel cercare ora di completare il processo. Nella legge internazionale si fa distinzione tra in bello e ad bellum. Fidesz aveva il diritto e delle buone ragioni per dare avvio a un processo costituzionale, era una mossa legittima; quello che è di dubbia legittimità è la strada che hanno scelto.

Cioè?
Il fatto più eclatante è che Fidesz ha potuto riscrivere la costituzione forte di una maggioranza di due terzi di una singola camera. Questo è stato possibile perché la legge elettorale ungherese prevede una sorta di premio, quindi con il 52,7% dei voti Fidesz ha avuto i due terzi dei seggi in Parlamento. Ora, tra il ’94 e il ’98 anche il centrosinistra aveva il 70% del Parlamento ma anziché usarlo per fare una propria costituzione, ha messo in piedi le procedure necessarie a muoversi con il massimo consenso. Al di là dell’esito, che fu appunto deludente, comunque all’epoca il primo tentativo fu all’insegna del consenso, quello di Fidesz invece è stato subito dichiaratamente maggioritario.

Orban Viktor StudioViktor Orban nel suo ufficio

In Ungheria la popolazione è consapevole di cosa sta succedendo?
Le questioni costituzionali non attirano mai molto interesse. Ovviamente ora che è stata sollevata l’attenzione internazionale, molta gente ha iniziato a capire che c’è qualcosa che non va, però mentre le cose stavano succedendo non c’era interesse. Tra l’altro Fidesz aveva organizzato una consultazione popolare mandando a ogni singolo cittadino un questionario su cosa voleva ci fosse nella costituzione. Ma questa è una forma molto passiva di partecipazione che coinvolge poche persone. E, comunque, il governo non ha mai reso pubblici i risultati. D’altra parte Fidesz se lo poteva permettere: all’inizio del suo governo, i sondaggi lo davano in ascesa, proprio per il discredito gettato sulla coalizione di centrosinistra che aveva visto crollare verticalmente la propria popolarità. Anche oggi l’opposizione politica è molto debole.

Quali sono i cambiamenti più importanti che sono stati portati alla costituzione?
Preciso che molte delle misure adottate sono state introdotte attraverso degli emendamenti alla vecchia costituzione, prima cioè della promulgazione della nuova. Comunque le aree interessate sono, direi, quattro. Una è quella dei media che, attraverso la cosiddetta legge bavaglio (emanata prima della nuova costituzione) di fatto sono stati sottoposti a comitati di controllo governativo.
Poi c’è l’area giuridica: il governo ha aumentato il numero dei giudici costituzionali nominando figure che presumibilmente voteranno in modo più favorevole al governo. Questo è successo recentemente anche in Turchia dove Erdogan ha fatto un referendum in proposito. In Ungheria non c’è stato bisogno di un referendum perché due terzi del parlamento possono cambiare le regole della corte Costituzionale. Quindi c’è stata una riduzione della giurisdizione della corte. Si sono praticamente fatti una corte secondo i loro desideri. Come terza misura, stanno estendendo i mandati di alcuni organi di controllo in modo che i membri di Fidesz mantengano le loro posizioni anche oltre le prossime elezioni.
Infine è stato passare un pacchetto di leggi che fa sì che qualsiasi cambiamento futuro in materia legislativa richieda una maggioranza dei due terzi del parlamento, non più la semplice maggioranza, anche per le leggi ordinarie. Questo significa che Fidesz sta varando delle leggi che difficilmente potranno essere modificate da un Parlamento futuro, a meno che realisticamente qualcun altro non abbia due terzi del Parlamento. Scenario assai poco verosimile visto che nella legge elettorale in discussione stanno anche riformando i distretti elettorali in modo da agevolare la vittoria di Fidesz.

Orban BirraViktor Orban sistema i suoi appunti davanti a una birra

Ma lei diceva che in questo c’è un paradosso...
Il paradosso è che Fidesz sta facendo passare delle misure che potrebbero inibire la sua stessa capacità di governare in futuro. Se ad esempio tornassero al potere in una seconda tornata elettorale, senza però ottenere i famosi due terzi, succederà che loro stessi non saranno in grado di cambiare le leggi che hanno fatto passare. Quindi non potranno nemmeno cambiare la legge dei due terzi. Non è una cosa da poco, per esempio, in campo economico potrebbe voler dire che il governo non potrà cambiare le politiche fiscali o lo status della Banca nazionale o adottare qualunque altro provvedimento decidessero di prendere.
Fidesz da una parte ha ridotto il carattere liberale della costituzione, indebolendo la Corte costituzionale e anche i tribunali ordinari. Hanno inoltre approvato una serie di leggi, tutte con l’obiettivo di mantenere il potere nelle loro mani. Dall’altra parte, però, hanno varato delle misure che vanno in senso opposto. Non so quale sia il calcolo. Forse vogliono fare in modo che se sale al potere un altro partito si trovi un Paese ingovernabile; questa strategia ha però il difetto di rendere il Paese potenzialmente ingovernabile anche per loro.

Vede qualche via d’uscita? E cosa può fare l’Europa?
Ci sono due livelli, quello interno e quello internazionale. Nonostante gli slogan degli euroscettici, nell’Unione europea la dimensione nazionale è ancora fondamentale. All’inizio dell’anno c’è stata una grande mobilitazione popolare: anche nei sondaggi Fidesz sta perdendo quota. È ancora il maggior partito ma è in calo. Il problema è che i voti persi da Orban stanno andando in parte verso Jobbik, soprattutto le preferenze dei giovani. Questa è una novità: in passato era un partito costituito soprattutto da vecchi nostalgici. In assenza di un’opposizione organizzata, spesso la protesta assume forme radicali e irrazionali.
Quindi possiamo dire che un’opposizione sta emergendo, ma è ancora molto debole, disorganizzata e in parte è un’opposizione da destra.
A livello internazionale, l’Unione europea ritiene inaccettabile un governo autoritario di questo tipo. Le sfide alla Commissione sono venute in primo luogo dalle scelte di politica economica, in particolare dall’attacco all’autonomia della Banca centrale. Il Parlamento europeo è stato abbastanza energico nel condannare tutto questo. E poi c’è l’opinione pubblica europea che è stata coesa nel condannare le politiche di Orban. Questo ha sortito degli effetti sull’opinione pubblica ungherese che certo non desidera rimanere isolata in Europa. La prospettiva di un’Ungheria che guarda a Est, verso la Bielorussia e la Russia di Putin, non è propriamente desiderabile per gli ungheresi.
Ho parlato del livello politico e dell’opinione pubblica, ma c’è poi il livello giuridico. Molti dei giudici rimossi dai propri uffici con un pensionamento forzato si sono appellati alla Corte europea per i diritti umani. Così hanno fatto personalità del mondo dei media. I casi si moltiplicheranno e questo, verosimilmente, porterà a delle sanzioni. La Commissione europea è nella posizione di poter comminare delle sanzioni economiche, per cui credo che le pressioni aumenteranno. Come poi questo interagirà con la politica nazionale, ecco questo non lo so. 

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