Se ne sono andati

Nell’amore e nell’eros, fino alla meditazione e alla spiritualità, scivolano fugaci gli anni. Lo sa Zalman King, autore della sceneggiatura di 9 settimane 1/2. Sempre in cerca dell’erotismo più autentico, raffinato, reale. Anthony Shadid, calato nelle rivolte e nelle guerre del medioriente, ha ca...

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19 Febbraio Feb 2012 1105 19 febbraio 2012 19 Febbraio 2012 - 11:05
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Zalman King

(23 maggio 1942 – 3 febbraio 2012)

A Santa Monica, California, è morto a quasi 70 anni, un regista e produttore di cinema che, in altri tempi (non lontanissimi) credeva all’erotismo sullo schermo come massima forma d’arte, di sfida, e di delicatezza. Resta celebre per aver diretto, insieme ad Adrian Lyne, un film bestseller degli anni Ottanta, e cioè “Nove settimane e mezzo” (1986). Dove Kim Basinger avrebbe rappresentato quella sfida e quell’ideale.

Lo si può considerare il contrario di Tinto Brass, e non perché quest’ultimo sia solo più spinto, o più esplicito. Nelle immagini, nelle trame, e nelle intenzioni. Quanto per i “tempi”, e il clima, che questi due maestri hanno tenuto nella rappresentazione del genere “erotico”: in King la preparazione, la trama, non ha fretta, è quasi un preliminare e un fine. In Brass l’azione è decisa, e quasi crea, lei, la sceneggiatura.

D’altronde King (un nome d’arte, perché si chiamava Lefkovitz) aveva iniziato con le cadenze del giallo sofisticato, avendo recitato come attore nella celebre serie televisiva Alfred Hitchcock Present: al suo fianco aveva il giovanissimo James Caan.

Se l’erotismo – nelle menti e nei comportamenti delle persone più complesse (o sensuali) – resta un cammino anche enigmatico e “soft” - Zalman King è andato avanti per la sua strada facendosi ricordare per almeno altri due titoli: Orchidea selvaggia (1989) e Delta di Venere (1995), dove quell’approccio prova ad arricchirsi di un riferimento culturale, dato che il soggetto è tratto da un libro di Anais Nin. King, alla fine, senza aver probabilmente perfezionato come voleva quella ambizione (l’erotismo nell’arte, in tutte le arti, è la sfida più difficile, e non c’entra il tasso di “verità” nel rappresentarlo), si è fatto molto amare. E stimare come specialista.

L’ultimo Stanley Kubrick lo aveva sollecitato, senza esito, a dargli una mano, una specie di adattamento, delle scene erotiche di Eyes Wide Shut: avrebbe, in fondo dovuto lavorare con due “freddi” come Tom Cruise e Nicole Kidman (che, infatti, nel film non ce la fanno ad essere sensuali. Giocano, hard, e neanche tanto). Mentre a Santa Monica, i suoi amici lo hanno rimpianto «come un uomo e un artista straordinario. Più complesso e umano di quello che chiunque lo conosceva potesse immaginare».
 

 

Anthony Shadid

(26 settembre 1968 – 15 febbraio 2012)

Reporter americano, figlio di immigrati libanesi, nato a Oklahoma City, laureato in scienze politiche all’Università del Wisconsin, due volte Premio Pulitzer (nel 2004 e nel 2010) per il giornalismo, e riproposto, quest’anno, per il medesimo riconoscimento. Ha capito, e vissuto, più di altri del suo stesso mestiere di “corrispondente”, l’intero Medio Oriente. Dal Mediterraneo alla Mezzaluna fertile. Ha anche rischiato di persona: a Ramallah, nel 2002, era stato ferito a una spalla, e in Libia, quasi un anno fa, era stato rapito, insieme a due giornalisti americani, dalla milizia di Gheddafi. Il rilascio dei tre era avvenuto dopo sei giorni e una prigionia segnata da botte al limite della tortura. Anthony è morto per un attacco d’asma, in Siria. Per il New York Times, seguiva la successione della crisi. E dei massacri conseguenti e continui.

Dirigeva l’Ufficio di Beirut del Times, che, a raggio, copriva il Medio Oriente israelo-palestinese, il territorio siriano e l’Iraq. Era stato da tutte quelle parti, ci aveva vissuto, nelle strade, con i loro abitanti. Aveva imparato l’arabo da adulto, e da solo, perché in famiglia si usava solo l’inglese. L’avrebbe usato anche per capire, e vivere più in diretta la “primavera araba”, a occidente del Canale di Suez: Egitto, Tunisia, Libia. Insomma, se “il nuovo califfato” – variamente vaneggiato negli ultimi 60 anni – fosse stata una prospettiva reale, Anthony Shadid avrebbe potuto tenere una serie di conferenze mondiali sulla sua genesi.

Diversamente da un tipo medio, o anche più alto, di corrispondente, non galleggiava nel mito della “notizia”, e della sensazione autosufficiente che, in genere, offre, con dosi di euforia, e di successivo esaurimento.

Ci metteva in più un’intelligenza originale, e la compassione per le persone – folle o singoli – di cui scriveva. Il Times ha usato, per lui, il termine “lirico”: raro, per raccontare la sensibilità di un giornalista.

Una sua foto lo fa vedere mentre prende appunti, in piena rivolta libica, su un carro affollato di resistenti armati anti-Gheddafi. Anthony è uno schizzo di testimone che lavora, ma sembra anche uno dei loro. Siccome era molto acuto, e onesto, non si faceva mai mancare lo sguardo in avanti. Implicitamente critico, o non pacificato.

Della Libia libera, ha scritto anche: «Inutile dire che ogni uomo giovane va in giro con un’arma». Dopo aver fatto presente di una classica “rivoluzione incompiuta”. Uno dei suoi libri, sulla tragedia irachena, si chiama Iraq’s people in the shadow of America’s war (2005). Il titolo promette il punto di vista del contenuto: nell’idea di Shadid ogni coinvolgimento straniero nell’area è stato e sarà “tossico nel mondo arabo”.

Ha capito, e scritto, e ripetuto in tutte le aule americane e universitarie dove lo invitavano, perché quelle masse di persone erano immediatamente disposte a farsi ammazzare, al Cairo, a Tunisi, a Tripoli, e oggi a Homs, o a Damasco: «L’idealismo di quelle rivolte è il potere della strada che si confronta con l’autorità». Lirico, senz’altro, ma con una premessa molto dentro alle cose: «Più che trattare la diplomazia, o la geopolitica, vedeva come la gente era costretta a subire i fatti del mondo». La gente del Medio Oriente e del Nordafrica: Anthony Shadid è vissuto, e ha scritto di una specie di “destino”, e di come milioni di persone non l’abbiano più accettato come tale. E non siano più disposti a subirlo. Come gli ripetevano, negli ultimi mesi, le migliaia di profughi siriani che lui andava a intervistare ai confini del Paese. Sentendosi ripetere quanto tutti loro – spesso ex torturati - volessero «tornare per manifestare contro». 

 

 

Sergio Larrain

(1931 – 7 febbraio 2012)

Di Santiago del Cile, fotografo, uno della Magnum. Nonché artista esposto stabilmente al Moma, a New York. Dal 1956. Henri Cartier-Bresson lo aveva fatto entrare nella celebre agenzia nel 1961: avendo visto e capito quanto Larrain fosse unico. Anche nelle scelte che spesso interrompono un mestiere, o una carriera, ma non l’arte di vivere a modo proprio. 

Dagli anni Settanta, Larrain non fotografava più. Viveva nella cittadina di Ovalle – sulle Ande cilene – dopo aver scoperto la meditazione e le filosofie orientali, grazie a un incontro con un maestro boliviano, Oscar Ichazo. Scriveva anche poesie, e non riceveva giornalisti che, a più riprese, chiedevano di vederlo: si parla di richieste dal New York Times, da Time, e altri primi attori della stampa mondiale. 

Era figlio di uno dei più celebri architetti cileni – Sergio Larrain Garcia Moreno – ed era un versatile strutturale: prima di essere fotografo, aveva studiato musica e si era seriamente appassionato di ingegneria forestale. Dal 1949 avrebbe iniziato il mestiere, facendolo diventare “arte”. La sua arte, nel senso più riconoscibile del termine. 

Più di tutti, alla Magnum, ha espresso “l’unicità dello scatto”. Prima, studiava la luce, il dettaglio, il volume, la geometria. Molte sue fisionomie, uniche, hanno come sotto-testo una loro storia mitica, o almeno spirituale. 

Un cane, in primo piano a tutto corpo orizzontale, con lo sfondo di una bambina a Valparaiso; un uomo, un povero, preso dall’alto mentre beve, con la bottiglia protagonista come un oggetto sacro; due bambine che scendono uno dei “cerros” di Santiago, una illuminata e l’altra ancora in ombra, come un’allegoria del Tempo, o dei tempi; o una ragazza bionda, sensuale, con una camicetta dal cui centro spunta una mano femminile abbastanza rozza, con un anello (in questo caso, la forza dell’immagine annienta ogni interpretazione, la rende intellettualistica). 

Cane

Prima del ritiro, Larrain è stato reporter in Europa, e Medio Oriente, in particolare. Anche la Storia sapeva trattarla a modo suo. Una foto del presidente Eisenhower e dello scià Reza Pahlevi (ancora giovane e in divisa) è un trionfo allegorico: la democrazia ricca, rappresentata da un uomo di mezza età con la lobbia e un paletot grigio, che va a verificare lo stato delle cose da chi più le serve, in quel momento, a rassicurarla in una certa zona del mondo. Un uomo in uniforme che la accoglie restando in secondo piano.

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