La lezione di Dulbecco, “Non aver paura di conoscere”

Le scoperte di Renato Dulbecco sono state determinanti per comprendere la relazione tra Dna, virus e cancro e gli sono valse il premio Nobel nel 1975. A guidarlo, la curiosità per le frontiere della conoscenza e la convinzione che era necessario passare dallo studio approfondito del Dna per compr...

Renato Dulbecco
20 Febbraio Feb 2012 1651 20 febbraio 2012 20 Febbraio 2012 - 16:51

Se ne è andato due giorni prima del suo novantottesimo compleanno Renato Dulbecco, le cui scoperte scientifiche sono state determinanti per comprendere la relazione tra Dna, virus e cancro e gli sono valse il premio Nobel nel 1975. «Senza di lui, semplicemente, la genetica italiana non avrebbe raggiunto il livello di eccellenza internazionale di oggi». Giuseppe Novelli, genetista dell’Università di Roma Tor Vergata, commenta così la notizia della scomparsa di uno delle figure fondamentali delle ricerca italiana del secondo Dopoguerra, un periodo particolarmente ricco di scoperte che hanno permesso alla medicina di dotarsi di nuove armi per combattere la guerra contro il cancro.

«In questi giorni tutti ricorderanno i grandi risultati delle sue ricerche», continua Giuseppe Novelli, «ma a me piace pensare anche all’uomo pubblico che ha speso moltissime energie per ricordare a tutto il mondo come la conoscenza sia l’unica strada per sconfiggere le malattie. Non dobbiamo avere paura di sapere: per me questo è uno dei grandi insegnamenti di Dulbecco». Una vita pubblica che ha portato lo scienziato nato a Catanzaro nel 1914 a non disdegnare un’apparizione televisiva che all’epoca venne giudicata inappropriata, quando nel 1999 accettò di presentare il Festival di Sanremo assieme a Fabio Fazio e Laetitia Casta. Allora non ebbe paura di spiegare di fronte a una delle platee più numerose della televisione italiana che cosa sono le malattie genetiche e cosa la scienza sta facendo per comprenderle e sconfiggerle, convinto che il palcoscenico del Teatro Ariston fosse un’occasione imperdibile per dare popolarità alla scienza.

É stato grazie ai suoi studi pionieristici, portati avanti tra gli Stati Uniti e l’Imperial Cancer Research Fund Laboratories di Londra, che oggi sappiamo che per combattere molte tipologie di cancro bisogna agire sul Dna delle cellule tumorali. Dopo aver dedicato i primi anni fuori dall’Italia allo studio di diversi virus, tra cui quello della poliomielite, Dulbecco si è interessato dei virus che hanno la capacità di alterare il Dna delle cellule umane e indurle a replicarsi in modo incontrollato, dando così origine al tumore. Tali virus furono in seguito ribattezzati “oncogenici” e la loro scoperta è il motivo per cui il comitato svedese decise di conferirgli il premio Nobel, condiviso con David Baltimore e Howard M. Temin.

Ma i meriti scientifici di Renato Dulbecco non si fermano qui. La curiosità per le frontiere della conoscenza e la convinzione che era necessario passare dallo studio approfondito del Dna per comprendere al meglio il funzionamento del nostro corpo e individuare le migliori strategie per la medicina del futuro lo hanno portato a dedicarsi con grande forza a uno delle più grandi imprese scientifiche del XX secolo.

Nato negli Stati Uniti a metà degli anni Ottanta, il Progetto Genoma Umano si collocava perfettamente nella sfera di interesse di Dulbecco, che nella sua autobiografia presente sul sito della Nobel Foundation, scriveva che «era evidente che era necessario dirigere gli sforzi della ricerca per comprendere l’attività dei geni a livello cellulare. Capire quali geni sono presenti in una determinata specie è l’inizio di questo processo di comprensione, così nel 1985 e ’86 ho suggerito l’idea di lanciare un progetto genoma umano».

E proprio Dulbecco era una delle poche persone di cui è stato letto per intero il Dna. «Nel 2009, a San Diego, a uno degli ultimi congressi scientifici a cui ha partecipato», ricorda Giuseppe Novelli, «un giornalista gli chiese se la cosa lo spaventava. Fu per lui l’ennesima occasione per ribadire che non bisogna avere paura di sapere, ma che anzi questa è proprio la forza della scienza». 

 

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