Facciamo poca demagogia, gli F35 ci servono e rischiamo di perderli

Il Comune di Milano dichiara guerra all'acquisto degli F35. Ripubblichiamo l'analisi di Arduino Paniccia docente di Studi Strategici all’Università di Trieste. Dove spiega che  se il paese vuole una forza armata capace di proiettarsi all’estero (unico scenario plausibile) l’F35 è indispensabile.

Caccia F35
22 Febbraio Feb 2012 1549 22 febbraio 2012 22 Febbraio 2012 - 15:49
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Qualche giorno fa, ad un cronista televisivo che raccoglieva I commenti dei cittadini nella Roma travolta dalla neve, una signora intervistata ha sentenziato «Perché non hanno subito chiamato i soldati? Tanto stanno lì a fare niente tutto l’anno!». Alcuni giorni prima una professoressa in una scuola media inferiore sempre di Roma ha suggerito alla scolaresca che «dietro la tragedia della Concordia ci sono sicuramente i militari». In un contesto paese che partorisce scempiaggini di tale magnitudine è evidente che parlare di una spesa di circa 15 miliardi di euro per acquistare 131 aerei da combattimento è un suicidio in termini di consenso e costituisce un invito a nozze per i soliti noti per i quali, da sempre, per risolvere i problemi del Paese occorre “tagliare le spese militari”.

Questa è una posizione condivisa da molti italiani in buona fede, anche se si tratta in realtà di un banale luogo comune, niente più di un irrealistico slogan ideologico privo di valenze pratiche. Infatti, se mantenere l’apparato militare italiano costasse non lo 0,9 del bilancio dello stato (il budget difesa più basso d’Europa e della Nato) ma lo 0,009, comunque troveremmo in Parlamento e ai microfoni dei talk show qualcuno che ci spiega che la soluzione delle nostre grane sta nel ridurre le spese militari. Premesso questo, va osservato che la vicenda del Joint Strike Fighter F35 resta una gatta da pelare per il nuovo ministro della Difesa Di Paola. Non solo per i preconcetti ideologici e culturali accennati, ma anche perché esistono obiettivi problemi tecnici oltre che di finanziamento.

Proviamo a riassumerne i termini a grandi linee: l’Italia si trova nella necessità di mandare in pensione la vetusta flotta aerea della sua Aeronautica e della sua Marina Militare, costituita dai vecchissimi Tornado, dai mediocri Amx e dai sorpassatissimi Harrier. Focalizzato il proprio interesse su un progetto della Lockheed Martin, Grumann e Bae Systems battezzato F35, l’Italia ha deciso di partecipare alla sua realizzazione investendo fino ad oggi assieme ad altri sette paesi (Inghilterra, Paesi Bassi, Canada, Turchia, Australia, Norvegia e Danimarca) circa 5 miliardi di dollari, mentre gli Usa mettono gli altri 35 dei 40 necessari a portare a termine la gestazione dell’aereo. Nel frattempo si sono presentati altri acquirenti (solo pochi giorni fa il Giappone).

Tuttavia l’iter del progetto va a rilento: il primo prototipo ha volato nel 2006 ma la mole di problemi riscontrati è tale che i tempi stanno diventando lunghissimi, i costi lievitano (81% in più per esemplare) e le perplessità dei partecipanti all’impresa e dei potenziali compratori aumentano. Esistono tre versioni di questo velivolo stealth multiruolo di quinta generazione in grado di effettuare missioni di interdizione in profondità, di soppressione dei sistemi di difesa aerea nemica, di guerra elettronica, di supporto aereo ravvicinato, di bombardamento tattico e di raccolta di intelligence. Una prima variante è a decollo e atterraggio convenzionale (F35A), una è a decollo corto e atterraggio verticale (F35B) e la terza è per l’uso sulle portaerei (F35C). All’Italia interessano solo le versioni A e B, la prima per l’Aeronautica (inizialmente richiesti 110 velivoli) e la seconda per la Marina (21 aerei da imbarcare sulla Cavour).

Senza addentrarci troppo nel dettaglio delle problematiche fino ad oggi emerse, basti accennare che molti addetti ai lavori hanno sollevato diverse critiche, secondo le quali l’F-35 non può competere con aerei di pari categoria come il russo Su-35 perché non è in grado di manovrare con sufficiente velocità ed è troppo pesante, sovraccarico com’è di funzioni legate alla sua configurazione multiruolo. Fonti informate spiegano che sussistono gravi problemi di vibrazione, di scarsa capacità di elaborazione dati e di visione notturna e di adeguato sviluppo del software. Data la situazione già ci sono state le prime defezioni, la più dannosa quella della Us Navy, che ha declinato il proprio interesse nell’F35B, lasciando solo ai Marines e alla nostra Marina l’insostenibile onere di portare avanti questa versione, proprio quella che ha presentato maggiori criticità. Se anche i Marines dovessero chiamarsi fuori, l’F35B verrebbe cancellato, il che renderebbe impossibile per la nostra Marina rimpiazzare i suoi obsoleti Harrier AV8B, ormai vecchi e più che usurati dalle recenti e numerosissime missioni in Libia.

Il ministro Di Paola sta cercando di salvare il salvabile riducendo la domanda a “soli” 90 aerei in totale e sottolineando che la partecipazione dell’Italia a questo progetto si traduce in un investimento che «darà occupazione a 1.500 persone e che, in prospettiva, sono previsti 10mila posti di lavoro, con oltre 40 imprese che contribuiscono alla crescita economica, tecnologica e industriale del Paese». Peccato questo non sia un argomento in grado di intaccare la quasi genetica repulsione del paese per tutto ciò che è militare, se fosse così facile basterebbe impostare un paio di navi da guerra per allontanare i cassaintegrati della Fincantieri dalla disoccupazione. Ma così non è, ai militanti dalla bandierina iridata dell’occupazione degli italiani interessa pressoché nulla e la verità è che il Ministro Di Paola si trova a fronteggiare un problema che va aldilà dei riflessi pavloviani degli anti-militaristi o della crisi economica contingente, finendo per costringere il paese ad interrogarsi su quale debba essere il ruolo delle nostre Forze Armate e se abbia un senso averle. Ovvero quale debba essere il “modello di Difesa” che si intende mantenere. Il Consiglio dei Ministri ha appena approvato il progetto di ristrutturazione presentato da Di Paola che impone tagli senza precedenti, resi possibili solo dalla competenza del più “tecnico” dei ministri tecnici, un professionista che ha indossato l’uniforme della Marina e a 15 anni entrando in Collegio Navale e se l’è levata ieri, dopo quasi cinquanta anni di lavoro continuativo nello stesso “business”, il che fa di lui l’unico tecnico di Governo con una esperienza di mezzo secolo nella stessa attività. Paradossalmente e non sorprendentemente proprio un ex-militare imporrà i sacrifici maggiori agli uomini con le stellette. Infatti Di Paola sa esattamente dove tagliare, meglio e più draconianamente di ogni suo predecessore.

Occorre premettere che oggi in Italia più del 70% del budget difesa serve alle spese d’esercizio e a pagare stipendi, uno squilibrio inaccettabile, considerato che la media europea è del 51% per le spese fisse ed del 49% per investimenti e rinnovo delle tecnologie. Per avvicinarci a quelle proporzioni il “nuovo modello di Difesa” prevede una riduzione drastica del personale di circa 40mila degli attuali 183mila militari e civili appartenenti alle nostre Forze Armate e investimenti in nuove tecnologie che garantiscano l’operatività dei pochi selezionati che rimarranno a servire il paese in uniforme. L’F35 rientra appunto in questo piano, ma il suo costo verrà spalmato in diversi anni (i primi F35 saranno schierati in Italia nel 2018) e soprattutto esso rappresenta una spesa indispensabile a rimpiazzare aerei che ormai cadono in pezzi. Soprattutto serve a mantenere la posizione dell’Italia nel contesto di organizzazioni multinazionali all’interno delle quali i nostri militari giocano il ruolo cruciale di supplenti allo scarso peso economico, industriale e politico della nazione. Se oggi possiamo credibilmente sedere al tavolo dei grandi (Onu, Nato, Ue, etc.), è anche grazie alla credibilità della nostra macchina militare ed al sacrificio dei nostri soldati, che ovunque nel mondo hanno “messo una pezza” alla mediocrità delle nostre risorse politiche e produttive.

Se intendiamo continuare a sfruttare questa risorsa, l’acquisto di tecnologie adeguate come l’F35 è indispensabile. A meno che non si decida di privarci tout court della nostra macchina militare. In fondo anche il Costarica vive benissimo senza Forze Armate, forse anche l’Italia potrebbe vivere altrettanto bene. Ammesso che in futuro si accetti di avere nello scacchiere internazionale lo stesso peso del Costarica. Ma se le nostre ambizioni sono diverse, allora occorre riconoscere che le nostre Forze Armate sono funzionali a consentire all’Italia di dire la sua negli scenari geo-politici odierni e futuri. Oggi la difesa dei confini e degli interessi nazionali non si fa solo lungo le nostre coste e sull’Arco Alpino, data la natura della minaccia terroristica o delle armi di distruzione di massa, ma necessita di una capacità di schieramento e di gestione delle operazioni all’estero, di solito in teatri remoti.

Per fare questo occorre una forza armata che disponga di una capacità di proiezione realistica, non già di legioni di Alpini che trascinano cannoni su per i dirupi delle nostre montagne. Piuttosto occorrono buoni aerei, buone navi, buoni sistemi d’arma, buoni soldati e una efficiente logistica che consenta di portare il tutto laddove la tutela dell’interesse nazionale lo richieda. Sostenere che in Italia si spenda troppo per la Difesa è una verità parziale, nel senso che avere a libro paga più generali ed ammiragli delle forze armate americane è certamente una incongruenza alla quale il Ministro deve mettere mano velocemente, ma affermare che l’F35 sia inutile è altrettanto fuorviante: se il paese intende avere una forza armata capace di proiettarsi all’estero (unico scenario plausibile) l’F35 è indispensabile. Oppure riscriviamo la Costituzione e sciogliamo Esercito, Marina e Aeronautica. Potremo finalmente vivere felici come in Costarica e guardare al telegiornale altre nazioni che decidono del nostro destino nel chiuso di stanze nelle quali non avremo accesso. 

(Arduino Paniccia è docente di Studi Strategici all’Università di Trieste).
Con la collaborazione di Andrea Castelli 

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