“Su Twitter l’informazione deve restare libera”

«Sulle idee così come sulle notizie, non esistono diritti d'autore perché questi ultimi coprono solo la specifica forma espressiva utilizzata per comunicarle», dice l’avvocato ed esperto di rete Guido Scorza. La vicenda su cosa e come sia possibile retwittare da parte dei singoli utenti ieri è st...

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22 Febbraio Feb 2012 1155 22 febbraio 2012 22 Febbraio 2012 - 11:55
Tendenze Online

Reuters aveva chiesto – facendo poi retromarcia – di non re-twittare i propri lanci di agenzia acquistabili con un servizio terminale e disponibili gratuitamente e in maniera “open” sul proprio sito. A ricevere questa richiesta è stato Fabrizio Goria (@FGoria), giornalista de Linkiesta. Ieri Reuters ha rivisto la propria richiesta. Ma il tema rimane: è lecito chiedere di non retwittare? Che confine ha il diritto d’autore e come interagisce con la libertà di informazione? Ieri ne abbiamo scritto su Linkiesta e oggi ne parliamo intervistando l’avvocato ed esperto di Rete Guido Scorza. 

Avvocato, esistono siti che diffondono questi lanci di agenzia, senza specificare policy di utilizzo cui gli utenti registrati sono sottoposti. La richiesta di Reuters ad un utente di questi siti di non retwittare era legittima?
Formulata in questi termini no. Val la pena distinguere due situazioni diverse: il retweet di un lancio d'agenzia originariamente twittato da Reuters attraverso il proprio account twitter dal “semplice” tweet di una notizia passata da Reuters su suoi diversi canali, magari anche a pagamento. Nel primo caso non c'è alcun dubbio della legittimità – sempre e comunque – del retweet anche perché tale eventualità è espressamente presa in considerazione dalle condizioni generali di uso di Twitter e, dunque, accettata dall'utente Reuters che sceglie liberamente di utilizzare la piattaforma.

E nel secondo caso, quello del semplice tweet di una notizia passata da Reuters sui suoi canali, anche a pagamento?
Il diritto di Reuters di vietare la diffusione delle notizie da essa battute – e non già del loro contenuto letterale – è sostenibile solo in alcune ipotesi che, tuttavia, nel caso in questione appaiono lontane dal potersi dire verificate: l'attività deve essere sistematica e, quindi, parassitaria ovvero riguardare un numero importante di lanci di agenzia o la quasi integralità dei lanci di un certo canale. Deve, in altre parole, darsi l'ipotesi che un utente possa pensare di disdire l'abbonamento a servizi Reuters perché veda la propria esigenza di informazione soddisfatta via Twitter. Il soggetto che twitta le informazioni della Reuters deve essere un concorrente di quest'ultima almeno a livello potenziale ovvero un'altro imprenditore del settore dell'informazione e non può essere un soggetto che agisca a scopo personale e non commerciale come nel caso di specie. Per finire, sarebbe interessante capire quali sono i diritti che Reuters aveva ritenuto violati. Quelli sul suo database informativo? Quelli sul singolo lancio di agenzia? 

In che senso?
La questione è piuttosto complessa e non può essere liquidata come pretenderebbe Reuters con un semplice divieto assoluto di riutilizzo delle notizie da essa diffuse. Se, poi, il modello di business di Reuters non è pronto alla sfida della società dell'informazione, allora, il problema è diverso e più complesso. Ci siamo già passati con l'industria musicale e ci stiamo passando con quella cinematografica e dei giornali di carta: non possiamo più permetterci il lusso di difendere il mercato dei “venditori di ghiaccio”, nel mondo dei frigoriferi. Soprattutto non possiamo quando in gioco c'è la libertà di informazione nella sua duplice accezione attiva e passiva. Siamo di fronte ad un diritto pari-ordinato rispetto a quello d’autore. Quanto ai siti che diffondono in maniera sistematica i contenuti di Reuters, il discorso è diverso. La loro attività potrebbe – ma occorre vedere caso per caso – anche essere ritenuta illegittima perché davvero anti-concorrenziale e parassitaria. Se, tuttavia, l'utente retwitta un contenuto acquisito attraverso uno di tali siti e la pubblicazione del contenuto non è assistita da alcuna informazione sul regime dei diritti, allora, è impossibile responsabilizzare tale utente, almeno sino a quando non venga informato del carattere illecito di tale originaria pubblicazione.

Chi produce contenuto può esercitare una forma di controllo sulle modalità di propagazione operata da terze parti una volta che questo viene diffuso?
La risposta alla domanda è complessa. La “propagazione” ovvero pubblicazione di un contenuto – a condizione che il contenuto in questione sia protetto da diritto d'autore – è un atto di esercizio di un diritto d'autore: comunicazione/diffusione al pubblico, se pensiamo all'online. Tutto, quindi, dipende dalle condizioni originarie di comunicazione/diffusione al pubblico del contenuto in questione.

Quanto sono importanti le condizioni?
Se un editore sceglie di distribuire i propri contenuti in un'area a pagamento è ovvio che quei contenuti non possano essere sistematicamente, da altri, distribuiti gratuitamente. Vi sono, tuttavia, alcune precisazioni importanti: innanzitutto il regime dei diritti e le condizioni di licenza su di un contenuto devono essere chiare ed accessibili perché in difetto ogni navigante può ritenere di imbattersi in un contenuto liberamente riutilizzabile. Occorre poi guardare alla forma di riutilizzo del contenuto che si sceglie. Sulle idee così come sulle notizie, naturalmente, non esistono diritti d'autore perché questi ultimi coprono solo la specifica forma espressiva utilizzata per comunicarle. Nessuno - Reuters inclusa - può vietarmi di retwittare la notizia dell'uccisione di un soldato italiano in Afghanistan che ha appena battuto in un'agenzia. Diverso il caso in cui un altro editore si metta a cannibalizzare in modo parassitario tutti i contenuti – nella loro formulazione originaria – Reuters.

La diffusione del contenuto, filtrata da servizi ad iscrizione o pagamento, avviene in base ad un accordo fra servizi e produttori di contenuti. Se questo accordo non specifica le modalità di diffusione stabilite per contratto, è possibile che un produttore di contenuti si rivalga sul singolo utente del servizio e non sul sito che li diffonde?
Naturalmente no. Le modalità di diffusione vanno chiarite nel contratto di uso del servizio. In difetto - da legittimo utente - non posso che ritenere di poterle liberamente riutilizzare. 

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