“Basta insider trading”, Obama schiera i giudici contro Wall Street

Nel 2011 è toccato al capo di Galleon Group, Raj Rajaratnam che ha ricevuto una sentenza di 11 anni di prigione, un record nelle condanne per insider trading se confermati dalla sentenza di appello. Poi c’è Danielle Chiesi, una trader della New Castle Funds, che si è dichiarata colpevole e sta sc...

Gordon Gekko1
23 Febbraio Feb 2012 1308 23 febbraio 2012 23 Febbraio 2012 - 13:08
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«Informazioni riservate, scorciatoie illegali, la corruzione dei collaboratori, non sono cose che possono far parte di una strategia commerciale, e c’è un prezzo alto da pagare per quelli che non la pensano così o agiscono diversamente. Dough Whitman oggi raggiunge la numerosa lista di quelli che pensano che le regole non si applicano a loro». Queste le dichiarazioni che l’ormai famoso procuratore di New York Preet Bharara rilascia alla stampa dopo ogni nuovo arresto. L’ultimo manager in ordine di tempo a essere finito nel mirino è il californiano Dough Whitman, 54 anni, accusato di varie frodi per insider trading che avrebbero fruttato alla sua società 900 milioni di dollari di profitti illeciti. Soldi guadagnati grazie alle informazioni privilegiate su tre giganti del mercato come Marvell, Polycom e Google.

Whitman è accusato di aver manipolato la compravendita di azioni di queste società tra il 2007 e il 2009. E ci riusciva grazie a informazioni finanziarie interne raccolte sottobanco da consulenti e altri intermediari che le prendevano direttamente dai lavoratori di questi grossi gruppi.
Molti dicono che con l’accusa di insider trading Bharara stia solo cercando di tirare giù alcuni pezzi grossi di Wall Street. E in effetti la lista è lunga: nel 2011 è toccato al capo di Galleon Group, Raj Rajaratnam che ha ricevuto una sentenza di 11 anni di prigione, un record nelle condanne per insider trading se confermati dalla sentenza di appello. Poi c’è Danielle Chiesi, una trader della New Castle Funds, che si è dichiarata colpevole e sta scontando 30 mesi; ha ammesso di aver fornito informazioni illegali a Rajaratnam guadagnando in cambio 1,7 milioni di dollari per il suo fondo. James Fleishman (in attesa di andare in prigione) e Walter Shimoon (che si è dichiarato colpevole ed è in attesa di sentenza) sono rispettivamente un executive della Primary Global Research e un impiegato di un’azienda elettronica dell’indotto di Apple. E presto arriveranno a processo Rajat Gupta di McKinsey & Co. e Anthony Chiasson di Level Global.

Tempi duri per i super manager ma non solo. Il lavoro del procuratore Bharara si svolge in sinergia con la task force messa in piedi dal presidente Barack Obama per prevenire le frodi finanziarie. Ovviamente non è un caso che questo avvenga all’indomani dell’esplosione della bolla speculativa sui mutui, il presidente lo ha detto fin troppo chiaramente nel suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione, già rivolto alla sua campagna elettorale. «Sta per iniziare il secondo tempo» gli hanno fatto coro famosi testimonial nell’intermezzo della finale del Super Bowl.

E il giro di vite sui reati finanziari in America non arriva mai per caso. Le condanne seguite al crack della Enron e le leggi che ne sono seguite avevano come nemico l’opacità del mercato: far credere alla gente qualcosa che non è, la mendacità delle informazioni finanziarie pubbliche. Non era solo una quastione di trasparenza: quello che era pubblico significava poco, era poco utile a prendere le decisioni giuste, a non gettare al vento i risparmi di una vita. Poco utile a prevenire e sanzionare i comportamenti scorretti. Dopo l’11 settembre l’attenzione per la verità e diventata un imperativo urgente: non solo voglio sapere veramente quello che fai ma anche chi sei e con chi lo fai. È pericoloso spostare grossi capitali in maniera anonima perché dietro quei soldi ci potrebbe essere chiunque o peggio un terrorista. Se nel frattempo scopro che si tratta di un contribuente che non paga il suo tributo al fisco è ancora meglio. E questo dilemma non si applica solo agli strumenti finanziari più sofisticati, il dibattito investe anche le società a responsabilità limitata dove una cosa è proteggere il patrimonio personale di chi investe altra cosa e proteggere la sua identità in un paradiso fiscale mentre l’economia mondiale va a rotoli.

L’insider trading non è un tema nuovo per gli americani, basta aver visto Wall Street 1 e 2 con Michael Douglas. Però la lotta ingaggiata da questa amministrazione affronta il tema principe della moderna finanza: non è importante che tu possa costruire castelli di carta in giro per il mondo (vedi i titoli tossici) o che tu possa fare soldi speculando sul debito di altri paesi facendo correre i mercati sulle montagne russe. Il punto è che puoi farlo perché sai cose che non dovresti sapere. Che sei in combutta con altra gente per avere prima e meglio informazioni riservate e puoi usarle a tuo vantaggio.

La lotta all’insider trading può essere vista come l’ultima frontiera di un film di spionaggio ma è anche un grosso cambiamento in un mondo che fin qui si era arrovellato soltanto sul valore del segreto bancario e sulla possibilità di ciascuno di essere artefice del proprio successo.
Forse è questo il cambiamento che Obama vuole portare nel sogno americano: puoi essere chi vuoi ma devi giocare secondo le regole, solo così la middle class americana non si sentirà presa in giro per il salvataggio di Wall Street e ritornerà ad essere protagonista. Non solo vogliamo sapere chi ti ha concesso un mutuo che non ti potevi permettere, vogliamo essere certi che quando i banchieri si inventeranno un nuovo strumento per far soldi il tutto non si riduca al fatto che c’era qualcuno che parlava troppo. 

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